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Integrazione o disgregazione?

 

di Biagio de Giovanni (filosofo, già parlamentare europeo e professore emerito di Filosofia politica all’Università Orientale di Napoli)

Molti i problemi che si trova di fronte l’unione: la Brexit, i muri e le rivendicazioni nazionali, la perdita di consenso nell’opinione pubblica, l’euro, l’immigrazione.

A sessanta anni dalla sua nascita il processo di integrazione europea conosce la sua crisi più devastante. Come se il motore si fosse imballato, le idee indebolite, il processo reale si fosse caricato di contrasti e di incomprensioni. Fatti disgregativi sono già avvenuti, quello che si chiama Brexit, un avvenimento senza precedenti, la fuoriuscita di un membro, problematico ma influente, come la Gran Bretagna (o l’Inghilterra, si vedrà); il piccolo blocco dei paesi dell’Est (individuati come “Gruppo di Visegrad”), che vivono come una piccola Europa appartata, chiusa in un recinto fatto di muri e di rivendicazioni nazionali.

Ma soprattutto intorno, dove vive la grande Europa continentale, quella che ha dato avvio a tutto, si vivono incertezze, cadute di consenso nell’opinione pubblica e soprattutto divari tra nazioni e stati che non promettono facili risposte ai problemi che sono sul tappeto: dalla grande questione dell’immigrazione, con una Italia sostanzialmente isolata come primo paese d’accoglienza, alle difficoltà serie che ha attraversato e attraversa il cammino della moneta unica, il più grande fatto aggregativo che sia avvenuto nella storia dell’Unione che però oggi misura i suoi lati deboli e promuove piuttosto spinte disaggregative. Le quali mostrano, a piena evidenza, come l’isolamento della dimensione monetaria dalle altre (economica, sociale, politica) conduca verso uno squilibrio, una dissimmetria tra gli stati che ne fanno parte, con una egemonia dello Stato più forte che è indubitabilmente la Germania.

I riflessi politici di questa crisi, nelle opinioni organizzate dei vari stati, sono sotto gli occhi di tutti. Nel crogiuolo delle opinioni pubbliche, da sempre nell’insieme favorevoli maggioritariamente al processo di integrazione, si sono verificati, come accennavo, smottamenti gravi, si sono messe in moto forze organizzate che, chiamate “populismi”, tengono ancora la scena. Da destra e da sinistra, rivendicando rispettivamente più sovranità nazionale o più sovranità sociale, con temi e sensibilità che si intrecciano, offrendo un quadro anche politicamente inedito e per molti aspetti mescolato. E va subito detto che non si tratta di movimenti campati per aria, di pure aggregazioni tenute insieme dalla demagogia, ma che hanno la loro base in problemi e difficoltà reali. Giacché, per davvero, sia la perdita di sovranità nazionale sia di sovranità sociale si sono risolte in un indebolimento effettivo di quello spazio in cui le democrazie moderne sono nate e si sono sviluppate, che è lo spazio dello Stato-nazione diventato, nel dopoguerra, Stato sociale.

Riemergono i problemi nascosti sotto il tappeto

Il problema, occultato nelle fasi di crescita dell’Europa, preavvertito nel 2005 dalla bocciatura franco-olandese della Costituzione europea, è esploso quando, nel 2008, ha fatto irruzione la crisi finanziaria che ha messo a nudo i limiti di una aggregazione puramente monetaria in presenza di una drammatica crisi sociale ed economica. E da allora la crisi dell’Europa continentale è diventata crisi di democrazia, nel senso che il luogo di nascita della democrazia moderna, lo Stato-nazione, è tornato a rivendicare i suoi diritti, le sue ragioni. Da allora gli squilibri tra Stati forti e Stati deboli è diventato patente. Ma con un cammino bloccato sia in avanti sia all’indietro: insegni la Grecia, nel suo piccolo. Dove una sinistra vincente nel referendum che fu proposto, diventata governo, ha fatto marcia indietro e si è dovuta piegare al governo della troika.

