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Turchia, rinviato all’11 settembre processo a giornalisti Cumhuriyet. Intervista a Mariano Giustino, corrispondente di Radio Radicale

 

Venerdì 28 luglio la 27ª Corte Penale di İstanbul ha rilasciato sette dei 19 imputati del processo ai giornalisti di Cumhuriyet e ha rinviato all’11 settembre l’udienza per il giudizio finale.
Articolo 21 ha seguito tutte le fasi del dibattimento iniziato il 24 luglio raccontando sia quanto avveniva in aula che all’esterno del Palazzo di Giustizia dove si è radunata una folla di operatori dell’informazione, politici, sindacalisti, attivisti e semplici lettori e cittadini che non hanno voluto lasciare, come abbiamo fatto noi di Articolo 21 dall’Italia, soli redattori, amministratori e avvocati dello storico quotidiano di opposizione.
Ne abbiamo parlato con Mariano Giustino, corrispondente dalla Turchia per Radio Radicale che era presente durante la testimonianza dei colleghi costretti a difendersi dall’accusa di terrorismo e alla lettura della sentenza.

Cosa è successo durante l’udienza? Su quali basi è stata assunta questa decisione?

“Durante questi 5 giorni sono stati auditi gli imputati e i loro avvocati al termine del dibattito la Corte Penale del Tribunale di Çalayan a İstanbul ha emesso la sentenza preliminare che ha deciso di confermare la permanenza in carcere, in attesa dello svolgimento del processo, che riprendera’ l’11 settembre, per 5 dei 13 imputati sotto inchiesta già sottoposti a carcerazione preventiva. Rimarranno in prigione dunque in attesa di giudizio, l’amministratore delegato della Fondazione Cumhuriyet, Akın Atalay, il direttore Murat Sabuncu e gli editorialisti e scrittori, Kadri Gürsel, Ahmet Şık e Kemal Aydoğdu. Turhan Güney è stato prosciolto e dunque è tornato in libertà mentre per gli altri 6, e cioe’, per il vignettista Musa Kart, Bülent Utku, Mustafa Kemal Güngör, Günay Öz e Önder Çelik, la Corte ha predisposto la scarcerazione con controllo giudiziario.
Per Ahmet Şık la Corte ha formulato una ulteriore denuncia penale per le accuse da lui rivolte al governo durante la sua deposizione. Diciassette di essi sono accusati di sostegno a organizzazioni terroristiche senza esserne membri. Uno di loro, İlhan Tanır, e’ accusato di essere membro di una organizzazione armata. E Ahmet Kemal Aydoğdu di essere dirigente di una organizzazione terroristica. La Corte ha poi eliminato le limitazioni che esistevano alle visite degli avvocati difensori ai loro assistiti in carcere.
I difensori hanno tentato di smantellare nelle loro arringhe i capi di accusa e soprattutto l’assurdità’ della carcerazione preventiva in questo specifico caso giudiziario.

Gli avvocati hanno tentato di smantellare con abilita’ le tesi accusatorie. Perché non è bastato?

“I difensori hanno posto l’accento sul fatto che la carcerazione preventiva e’ del tutto ingiustificata trattandosi di giornalisti ai quali si contesta il contenuto dei loro scritti e dunque non di essere elementi pericolosi. E tutto quello che hanno fatto e scritto e’ stato confermato da loro stessi nelle loro memorie difensive e dunque non sussiste nemmeno il pericolo di inquinamento delle prove, essendo le prove costituite appunto dai loro scritti. Oltretutto molti giornalisti si sono spontaneamente presentati in tribunale appena hanno saputo che la polizia si era presentata al loro domicilio per arrestarli. Uno degli avvocati difensori ha affermato che è il giornalismo ad essere sotto processo perché sono alla sbarra i titoli e i contenuti di articoli pubblicati su un quotidiano di opposizione. E che questo processo viola la legge turca tuttora vigente. Infatti l’attuale legge turca, nonché l’attuale Costituzione proteggono la liberta’ di stampa che e’ allineata a tutte le convenzioni internazionali. Come in tutti i paesi in cui vige la liberta’ di stampa, “se qualcuno ritiene che siano stati pubblicati articoli ingiuriosi e’ sufficiente sporgere denuncia contro i loro autori. Ma in tutti questi casi specifici nessuno ha mai presentato alcuna denuncia. Inoltre, ha sottolineato l’avvocato. Fikret İlkiz, il pubblico ministero Murat İnam che aveva incriminato i giornalisti adesso a processo, e’ stato poi a sua volta accusato di appartenenza a FETÖ, la comunita’ religiosa di Fethullah Gülen, marchiata dal governo turco con l’appellativo di FETÖ, acronimo di: Organizzazione terroristica dei seguaci di Fethullah Gülen. E’ adesso e’ in liberta’ in attesa di giudizio perché sta beneficiando della presunzione d’innocenza.

