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Terrorismo politico: Straullu e Di Roma, un sacrificio che è doveroso ricordare

 

Una messa a Nuoro, una commemorazione a Taurasi e a Roma. Così sabato 21 ottobre sono stati ricordati Francesco Straullu e Ciriaco Di Roma, rispettivamente capitano e guardia scelta di polizia, uccisi trentasei anni fa dai NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) nei pressi di Casal Bernocchi, alle porte di Roma, in maniera raccapricciante. L’auto sulla quale viaggiavano, oltre ad alcuni candelotti fumogeni, fu raggiunta da una tempesta fra i quaranta e i cinquanta colpi esplosi da un fucile d’assalto G3, da un fucile Garand con proiettili traccianti e da due M12. In poche parole, un arsenale da guerra. Per un vero e proprio massacro.

Che sul campo lasciò fumo, dolore, sgomento, vetri frantumati e una macchina distrutta. Al suo interno, due corpi straziati. Quelli di due servitori dello Stato impegnati nella lotta al terrorismo politico che, all’epoca, imperversava per le strade del Paese. Nella fattispecie, quello dell’estrema destra, che tra la seconda metà degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta attentava alle fondamenta della civile e democratica convivenza con azioni mirate, soprattutto contro uomini delle istituzioni. Prima di Straullu, per mano NAR, fra gli altri, erano caduti: il poliziotto Maurizio Arnesano, l’appuntato di polizia Francesco Evangelista, il brigadiere dei Carabinieri Ezio Lucarelli e, in particolare, il sostituto procuratore della Procura di Roma Mario Amato. Fu ucciso la mattina del 23 giugno 1980, mentre aspettava l’autobus per andare in ufficio, alla fermata tra viale Jonio e via Monte Rocchetta, a poche centinaia di metri da casa. Pagò con la vita il suo impegno, la sua dedizione, il suo enorme lavoro svolto sull’eversione nera e la solitudine nella quale fu lasciato durante le indagini. Anche per il capitano Straullu, nato a Nuoro nel 1955 e dal 1978 in forza alla Questura di Roma dove era impiegato alla Digos, il movente fu il medesimo. Secondo le cronache del tempo, grazie al suo ardore e alla sua intraprendenza nelle indagini, era venuto a conoscenza di fatti di una certa rilevanza. “Sapeva troppo” titolò “l’Unità” all’indomani del suo barbaro martirio. Nel pezzo si raccontava della scoperta, da parte della Digos, nel quartiere Prenestino, di un deposito di armi appartenuto a estremisti di destra, nel quale fu rinvenuto anche un elenco di nomi. Da uno di questi sarebbero emerse connessioni, mediante fornitura di armi, col terrorismo rosso e legami con personaggi della massoneria. In definitiva, dunque, Straullu sarebbe rimasto vittima della tenacia delle sue inchieste.

Secondo invece quanto dichiarato da Francesca Mambro, componente del gruppo di fuoco, egli entrò nel mirino dei NAR perché, aldilà dei metodi duri adottati verso alcuni neofascisti durante gli interrogatori, avrebbe anche circuito la donna di uno di loro, vantandosene poi con quest’ultimo. Un affronto da lavare col sangue. Successe mercoledì 21 ottobre 1981. A differenza di altri giorni, Straullu quella mattina non era a bordo della sua auto blindata (ancora oggi ci si chiede: perché?) bensì di una normale Fiat Ritmo. Guidata da Ciriaco Di Roma, originario di Taurasi, trent’anni, che aveva scelto la polizia perché amava la divisa e credeva nella sua funzione civica. Era rientrato a Roma la notte precedente, dopo un permesso per scendere a casa. Non appena la loro vettura uscì da Ponte Ladrone, scoppiò l’inferno. Secondo le ricostruzioni, Walter Sordi, un altro dei membri del commando, si piazzò in mezzo alla strada e cominciò a sparare col G3 in spalla. Successivamente, fu il turno di Alibrandi col Garand. Investita dai colpi e priva di controllo, la macchina fu raggiunta dalla furia omicida degli altri terroristi – Cavallini, Soderini, Vale – armati di M12. La potenza delle armi trasfigurò i poliziotti al punto che il volto di Straullu fu irriconoscibile. Cavallini, che si era portato una lancia indiana per conficcarla nel cuore del capitano, desistette. E alla Mambro fu impedito di avvicinarsi ai cadaveri per portar via loro le pistole.

Qualche anno più tardi, gli assassini sarebbero stati condannati per un delitto che, a oggi, è doveroso ricordare. Sia per chiedersi se quello che il capitano poteva mai sapere abbia trovato, in un senso o nell’altro, sul piano storico, una risposta certa e definitiva. Sia, soprattutto, per coltivare la memoria. Specialmente quella dei più giovani. Affinché, ammirando le istituzioni e chi dette loro lustro, tengano lontani da sé l’odio e il ricorso alla violenza come soluzioni per affermare le proprie ragioni o per esprimere i propri disagi.

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