La lezione greca, largamente dimenticata, va nella direzione seguente: i populismi hanno le loro ragioni che agli inizi gli danno forza ma, quando si giunge al punto decisivo, le loro risposte sono regressive, impossibili, e ricadono sulla testa di quello stesso popolo che le ha messe in moto. Che voglio dire con questo? Che la crisi è vera, profonda, l’ho definita devastante, ed è crisi non solo istituzionale ma politica e democratica; che essa contiene aspetti che fanno tremare dalle fondamenta tutta la costruzione, ma le risposte regressive da parte di Stati e nazioni che dell’Europa non possono fare a meno, conduce in vicoli ciechi peggiori della dimensione seria dei problemi cui cercano di rispondere.

La Gran Bretagna è altra cosa, sempre con un piede dentro e uno fuori, senza moneta unica, senza l’adesione alla Carta dei diritti, con tanti opting out, come si chiamano, che hanno fornito una fisionomia tutta particolare alla sua adesione all’Unione: una fuoriuscita gravissima per mille ragioni, ma pur sempre di un Paese che ha avuto rapporti problematici con il continente. Ma ciò che rimane dell’Europa, e soprattutto quello che resta intorno al suo nucleo originario, non si può consentire risposte regressive che infine propongono il rinchiudersi di tutto, o quasi, nei vecchi recinti nazionali. Un passo indietro in questa direzione sarebbe catastrofico, insostenibile per la gran parte degli Stati europei. Che fare allora? Stante la realtà della crisi e l’impossibilità di voltare pagina senza affrontarla?

I dilemmi dell’Europa

A sessanta anni dalla sua fondazione l’Europa si trova di fronte a questo dilemma e non è affatto detto che abbia le risposte giuste e pronte, anzi. E, intorno, la prima grande crisi politica della globalizzazione (così personalmente interpreto i tratti di un disordine mondiale che ha condotto, tra l’altro, a Trump e alla Brexit, nonché al ritorno sulla scena dei protezionismi e della vecchia geopolitica impersonata soprattutto dalla Russia) non facilita certo una risposta consistente. Ma, per quel che ho detto, un tentativo deve esser fatto, e grande.

Ora faccio una previsione: le elezioni prossime in Francia e Germania daranno l’avvio al ridimensionamento dei populismi. Escludo la vittoria di Marine Le Pen in Francia, e la Germania è saldamente ancorata alla grande coalizione e solo si dovrà vedere quale accento prevarrà. Se questa previsione è fondata, da quel momento il processo europeo potrebbe cominciare faticosamente a invertirsi.

Non sarà facile soprattutto per la Germania, che è quello Stato oggi egemone per il quale mi è capitato già di citare un celebre verso di Catullo rivolto al suo amore: non posso vivere né con te né senza di te, che è lo stato delle cose in Europa: senza Germania tutto nel nulla, con la Germania tutto difficile. È la Germania che dovrà convincersi, nel suo stesso interesse, a diventare leader europeo, per una Germania europea non per una Europa tedesca. Tutto nasce da qui, senza poter ora entrare nel merito dei tanti problemi che si affollano, ma non mancherà certo il tempo per farlo. Non è detto che ciò avvenga e la situazione pantanosa e instabile di un altro Paese fondatore come l’Italia non promette niente di buono, ma la partita inizierà a giocarsi nell’anno che abbiamo davanti, proprio nel sessantesimo che ricorre. E siccome nella storia tutto può avvenire, anche una regressione e marginalizzazione di una civiltà come la nostra, io non manifesto una fiducia cieca nella capacità dell’Europa che c’è (che è tanta) di dare le risposte giuste, ma questa è la scommessa, pena la disgregazione di tutto ciò che per la prima volta può delinearsi al nostro orizzonte.

Da confronti 

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