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La verità su Anna Magnani: la romana di Romagna

 

In una delle ultime sequenze del film ROMA (1970/2) Fellini aveva voluto concludere la sua dichiarazione d’amore alla Capitale con un omaggio a Anna Magnani, considerata l’essenza stessa dello spirito romanesco, la musa e l’incarnazione femminile di Roma. Così la interpella di persona sul portone di casa (in Piazza S. Maria in Trastevere e non a Palazzo Altieri, dove l’attrice effettivamente abitava), mentre sta infilando la chiave nella toppa, e la invita con la sua voce più suadente a rilasciare un commento davanti alla macchina da presa. La scena ha il sapore di un appostamento ma, c’è bisogno di dirlo?, il dialogo era stato scritto e concordato, perfetta recitazione di un incontro improvvisato:

FELLINI: Anna!… Anna!… Vuoi dire anche tu qualcosa su Roma? Tu che sei quasi un simbolo…
MAGNANI:  Che so’ io?
FELLINI: …Lupa e vestale…
MAGNANI: De che?…
FELLINI:  In che cosa assomigli a questa città?
MAGNANI:  A Federì, va a dormì… va’!
FELLINI:  Ascolta…
MAGNANI: No, nun me fido!… Ciao!… Buonanotte!

Ventuno anni dopo, ricoverato al Policlinico Umberto I di Roma negli ultimi giorni della sua esistenza, Fellini mentre veniva spinto sulla carrozzella lungo il corridoio del Reparto di Neurologia, prova un trasalimento vedendo materializzarsi all’improvviso di fronte a sé Anna Magnani, scomparsa da venti anni. Tornato in camera ancora turbato mi riferisce a caldo l’incontro, che in seguito ho puntualmente riportato nel mio ‘romanzo verità’ FEDERICO F.:

Nel primo pomeriggio ero tornato all’ospedale da Federico. Era solo, più solo di quanto l’avessi mai lasciato a Ferrara, in uno stato di sgomento che non bastavano le mie rassicurazioni a dissipare, né i saluti che gli portavo degli amici.

«Come ne uscirò…?» Non smetteva di domandarsi.

Abbiamo continuato a ragionarne fino all’ora di cena. C’era un’ombra che lo aveva raggiunto come un sinistro presagio: l’incontro con Nannarella avvenuto in corridoio mentre veniva ricondotto in camera da uno dei ripetuti, assidui, controlli clinici. Anna Magnani gli si era a un tratto materializzata proprio davanti:

«Ah Federì, e ce n’hai messo a arrivà!» L’aveva apostrofato come se lo stesse aspettando. E nell’atto di andarsene, prima di svanire, s’era rivoltata con la sua risata roca:

«Arrivederci, Federì!»

«Non mi pare un buon segno!» Commentava lui alzando il sopracciglio con espressione disarmata, nel tentativo di addomesticare quel fosco avvertimento.

Ora, nelle rievocazioni cinematografiche che sempre accompagnano l’estate, sono riemerse puntuali anche le indiscrezioni sulle origini della celebre e amatissima diva romana, ed è riaffiorata la congettura sulla sua origine egiziana. Sebbene la verità, in ogni campo, sia notoriamente un’araba fenice, proverò nondimeno a ricomporre in un quadro coerente le notizie che abbiamo su di lei. Nannarella era di certo romana, nata nei pressi di Porta Pia, come risultava negli estratti anagrafici; sebbene nel corso della sua esistenza si sia scapricciata a inventare, per curiosi e giornalisti, un groviglio di mezze verità di cui è arduo riafferrare il capo. Diceva di essere venuta al mondo ad Alessandria d’Egitto, poi smentiva infastidita, e indicava come luogo di nascita un portoncino sulla salita di Monte Cenci nel ghetto ebraico; oppure un palazzone di Piazza Campitelli, vicino al Campidoglio. Paolo Stoppa, che era stato suo compagno di corso alla scuola di recitazione, preferiva attribuirle un’origine più romanzesca. Sosteneva che lei fosse una pied noir, cioè una maghrebina, nata nel nord Africa, dalla madre che era entrata a far parte dell’harem di qualche Pascià.  In effetti i tratti somatici potevano ricondurre a oscure origini saracene, e del padre di Anna non si è mai saputo nulla. Sua madre, Marina, era una ragazza nubile e l’aveva partorita nel 1908. Recita il certificato anagrafico: E’ nato il 7 marzo il bambino di sesso femminile Magnani Anna.

Quindi Anna è quirite, non ci sono dubbi. Tuttavia di dove sono i genitori? Le rarissime volte che  ne parlava confidenzialmente, con gli amici stretti, la Magnani asseriva che il padre era calabrese e la madre romagnola. Se fosse così, scopriremmo che nelle vene della più romana delle dive del cinema, la più genuina, insuperata icona della romanità, scorre sangue romagnolo. Dove c’è pathos c’è Romagna; nome attribuito all’aerea geografica dal 568 d.C. per indicare i territori ancora appartenenti all’Impero Romano; contrapposti alla Longobardia, cioè al Nord della penisola, caduto in mano ai nuovi occupanti di origine germanica. Dunque anche lessicalmente la regione è un’estensione di Roma, tanto da ispirare all’immortale Totò la pirotecnica esclamazione: “Eviva Roma con tutta la Romagna!”

