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L’editto bulgaro e l’inizio del buio

 

Le feroci polemiche che hanno investito in questi giorni Report e il Fatto Quotidiano, gli attacchi concentrici contro alcuni giornalisti, rei unicamente di aver svolto e di voler continuare a svolgere in maniera dignitosa il proprio lavoro, la cortina fumogena sollevata da una politica incapace di rispondere e desiderosa di nascondere dentro capienti armadi le proprie malefatte: chi ha buona memoria sa che questa deriva non è iniziata ora. E per quanto non ci piaccia nemmeno un po’ l’attuale classe dirigente nel suo complesso, va detto, per onestà intellettuale, che se può dire ciò che dice e fare ciò che fa, comportandosi con tanta tracotanza e sommergendo di insulti chiunque si ribelli alla logica del vassallaggio, è perché questo disastro va avanti ormai da troppo tempo, al punto che le difese immunitarie del Paese si sono particolarmente indebolite e l’opinione pubblica si è pressoché assopita.
Potremmo partire dai tempi della P2 e delle liste ritrovate nella residenza del “Venerabile” a Castiglion Fibocchi ma era, oggettivamente, un’altra stagione e, dunque, facciamo risalire l’inizio del buio ad una data ben precisa e assai più recente: il 18 aprile 2002.

Esattamente quindici anni fa, da Sofia, parlando con un gruppo di imprenditori italiani, Berlusconi disse senza remore che l’uso che Biagi, Santoro e Luttazzi avevano fatto della tv pubblica pagata con i soldi di tutti era un uso criminoso e che fosse preciso dovere della nuova dirigenza far sì che ciò non avvenisse più. Non è avvenuto più. Biagi è tornato in RAI solo pochi mesi prima di morire, Santoro vi è tornato nel 2006 grazie ad una sentenza del tribunale, Luttazzi non vi è mai più tornato, almeno in RAI, e Sabina Guzzanti nemmeno, senza dimenticare tante altre censure piccole e grandi nonché l’allontanamento di de Bortoli dalla direzione del Corriere della Sera.
Da allora, nel mondo del giornalismo, tutto è cambiato in peggio, tanto che ormai non c’è quasi più bisogno della censura, per il semplice motivo che esiste l’autocensura e funziona a meraviglia: averne puniti alcuni, secondo la lezione militare del generale Giáp, è servito ad educare e ricondurre alla logica del vassallaggio tutti gli altri, e coloro che si oppongono a questo sopruso, a questa violenza, a questa barbarie inaccettabile non ricevono alcuna solidarietà né comprensione né stima bensì l’invito, anche da parte di un nutrito numero di colleghi, a lasciar perdere e ad allinearsi.

Da circa quindici anni, la nostra posizione nelle classifiche internazionali sulla libertà di stampa è, a dir poco, imbarazzante, oltre ad aver dovuto patire l’onta di essere stati inseriti da Reporter Sans Frontières nell’elenco dei paesi semi-liberi, finendo sotto ad alcuni stati africani e nemmeno dei più avanzati.
Ma qualcuno ha mai fatto davvero il conto delle conseguenze di questa vergogna? Davvero credete che sia casuale che negli ultimi quindici anni le uniche economie fiorenti siano state quelle legate alla corruzione e alle mafie mentre il Paese è sprofondato e i giovani hanno ripreso ad emigrare per mancanza di lavoro e di prospettive? E davvero credete che sia un caso se oggi abbiamo una classe dirigente fra le peggiori al mondo, senz’altro la peggiore di sempre nella storia d’Italia, al punto che molti osservatori internazionali hanno già i capelli ritti per ciò che potrebbe accadere dopo le prossime elezioni?
E il conformismo, l’informazione stereotipata e inadeguata, i giornali e i telegiornali ridotti, complessivamente, a megafoni di questo o quel potere, di questa o quella lobby, di questo o di quell’editore impuro? E le mega-concentrazioni editoriali che nuocciono ai princìpi del pluralismo e del libero mercato, tanto cari ad alcuni personaggi finché si tratta di togliere diritti ai lavoratori comuni ma ampiamente ignorati quando si tratta di coltivare, invece, gli affari propri?
E il moltiplicarsi di conflitti d’interessi che hanno finito col soffocare la libera impresa e, soprattutto, gli imprenditori onesti che si rifiutano di ungere le ruote della peggior politica e di una burocrazia elefantiaca o che non frequentano determinati circoli di potere? E il suddetto potere, reso fragile dalla mancanza di una struttura autorevole alle spalle, che pertanto si affida alla legge della giungla e non più a quel capitalismo relazionale fondato sui patti di sindacato che, sia pur con mille difetti, era di gran lunga preferibile alla babele attuale?

Molti dei mali del nostro Paese sono iniziati allora, quindici anni fa, in un giovedì bulgaro passato alla storia come il giorno della vergogna e dell’attacco all’articolo 21 della Costituzione, ossia a uno dei capisaldi del nostro vivere civile.
In questi quindici anni, spesso in compagnia di pochi ribelli e molti cittadini, di tutte le idee politiche, abbiamo lottato in questo campo profughi telematico, nelle strade e nelle piazze contro tutte le censure, contro tutti i bavagli e contro tutte le minacce e le intimidazioni rivolte a quei professionisti determinati a mantenere la schiena dritta e la testa alta. Sappiano, i censori di ieri e di oggi, che continueremo a farlo, anche in questa stagione trumpista nella quale l’aggressione ai giornalisti scomodi è diventata planetaria e in molte parti del mondo non si limita alle querele temerarie o alle violenze psicologiche ma può costare ai mal capitati il carcere o addirittura la vita.

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