İlkiz ha detto: “La presunzione d’innocenza e’ un principio giuridico uguale per tutti e non dipende dal titolo della persona. Gli imputati sono riusciti a far passare questo principio?

“Noi che abbiamo seguito questo straordinario e interessante processo abbiamo potuto rilevare che gli imputati che erano sotto accusa per i loro scritti si sono difesi in modo eccellente, tale da fare scuola. Hanno ribaltato le accuse loro rivolte mettendo sotto accusa i 15 anni di governo dell’AKP, evidenziando la connivenza che vi e’ stata tra il partito di governo, di cui e’ fondatore Erdoğan, e la Cemaat di Gülen, descrivendo questa forte allenza che vi e’ stata come una strategia comune mirante alla sostituzione dell’apparato burocratico-amministrativo kemalista con uno che fosse vicino al partito di governo e alla organizzazione islamica di Gülen. Una infiltrazionde dunque di tutto l’apparato statale voluta, concordata e organizzata da entrambi questi attori.
E dunque si tratterebbe di una interpretazione dei 15 anni del governo AKP completamente diversa che vorrebbe accreditare Erdoğan.

Gülen e la sua comunità erano sostenuti e promossi dall’AKP. Quando sono cambiati gli equilibri?

Gülen era considerato una persona affidabile e degna di grande rispetto e il suo modello educativo diffuso in 140 paesi del mondo era considerata una eccellenza che tutti i diplomatici turchi promuovevano nei diversi paesi. Poi vi e’ stata la rottura perché Gülen voleva un potere maggiore all’interno dell’alleanza e questo e’ stato visto da Erdoğan come una minaccia al suo potere personale essendo Gülen una figura molto carismatica nell’ambiate conservatore e islamico del paese. Dunque per tutto questo si e’ scatenata una feroce lotta per il potere tra le due organizzazioni.
Ed Erdoğan ha incominciato quindi a colpire l’impero economico-finanziario ed educativo di Gülen messo in piedi nel corso di circa 50 anni, accanendosi contro le sue scuole e universita’ e contro il suo impero commerciale, iniziando nel 2013 con la chiusura delle Dershane, le famose scuole della Cemaat per la preparazione degli studenti agli esami di accesso ai licei e alle universita’.

Gli imputati hanno accusato l’AKP e il suo governo di aver avuto delle gravi responsabilita’ nel non aver neutralizzato subito il colpo di stato fallito del 15 luglio scorso.

“Questo processo appare dunque, a nostro avviso, fondamentale per la comprensione dei quindici anni di potere del governo AKP, della sua strategia, dei suoi obiettivi per la costruzione di quella che Erdoğan chiama la nuova Turchia che prevede lo smantellamento della impalcatura istituzionale-costituzionale laica e liberale, nonché della struttura sociale della Turchia repubblicana fondata da Mustafa Kemal Atatürk. Sotto processo dunque si sono trovati in questi 5 giorni l’AKP e il suo governo, grazie alle memorie difensive di Murat Sabuncu, di Çentikaya, di Kadri Gürsel e prevalentemente, e magistralmente, di Ahmet Şık. Questo processo non ci aiuta solo a comprendere meglio 15 anni di governo AKP, ma anche alcuni dei principali fatti della politica turca degli ultimi 37 anni, dagli anni successivi al colpi di stato militare del 1980 ad oggi. Un processo che andrebbe studiato nelle accademie di tutti i paesi d’Europa”.

E’ interesante analizzare le memoria difensive di alcune firme piu’ prestigiose finite sotto processo. Qual è il tuo punto di vista?

