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Giuseppe De Santis, la trasfigurazione della realtà

 

Per un’intera generazione nominare Giuseppe De Santis, come nel riflesso condizionato di Pavlov, come il simbolo del dollaro nelle pupille di Paperon de Paperoni, rievoca l’apparizione istantanea davanti agli occhi delle cosce nude di Silvana Mangano inguainate in calze di filo nero e strette all’apice da un paio di calzoncini corti e attillati, come sembra adottassero le mondine (una fantasia del regista?) per stare immerse nell’acqua della palude a raccogliere il riso. La foto di lei spavalda, eretta con piglio sfidante ed erotico nel bel mezzo della risaia, fece il giro del mondo ispirando sogni lubrici a qualsiasi maschio in età post puberale. Il film si chiamava Riso Amaro (1949), e l’attrice aveva accanto a sé come partner due campioni di bellezza e di virilità, maschi alfa d’alto profilo come Raf Vallone e Vittorio Gassman, l’un contro l’altro armato. Erano il buono e il cattivo, l’eroe e il paisan, dai quali l’irresistibile seduttrice resta attratta in egual misura fino all’inevitabile tragico finale. L’altra presenza femminile, non meno allettante, era Doris Dowling, sorella della fatale Constance per la quale lo scrittore Cesare Pavese si tolse la vita: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.” In Riso amaro le attrici incarnano due giovani donne stregate dello stesso uomo, Walter, un poco di buono, interpretato da Vittorio Gassman, antipaticissimo. Al mascalzone basta incrociare gli occhi di Silvana che ancheggia sfrontata in un mambo assassino (la danza trasgressiva di quegli anni) perché la scintilla divampi. Anche il buon soldato Marco (Raf Vallone) dai sentimenti onesti e prossimo al congedo, è innamorato di lei; ma le donne, si sa, amano le passioni rischiose e Silvana si lascia possedere da Walter affondando in un amplesso al calor bianco nelle cedevoli montagne di riso. E la trama si complica in un disegno criminale.

Giuseppe De Santis, regista originario di Fondi, classe 1917, aveva fatto parte del gruppo di cineasti che ruotavano attorno alla rivista ‘Cinema’ diretta da Vittorio Mussolini, trampolino di lancio per un’intera generazione del dopoguerra. Diplomatosi presso il Centro Sperimentale di Cinematografia e  impegnato politicamente a sinistra, aveva assorbito la lezione del neorealismo traducendola in una sua chiave da melodramma veristico, succoso e carnale, a forti tinte sentimentali. Con un robusto piglio narrativo, assimilato dai film d’azione americani, mai disgiunto però dalla denuncia sociale, l’occhio rivolto alla classe operaia o meglio al ben più familiare mondo contadino. Insieme ad altri cinque sceneggiatori, compreso Carlo Lizzani e lo scrittore Corrado Alvaro, l’autore concepisce una trama passionale sullo sfondo delle risaie, e quel lavoro di raccolta stagionale, durissimo, svolto quasi esclusivamente da donne. Il film inizia di proposito come se si trattasse di un cinegiornale, con la radiocronaca dell’arrivo nel vercellese di migliaia di ragazze, nubili e sposate, da quasi tutte le regioni d’Italia e soprattutto dal Veneto, dall’Emilia, dalla Romagna, dalla Toscana; con i caporali a metterle in riga e a formare le squadre acquartierate alla meglio nei capannoni di raccolta. Le mondine hanno diritto a un pugno di riso a pranzo e cena, e per il resto dovranno sgobbare chine sugli acquitrini dall’alba al tramonto. All’inizio è una gran festa, perché le donne si ritrovano con gioia da un anno all’altro, c’è prospettiva di guadagno, si parla d’amore, e poi tante femmine  insieme, sempre a gambe nude, attraggono i giovanotti che si accalcano come mosconi attorno al recinto.

Il Paese è ancora lontano dal miracolo economico, è un’Italia povera quella che ci scorre davanti, in cui manca tutto tranne la voglia di ricominciare. La guerra con il suo strascico di miseria e distruzione è appena dietro le spalle; ma la ricostruzione è nelle mani di chi sa impegnarsi a schiena bassa e con onestà. Le donne con le gambe immerse tante  ore nell’acqua hanno la lingua lunga, e per lenire la fatica e comunicare tra loro in codice, sono capaci di improvvisare canzoni ‘a rispetto’, cioè botta e risposta, impartendoci un’autentica lezione sulle inesauribili capacità di iniziativa del genere femminile. L’aspetto documentaristico sulle condizioni di lavoro nelle risaie, rimane uno dei pregi maggiori della storia.

Il signor Dino, come veniva chiamato dalla maestranze De Laurentiis, s’era innamorato di Silvana Mangano, bellissima e già superdiva, con il suo aspetto fiero e un po’ algido, scostante, eppure così incandescente con quella blusetta attillata sui seni a proiettile e i minuscoli pantaloncini fascianti. Silvanella, romana del quartiere San Giovanni ma di madre irlandese, appena sbocciata come un fiore raro nel panorama femminile della Capitale, aveva subito trovato un fidanzatino nel ragazzo vicino di casa che si chiamava, ma guarda un po’, Marcello Mastroianni.

