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La guerra non e’ ancora finita. Diario da Mosul (seconda parte)

 
Dieci pullman, sotto protezione militare, per andare a Mosul. Festeggeremo il fine ramadan nella parte liberata della città, portando 20.000 libri all’università  distrutta dall’ISIS (organizzato da Mohamed Daraji regista film e il ministero dell’infrastruttura.)
Ore  di pullman, strade sempre più sfatte, checkpoint. Cerco di preparare il monologo per la sera davanti al pubblico di Mosul. Ma come posso parlare dell’uomo che viene decapitato perché stava fumando, della famiglia morta sotto i resti della casa bombardata, gli stupri, le donne in vendita, la paura… davanti alle persone che l’hanno vissuto? Si rompe il nostro pullman  e ci spostiamo in un altro… Trovo Jahja Al Allaq del Film Centre di Baghdad, Ameen Mokdad, violinista di Mosul, scappato a Baghdad.  Una volta aveva tanti strumenti musicali. ISIS ha portato via tutti suoi strumenti e lui e’ finito per mesi in carcere.  Quando l’hanno rilasciato, voleva continuare a fare musica, non avendo più strumenti ne ha inventato e creato uno nuovo.  Suona il violino sul pullman durante il viaggio mentre passano  case,  palazzi, villaggi interi distrutti del distretto di Salah ad Din (Tikrit), e alcuni ricordi di tempi passati, un giardino, un albero, alcune case sopravvissute, la bellezza del verde vivo di alcune piante, le decorazioni arabe di alcune case…
Mangiamo in un grande caos in un ristorante… 300 persone che mangiano di fretta in un ristorante di strada!  Dopo 8 ore di viaggio arriviamo al “famoso ponte” dove le forze militari  avanzarono verso la città di Mosul. I  contrasti diventano sempre più forti,  la gioia della liberazione, il dolore per i tanti morti,  case e palazzi distrutti, segni delle crudeltà infinite vissute sotto l’ISIS.
Un uomo anziano di Baghdad scende dal pullman, porta un mazzo di fiori sulla schiena a la bandiera irachena in mano  e corre verso la fine del ponte. Mentre avviciniamo il centro si vedono sempre più bambini, adulti che ci salutano, ma anche sempre più distruzione, sempre più buchi  degli spari nelle mura delle case ancora in piedi, le macerie dei  monumenti assiri, l’ospedale sventrato.  Dove andranno adesso i feriti, i malati?
Poi il campus dell’università, completamente distrutto. Siamo a piedi. Da lontano voci, sembra quasi una dimostrazione, voci sempre più forti, ci stanno dando il benvenuto. Una ondata di gratitudine per il nostro arrivo, che trascina il dolore di una guerra ancora non finita, una ondata di abbracci, di domande,  perché siamo venuti,  who are you, where are you from, puoi dare un messaggio  a Mosul sul telefono, il mangiare fatto a casa, vieni vieni, mangia un piatto speciale di Mosul. Abbraccio donne, piangiamo insieme mentre non lontano; le nuvole nere della guerra in corso all’altro lato della città. Quanti morti, l’ISIS non si arrende facilmente. Sembra che le esecuzioni, le crudeltà dell’ISIS si sono spostati ad un ora e mezzo di Mosul… Andiamo dove avremo dovuto fare un concerto, il monologo… Sembrava di essere in uno stadio pieno di tifosi, grida, slogan, fuochi di artificio  e un altra volta abbracci… l’impianto audio e’ di pessimo qualità, con un eco che si ripete tre volte e non fa capire i discorsi ufficiali. Quante persone ci sono 2.000 3.000 4000? Militari cercano di tenere la situazione in mano. All’inizio del concerto salta l’impianto… Riprende… Impossibile fare il monologo. Dico nei microfoni, Hello Mosul, ho visto il dolore nei vostri occhi, ho visto la vostra città distrutta,  ma anche la vostra speranza e determinazione di ricostruire tutto… C’e’ la speranza per un futuro diverso… E canto… Cosa si può dire, in una situazione simile? Non ci sono parole adatte.  Poi.. il caos, un ora circondata da giovani, che vogliono un selfi, parlare, capire… Sono l’unica straniera…
Durante il viaggio di ritorno Ameen dice che ha visto uno dell’ISIS nel comitato di organizzazione per il nostro arrivo,  sicuramente ce ne saranno stati di più.  Cercano di cambiare il loro aspetto. Uno era andato dal barbiere, chiedendo di togliere la barba caratteristica dell’ISIS. Il barbiere l’ha messo un asciugamano intorno al collo ed e’ uscito chiudendo la porta a chiave, correndo verso la polizia per farlo arrestare.
La guerra non e’ ancora finita. Si possono ascoltare storie terribili: un padre cercava di scappare verso i militari che stavano liberando la città, con due figli piccoli, che piangevano, e cosi i cecchini dell’ISIS gli spararono, uno dei figli muore. Il padre rimane sdraiato per strada vicino a tutti due, coprendo con la mano la bocca del più piccolo, che e’ vivo, per farlo stare in silenzio. Rimangono cosi per terra, per ore. In un momento senza spari, corre via portando con se il figlio. Al suo arrivo si rende conto che ha lasciato il figlio vivo  per terra, e che si e’ portato quello morto. No, non posso immaginare come si e’ sentito, no…
Durante il viaggio di ritorno dormiamo in un campo militare. Dove festeggiamo ancora il fine ramadan e mangiamo alle 3 di notte una cena con carne riso frutta…
Nel frattempo qua alcune cifre che fanno capire la realtà irachena rispetto alla guerra e l’ISIS. Martedi 4 luglio: 278 civili uccisi. Tal Afar: 200 esecuzioni, Hawija: 60 esecuzioni, Mosul: 16 corpi.
Lunedi 3 luglio : 123 civili uccisi. Mosul: 74 corpi; 29 da bombe suicidio; 9  da mortaio; 3 esecuzioni. Hawija: 3 esplosioni.
Sto correggendo, in una stanza buia a Bassora, sono le 15.30, fuori 50 gradi e… niente elettricità, ventilatore, aria condizionata.

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