C’è da supporre che per Nannarella l’intera fascia adriatica a nord di Ancona fosse definibile come Romagna. Infatti, benché non esistano prove documentate, ci sono buone ragioni di credere che Marina, la mamma della Magnani, fosse originaria di Fano, da cui si trasferì a Roma con tutta la famiglia, vale a dire cinque sorelle (sartine o modiste come lei) e un fratello. Era molto bella e rimase presto incinta. La futura attrice la descrive con i capelli neri e gli occhi celesti, d’acciaio. Da bambinetta ne teneva sempre con sé una piccola fotografia, perché a quattro anni la madre l’aveva abbandonata nella braccia della nonna, volando incontro al proprio destino. Aveva attraversato il mare, questo è vero, verso Alessandria d’Egitto, al seguito di un austriaco con cui aveva generato un’altra figlia e formato una nuova famiglia.

Nannarella aveva rivisto la madre quando era ormai adolescente, e racconta: “Mamma mi piacque subito. Adoravo il suo modo di parlare. Ha un senso fantastico dell’umorismo mia madre. Se vuole è capace di farti ridere fino alle lacrime per ore intere.” Eppure, nonostante il benessere di cui Marina la circonda e  i regali di cui la ricolma, non riesce a far breccia nell’affetto della figlia. E’ la nonna, che l’ha cresciuta bambina, ad occupare il primo posto nel cuore di Anna, la quale non vede l’ora di tornare presso di lei, a Roma. La ferita non si rimarginerà mai più.

Quando già adulta e famosa, un garagista di La Spezia presso il quale ha ricoverato la macchina insiste per vedere la sua patente, l’attrice reagisce male, ringhiosa: “Allora, vuoi sape’ pe’ forza che so’ fija de ‘na mignotta. Tiè, pìatela!”

Questo episodio è ricordato da Gigetto Pietravalle, storico agente di attori, lo stesso che testimonia di quando, durante un viaggio notturno in auto verso Milano, Anna gli chiese di fare una deviazione e passare  per Fano: “Qui abita mia madre – gli spiegò. –  La vado a trovare. Torna a prendermi fra un paio d’ore.”

Ed è tutto ciò che si sa. A Fano, dove ho consultato alcune fonti attendibili, in molti conoscono confusamente questa storia ormai sfilacciata dal tempo. Anche il regista Leandro Castellani ricorda che il suo notaio aveva incontrato personalmente Marina Magnani, la quale si lamentava qualche volta di una figlia difficile e indomabile. Insomma le scarse notizie sembrano coincidere. Gli ascendenti dell’artista appartengono alle Marche e non alla Romagna. E’ pur vero che, forse perché le Marche non hanno mai goduto di buona fama nella cultura popolare (“meglio un morto in casa che un marchigiano alla porta”), o forse per via della lingua che a un romano può suonare con la medesima inflessione da Ravenna in giù, l’affermazione di Nannarella, almeno in un’occasione accertata, è precisa; parlando di sua madre sostiene che era romagnola. Così ribadisce infatti, con l’usuale irruenza del suo temperamento, in un’intervistata a Oriana Fallaci per l’Europeo (Mamma Tragica, 14 aprile 1963; ripubblicata integralmente l’11 ottobre 1973 in occasione della scomparsa dell’attrice):

“Ma quante volte ve lo debbo spiega’ che non sono stata raccattata per strada, che ho fatto la seconda liceo, che ho studiato pianoforte otto anni, che ho frequentato l’Accademia di Santa Cecilia?… Come quando sostengono che sono nata da padre egiziano in Egitto. Ma io sono nata a Roma, da madre romagnola e da padre calabrese, se non ci crede le do il certificato di nascita, in Egitto mia madre ci andò dopo che m’ebbe avuta. Aveva diciotto anni, non era sposata e a quell’epoca era uno scandalo, così andò in Egitto e io restai con  la nonna: qui a Roma. Perché non c’è nessuna vergogna, sia chiaro, a ripetere che io non ho il nome di mio padre, ho quello di mia madre, che mio padre non l’ho conosciuto, di lui so soltanto che è calabrese. E allora perché mi vogliono a tutti i costi egiziana?”

Incontentabile, sul padre ignoto aveva fatto persino eseguire un’indagine, scoprendone forse il cognome: Del Duce. Così aveva preferito lasciar perdere, commentando sarcastica: “Non m’andava d’esse chiamata la fija Der Duce.”

La versione più giusta alla fine ci sfugge fra le dita, come sabbia. Per me inclinato piuttosto a scrutare le inafferrabili verità celate tra gli interstizi dell’anima, risulta convincente, oltre che suggestivo, l’indizio di una canzone a cui Nannarella è rimasta morbosamente affezionata per tutta la vita, e che cantava da piccola, imparando le parole a una a una dalle labbra della nonna.

La canzone s’intitolava Reginella:

“Ti sei fatta ‘na veste scullata, /nu cappiello cu ‘e nastre e cu ‘e rrose… ”

La madre le mancava, ne aveva sofferto immensamente l’assenza, in aggiunta a quel marchio incancellabile di  essere la figlia della colpa: “Io le scrivevo e lei mi mandava dei bei vestiti di seta, molto raffinati. Strano, vero? Appartenevo a una famiglia, diciamo pure, povera, e ricevevo vestiti da principessa. Eravamo dunque così diverse io e mia madre? Avevo l’impressione che lei non mi amasse come l’amavo io.”

stive ‘mmiez’a tre o quatto sciantose

e parlave francese…è accussí?

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T’aggio vuluto bene a te/

Tu mm’hê vuluto bene a me!

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