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Aggressione al giornalista di Nemo, una vera e propria ferita alla libera stampa

 

L’aggressione al giornalista di Nemo, trasmissione di Rai Due, segna un altro temibile punto di non ritorno dell’ormai aggressione quotidiana alla libera stampa, e come tale deve essere vista e valutata: non (soltanto) l’aggressione, fisica e gravissima, ad un giornalista ma una vera e propria ferita alla libera stampa. Il clima di odio che, da tempo, si respira nei confronti della stampa non può essere derubricato a questione ‘sindacale’, riguardante i giornalisti e le loro associazioni sindacali e rappresentative, ma deve costituire un tema su cui l’intera comunità civile deve riflettere. Importanti, in tal senso, sono state le dichiarazioni del Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni.

E’ auspicabile che forte sia il richiamo delle alte cariche dello Stato, che hanno dimostrato, in particolare i Presidenti di Camera e Senato Laura Boldrini e Pietro Grasso, particolare sensibilità, in questi anni, sui temi della tutela dei giornalisti e della libera stampa. Non possiamo nascondere che il clima e’ da tempo incline al dileggio della stampa e della libera informazione. Sempre più la politica (molti politici) si mostra intollerante non soltanto alle inchieste che coraggiosi cronisti conducono spesso in terre difficili, costretti a vivere sotto scorta per via delle minacce che ricevono, ma tende perfino a delegittimare, dinanzi alla pubblica opinione, perfino il legittimo diritto-dovere della stampa di muovere critiche al Potere: beninteso, e’ ovvio che la stampa possa essere oggetto, a sua volta, di critiche ma un conto sono queste ed un conto è additare ogni critica come conseguenza di chissà quale potere a cui il giornalista di turno avrebbe venduto la propria penna.

Peraltro, invito a non sottovalutare le conseguenze di questo clima sulle periferie del Paese, perché se a livello nazionale la stampa riesce, fra mille difficoltà, ad arginare certe pulsioni, queste ultime nelle periferie, appunto, creano un clima di totale isolamento per il giornalista. Dicevo della delegittimazione ad opera della politica: questa è particolarmente grave perché soffia sul fuoco che già oggi divampa intorno alla libera stampa. E’ il fuoco degli haters sui social, che investe tutto e tutti ma soprattutto l’informazione cosiddetta main stream. E’ il fuoco delle fake news, spesso propalate ad arte anche da partiti e movimenti, con l’intento di creare una vera e propria realtà alternativa: un meccanismo, questo, che secondo recenti studi ha già condizionato elezioni democratiche e rischia (un rischio in parte già concretizzato) di ammorbare il dibattito pubblico, perché confonde, deturpa, crea false rappresentazioni, propaganda bufale vendute come “la realtà che l’informazione di sistema nasconde”, ed il più delle volte queste bufale colpiscono alcuni paradigmi civili e sociali (brutalmente definiti ‘main stream, appunto) in una declinazione para-fascista.

E’ il fuoco del dileggio, della retorica, che non può che definirsi fascista, secondo cui la stampa dovrebbe assecondare gli umori del popolo (e, più o meno inconsapevolmente, certa stampa ahimè già tende a farlo, non rendendosi conto che prima o poi tutto ciò rischia di essere un temibile boomerang) e non, invece, indagare e poi spiegare la complessità dei tempi. Non possiamo più rimanere in silenzio: quando si inizia ad attaccare la libera stampa ed i giornalisti, quando le aggressioni diventano anche fisiche, si rischia un ritorno ai tempi più bui, quelli che questo Paese ha già conosciuto, soprattutto con il regime fascista.

Negli Stati Uniti, come nei paesi anglosassoni, ogni aggressione alla stampa e’ trattata come un’aggressione alla Democrazia, mentre troppe volte in Italia si ha la sensazione che, tutto sommato, le aggressioni alla stampa possano essere tollerate quando non anche, addirittura, vellicate. Basti pensare, in tal senso, alla vulgata secondo cui il nostro Paese occuperebbe gli ultimi posti nella classifica sulla libertà di stampa nel mondo per via del suo asservimento al potere, dimenticando che tale classifica e’ conseguenza, esclusiva, delle minacce, delle intimidazioni e delle azioni giudiziarie che sempre più colpiscono i giornalisti. Non dimentichiamo mai che, come ci ricorda da un anno il Washington Post, la Democrazia muore nell’oscurita’. Spetta ad ognuno di noi fare in modo che questa oscurità non giunga oltre.

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