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La morbosità non è del libro di Siti, ma dei suoi detrattori

 

di Goffredo Fofi

Va letto, “Bruciare tutto”, e va considerato attentamente il quadro che dà della nostra società presente e la precisione con cui sa descrivere il confuso cattolicesimo odierno, che non sa rendersi conto  delle sue responsabilità e dei suoi compiti, in una società della cui superficialità morale porta molta colpa.

Non mi pare che l’ultimo romanzo di Walter Siti Bruciare tutto (Rizzoli) sia stato letto con la dovuta attenzione, privilegiando invece pettegolezzi e morbosità di vario genere solo in minima parte giustificati dal libro, scatenati da una laureata di scarsa visione e per questo coronata da successo “repubblicano”. A me è sembrato un grande romanzo sull’Italia di oggi, un romanzo disperato e che sfiora un nichilismo da cui siamo in tanti a doverci guardare, spaventati dallo stato delle cose. Un romanzo che fotografa l’Italia di oggi meglio di ogni altro – e davvero si dovrebbe prestare sempre meno attenzione alla centinaia di lagnose e pretenziose cronachette degli scriventi, cento alla settimana e tutte, quale più e quale meno, fondamentalmente superficiali.

Bruciare tutto non mi pare un romanzo perfetto – forse perché troppo mimetico e abbondante ma anche perché è tutto dentro il mondo di oggi, in particolare la Milano di oggi – ma racconta ottimamente, anche nelle sue ambiguità e compiacenze, non solo nelle sue asperità, il mondo cattolico italiano e l’impressione che se ne ricava è che sia questo il solo mondo in cui si sia, pur confusamente, presenti ai tempi che sono nostri, e che l’unica cultura viva sulla nostra scena (in senso proprio e in senso antropologico) sia quella cattolica. Lo dico da cristiano non credente, che venera il Figlio, e che ha trovato una sua collocazione nella definizione che fu di Ignazio Silone, di «cristiano senza chiesa e socialista senza partito», ma che si è trovato da sempre molto vicino a certe parti del cattolicesimo italiano e molto lontano, dagli anni Settanta del Novecento in avanti, alla sinistra ufficiale come a quella marginale, che non sono state in grado di dire e di proporre nulla che fosse adeguato ai bisogni, alle domande, alle paure del presente e alle preoccupazioni per il futuro. Per non parlare dei cosiddetti laici, che si sono anche loro bellamente suicidati per amor di denaro e di potere e hanno finito per considerare loro maestri perfino Scalfari e il post-comunista Napolitano.

Nel romanzo di Siti trovo la conferma che solo il mondo cattolico, anche nell’Italia di oggi, si agita e cerca e propone, per quanto confusamente e per quanto pieno anch’esso di opportunismi e di conformismi. Sta nel presente e lo subisce, ma cerca di capire la mutazione immensa dell’economia e delle società, e di contrastare la manipolazione delle coscienze voluta dal potere e dalla sua comunicazione. Di capire e di reagire, sia pur confusamente e spesso contraddittoriamente, cercando un cristianesimo all’altezza del nostro oggi e del nostro domani. È, ne sono convinto (anche se non contento, venendo da una fallimentare storia della sinistra), l’unica realtà intellettuale e morale importante nel nostro paese, come il romanzo di Siti mi pare dica e dimostri. Va letto, Bruciare tutto, e va considerato attentamente il quadro che dà della nostra società presente e la precisione con cui sa descrivere il confuso cattolicesimo odierno, che non sa rendersi conto  delle sue responsabilità e dei suoi compiti, in una società della cui superficialità morale porta molta colpa.

La morbosità non è del libro ma dei suoi detrattori, ché si sono accaniti su cose del tutto secondarie evitando di vedere e ragionare la sua complessa e articolata visione dell’Italia in cui viviamo, dimenticando che al loro centro c’è il suicidio di un bambino e quello di un prete, per motivi che potremmo dire dostoevskiani, non sessuali, e per orrore del mondo e non per loro colpe. Dispiace che i cattolici abbiano perso l’occasione per discutere all’altezza che merita un libro molto importante e molto bello, prigionieri anche loro dei loro pregiudizi e della volgarità della comunicazione. L’Italia che Siti racconta è l’Italia in cui noi ci agitiamo, è il purgatorio in cui viviamo fingendoci idiotamente di essere, individualmente o con i nostri quattro consanguinei e sodali, sani e salvi.

Tra le poche resistenze al disastro che il mondo ci propone, si trovano oggi in prima fila certe chiese, le cui responsabilità sono enormemente aumentate ma che sembrano sole a tener testa alla crisi e decadenza delle società costituite, all’aggressione dei poteri, ai pericoli incombenti, ai disastri in atto. Esse si portano però appresso il peso di un conformismo radicato, di una pigrizia conoscitiva e morale coltivata nei secoli. La pedofilia non c’entra, e nel libro di Siti è un argomento secondarissimo ancorché affrontato secondo una sorta di retorica di pansessualismo gay a volte ossessivo. I cattolici dovrebbero essere grati a Siti per il suo romanzo, che li racconta come gli unici italiani vivi e che cercano di reagire e di fare in un contesto dove domina l’ignavia. Sono vivi, anche se confusi, in un paese di zombies. E però si sente fortemente il bisogno che da quel mondo si  esprimano non solo le buone pratiche ma anche un pensiero all’altezza dei tempi in cui viviamo, che continuiamo a vivere in atmosfere da commedie all’italiana invece che con il senso della tragedia che ci circonda. I Maritain e i Bernanos (e i Bonhoeffer e i Böll) non hanno avuto e non hanno equivalenti in Italia,se non tra pochi preti molto di frontiera, ma è di pensatori del loro calibro che il mediocre cattolicesimo culturale di oggi avrebbe un grandissimo bisogno. E avremmo bisogno anche noi.

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