“Le testimonianze paradigmatiche di questo processo, che passeranno alla storia, sono senza alcun dubbio, quelle degli editorialisti e scrittori Kadri Gürsel e Ahmet Şık e cioe’ quelle di coloro che col quotidiano Cumhuriyet collaboravano, ma che non ne hanno fatto parte in maniera organica e provenienti tra l’altro da esperienze editoriali diverse.
Come’ scrive l’editorialista Kadri Gürsel, che e’ tra i 19 imputati in questo processo, la prima accusa è quella di aver comunicato con 92 persone sospette, che usavano ByLock, l’applicazione di messaggistica per smartphone che sarebbe stata utilizzata dalla Cemaat di Gülen per comunicare in anonimato.
Infine l’altra difesa paradigmatica e quella di Ahmet Şık che subito dichiarato davanti alla 27ma corte penale di İstanbul: ‘’La mia non è una difesa, ma un atto di accusa’’. Ricordiamo che Şık fu uno dei primi in Turchia a denunciare con i suoi scritti l’infiltrazione della rete gülenista negli apparati dello stato e a descrivere le modalita’ di questa infiltrazione. Fu per questo incarcerato nel Marzo 2011, nell’ambito dei processi Ergenekon ed OdaTv e fu accusato di “appartenere alla presunta organizzazione terroristica kemalista che avrebbe tramato per rovesciare il governo dell’AKP e di incitare la società all’odio”, per aver scritto un libro intitolato “L’esercito dell’Imam” che non fu mai pubblicato perché subito sequestrato, dalla magistratura vicina a Gülen. Şik rimase in carcere per 1 anno e poi fu liberato quando si scopri’ che l’inchiesta Ergenekon con la quale furono messi sotto processo l’ex capo di stato maggiore dell’esercito e alti ufficiali militari, assieme a numerosi giornalisti, era un’inchiesta fabbricata ad arte per liberare dall’amministrazione dello stato e dai vertici militari il personale kemalista. Ed ora paradossalmente Şık e’ stato nel novembre scorso arrestato per sostegno non solo alla Cemaat di Gülen, ma anche di sostegno al PKK e al DHKP-C, una organizzazione di sinistra rivoluizonaria di stampo maoista resasi responsabile di attentati a magistrati. Davvero incredibile.

Ritieni che la difesa di Ahmet Şık, come quelle di Kadri Gürsel e Murat Sabuncu e gli altri imputati eccellenti in questo processo siano dei veri atti di accusa contro il governo AKP?

“Assolutamente. In modo chiaro. Gli avvocati hanno smantellato le tesi accusatorie, basate essenzialmente su articoli da loro scritti, evidenziando responsabilità del governo turco nell’alleanza con la rete Gülen e nel fallito golpe del 15 luglio”.

Cosa rischiano i giornalisti rimasti in carcere al termine di questo processo?

“Se condannati, dovranno scontare pene pesanti che puo’ variare dai 7 ai 43 anni di carcere. Molti degli imputati erano gia’ in prigione da 270 giorni.
I Pubblici ministeri chiedono dai 7 ai 15 anni di carcere per l’ex direttore Can Dündar, l’attuale direttore Murat Sabuncu, Kadri Gürsel, Aydın Engin, Bülent Yener e Günseli Özaltay per “sostegno ad un’organizzazione terroristica armata non essendo membro.
Akın Atalay, Mehmet Orhan Erinç e Önder Çelik sono accusati di “aiutare un’organizzazione terroristica armata senza esserne membro” e per rivelazioni di segreto di Stato, e rischiano una pena da 11,5 e 43 anni di carcere. Tra i 9,5 e i 29 anni di carcere sono richiesti per Bülent Utku, il vignettista Musa Kart, Hakan Karasinir, Mustafa Kemal Güngör e Hikmet Aslan Çetinkaya sempre per gli stessi reati”.

Come viene vissuto dall’opinone pubblica questo processo?

“Come e’ facile immaginare, le notizie del processo ai giornalisti di Cumhuriyet le troviamo soltanto su quei pochi giornali di opposizione rimasti, e che non sappiamo ancora per quanto tempo resteranno in vita, e parliamo dello stesso quotidiano indipendente vicino alla sinistra socialdemocratica Cumhuriyet, dei quotidiani di sinistra Birgün e Evrensel e del quotidiano kemalista Sözcü. İ media radiotelevisivi se ne sono occupati pochissimo. Quelli statali e filogovernativi (che sono quasi tutti) non se ne sono occupati per nulla.
Sui quotidiani filogovernativi, del processo non vi e’ traccia. Li’ dove, come su Sabah, ve ne e’ qualche parvenza, e’ solo per bollare gli imputati come personaggi al servizio del terrorismo.