De Laurentiis l’aveva corteggiata come un idolo, una dea inarrivabile, e quando l’attrice era stata chiamata negli Stati Uniti dalle Major Companies di Hollywood, lui l’aveva accompagnata di persona all’aeroporto con una Cadillac scoperta color lilla, ricolma di rose bianche. “Se me ne fai trovare una uguale quando atterro a New York, ti sposo.” L’aveva salutato lei, perfida,  per toglierselo di torno. Ma all’aeroporto La Guardia, sorpresa!, c’era ad attenderla un’identica Cadillac cabriolet cosparsa delle stesse rose bianche. Alla guida un ex sergente della US Army che il produttore aveva conosciuto a Napoli nei giorni dello sbarco alleato; e che per quella missione ottimamente riuscita, negli anni a venire sarebbe restato in permanenza sul libro paga della casa produttrice celebre per il superbo leone del marchio. Sembra un racconto di Fitzgerald, una sequenza di C’era una volta in America di Sergio Leone. E mi accorgo di  perdere il filo, trascinato da vicende leggendarie che forse non interessano più a nessuno.  Chi ricorda oggi questi nomi, a chi possono destare curiosità? E Il Neorealismo, chi era costui? Domanda peraltro inevitabile trattandosi di un movimento artistico che nasce dalle lacrimae rerum e si sviluppa nei singhiozzi dei melodrammoni, del resto di buon conio e di genuino sentimento popolare, che invadono gli schermi negli anni Cinquanta.

Se ho inseguito la traccia labile ed estenuata di un profumo di cinema ormai svanito, la colpa è di un libro appena uscito, per i tipi associati del Centro Sperimentale di Cinematografia e delle Edizioni Sabinae, intitolato appunto Giuseppe De Santis – La Trasfigurazione della realtà a cura di Marco Grossi (414 pagg. 18 euro). Un poderoso volume interamente illustrato con un corredo fotografico di inusuale esuberanza e una parata di testi, tra saggi critici e testimonianze storiche, che sembra il Bignami del cinema italiano: Carlo Lizzani, Ettore Scola, Callisto Cosulich, Andrea Martini, Mario Silvestri. Ritratti al vivo per bocca di Marco Bellocchio, Mario Martone, Bernando Bertolucci, Citto Maselli, Costantin Costa.Gavras, Giuliano Montaldo, Pavel Chucraj, Ferzan Ozpetec, Marco Tullio Giordana, Francesco Rosi. E infine interventi vintage di Mino Argentieri, Giacomo Gambetti, Valerio Caprara, Tatti Sanguineti, Goffredo Fofi, e moltissimi altri. Il lettore scoprirà da solo come orientarsi in questa selva di prosatori; ma soprattutto avrà la rara opportunità di ripercorrere film dopo film la carriera non vastissima di De Santis, sfolgorante all’inizio amara alla fine, appena 12 titoli che hanno tuttavia segnato, e a volte graffiato, il cuore dell’Italia dell’epoca: Caccia Tragica (1947), Non c’è pace tra gli ulivi (1950, il suo film più vero), Roma ore 11, Un marito per Anna Zaccheo, La strada lunga un anno (1958), Italiani brava gente (1964). Una cavalcata finita col fiato grosso, forse a causa di una repentina mutazione antropologica, una nuova concezione di vita, oltre che di cinema, in cui De Santis non si riconosceva; allo stesso modo in cui il pubblico non si specchiava più nelle sue opere. Non va dimenticato che nel 1960 in Italia era esplosa come una bomba ai megatoni La dolce vita di Federico Fellini che, in una sola stagione, aveva catapultato la nazione dalla vecchia cultura rurale alla spregiudicata modernità  internazionale del boom economico.

Eppure De Santis era un bravo regista, un narratore istintivo che conosceva bene il suo mestiere. “Non c’è pace tra gli ulivi”, il suo film autobiografico, è una emozionante immersione nei suoi luoghi di origine, la campagna laziale della Ciociaria; una storia che cattura per la sua autenticità e per la capacità di mettere in scena lo spirito e l’aria stessa delle radici contadine, sfoderando un temperamento sanguigno, appassionato, poetico, vitale, generoso. Oltre che molto sensuale.

Accanto al protagonista Raf Vallone, la figura femminile è affidata a Lucia Bosè altra maggiorata di razza, irraggiante voluttà; che va ad aggiungersi al gotha di interpreti femminili passate sul set del regista di Fondi,  da Carla del Poggio a Delia Scala, da Elena Varzi a Lea Padovani, a Silvana Pampanini (Anna Zaccheo), Marina Vlady (Giorni d’amore), Eleonora Rossi Drago (La garçonnière). A Femi Benussi in Un apprezzato professionista di sicuro avvenire, il suo ultimo vero film, che risale a 1972 quando il regista aveva soltanto 55 anni! Onore al merito, e ai nobili editori che ci regalano pagine di riflessioni e di incantevoli sogni.

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