Qual è la situazione attuale in Turchia? Sarà ulteriormente prorogato lo stato di emergenza?

“Lo Stato d’emergenza è stato prorogato il 19 luglio scorso per la quarta volta consecutiva dal 20 luglio 2016, soli 5 giorno dopo il tentato golpe. Lo stato d’emergenza sostiene l’opposizione, introdotto ufficialmente per combattere l’infiltrazione della rete eversiva di Gülen negli apparati dello stato, serve in realta’ al presidente turco per varare i famigerati decreti KHK provvisori che non necessitano di alcun passaggio parlamentare e che vengono varati tutte le volte che si vuole attuare una misura di repressione giustificata dalla «sicurezza del paese». Dal fallito golpe ad oggi ne sono stati varati bel 26. Questa e’ una delle tragedie che sta vivendo la Turchia. Perché proprio in virtu’ di quesit decreti sono stati epurati dalla pubblica amministrazione 160 mila dipendenti.
Quando entrera’ in vigore a pieno regime la riforma presidenziale con poteri esecutivo Erdoğan non avra’ piu’ bisogno dello stato di emergenza perché avra’ di fatto i poteri per varari decreti sulla sicurezza pubblica tipo KHK senza avvalersi necessariamente dello stato di emergenza. Quindi sicuramente lo stato d’emergenza dopo le prossime elezioni politiche sara’ tolto, perché sostituito da uno permanente”.

Le violazioni dei diritti umani vanno di pari passo con il bavaglio turno?

“Per quanto riguarda la liberta’ di stampa, ricordiamo che 301 sono i giornalisti messi a processo in Turchia negli ultimi 3 mesi e sono 41 i giornalisti che sono stati messi a processo per avere espresso solidarietà al quotidiano filocurdo Özgür Gündem, chiuso lo scorso anno. Lo stesso Onderoglu di Reporter Sans Frontiere fu arrestato e rilasciato dopo qualche mese per aver espresso solidarietà verso il quotidiano filocurdo. Le cifre della repressione della libera stampa in Turchia sono impressionanti: 159 giornalisti sono tuttora in carcere. 216 sono sottoposti a procedimenti giudiziari.
23.308 giornalisti hanno perso il lavoro. 180 media sono stati chiusi, tra cui 31 canali televisivi, 5 agenzie di stampa, 62 giornali, 19 riviste, 34 radio, 29 case editrici. Tra il 2003 e il 2016: 16.458 giornalisti stati stati incriminati
Dopo il fallito golpe, con l’introduzione dello stato di emergenza, il governo Erdoğan ha licenziato 3.979 giudici e pubblici ministeri, cioe’ un terzo dei rappresentanti del potere giudiziario Oltre 100.000 persone sono state incriminate. Circa 150 000 dipendenti pubblici sono stati licenziati, tra cui insegnanti, accademici e giornalisti. di cui 5 appartenenti al corpo di supervisione giudiziaria e numerosi giudici dell’Alta corte, finendo col compromettere del tutto l’indipendenza del sistema giudiziario, cosa questa che si e’ manifestata in tutta la sua gravita’ gia’ in occasione del referendum.

Dopo il successo della ‘marcia per la giustizia’ è cambiato qualcosa negli equilibri del Paese?

“Si’, ma soprattutto dopo il referendum del 16 aprile. L’opposione ha sfiorato la vittoria del NO, nonostante le modalita’ inique in cui si era svolta la campagna elettorale. L’opposizione ha denunciato anche il fatto che erano state cambiate le regole del gioco a gioco iniziato durante lo spoglio delle schede. E quella notte, sostiene şl CHP e l’HDP erano stati compiuti brogli e per questo non riconoscono il risultato del Referendum. Per le opposizioni la Riforma della Costituzione in senso prsidenziale cosi’ come voluta da Erdoğan non deve essere assolutamente introdotta, perché illegittima. L’opposizione, grazie al risultato del 16 aprile, una vittoria mancata per le opposizioni, ha capito di essere ancora capace di incidere e di mettere in crisi il regime di Erdoğan. Ha preso vitalita’ e slancio e la marcia per la Giustizia e per lo stato di diritto di Kemal Kılıçdaroğlu ha contribuito a dare loro un impulso e fiducia per proseguire la lotta”.

 

 

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