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Un “compagno” in redazione

 

Ora Riccardo, parlo di Riccardo Orioles, ha una pensione in tasca per “meriti civili”. Ha 67 anni e il diabete. Ma non si ferma e sorride. Tre mesi fa trentaduemila persone hanno firmato la petizione on line “mandiamoinpensioneorioles”. E due giorni fa Lo Stato gli ha riconosciuto il beneficio della legge Bacchelli. Riccardo è mio fratello, adottivo, ma non è uno ruffiano e simpatico a tutti. Troppo coerente e dunque spiazzante. Come tutti quelli che credono – senza mediazioni o scorciatoie – al fatto che la vita senza idee non vale nulla. E così ha sacrificato a quella idea (“la fine del potere della mafia”) tutte le cose normali della propria vita: salute, carriera, conti, tempo, famiglia. Parliamo di antimafia, questa la mission di Riccardo, detto Ric. Chi è costui, ora che il governo italiano gli ha riconosciuto  una pensione per chiara fama e per meriti civili? Lui che in 40 anni di mestiere e molto snobbismo ha accumulato solo 4 anni di contributi, pur lavorando “abusivo” da decenni  e col tesserino rosso in tasca? E’ il primo giornalista a ottenere quel riconoscimento. Perché ha insegnato a tenere la schiena dritta a generazioni di studenti e a fare il mestiere di cronista a generazioni di ragazzi.

Riccardo ora è esattamente come era 37 anni fa quando a Catania abbiamo iniziato a fare il mestiere di cronista insieme. Alla scuola di Giuseppe Fava, detto Pippo. Il giornale si chiamava Giornale del Sud.

Lui è arrivato in quella redazione durante l’autunno del 1980. L’anno delle stragi di Ustica e della Stazione a Bologna, i mesi degli omicidi (a Palermo) del  presidente della Regione Piersanti Mattarella e del procuratore capo Gaetano Costa. Piccolo piccolo, come ora, una specie di nanetto, pieno di energia intellettuale, ma – proprio come uno di quei personaggi letterari dell’Ottocento – malandato fisicamente. E curiosissimo. Quell’anno, primavera 1980, aveva vinto, trentaduenne, una borsa di studio dell’ordine regionale dei giornalisti e si era presentato a Pippo Fava, come se lo conoscesse da sempre.

«Mi hanno parlato molto bene di lei, direttore. Ho letto i suoi libri: non male Passione di Michele! Vorrei lavorare qui», proclamò, esordendo senza mai togliere la pipa dai denti, guardandosi intorno come un turista fortunato poiché capitato per un colpo di fortuna nel luogo giusto. Poi, incrociò le mani, demordendo la pipa e stringendola in mano come se fosse una tazzina di tea, in attesa di una risposta di Fava prendere-o-lasciare.

Lui è di Milazzo, provincia di Messina e al borgo dei pescatori lo chiamano ancora oggi “il professore”, perché sempre con un libro cartaceo in tasca. A quel punto aveva fatto il ’68, scritto qualche pezzo su Lotta continua prima e il manifesto poi e preso botte dai fascisti davanti all’università di Messina.

«Ma qualche botta l’ho data anch’io», chiosava per autoironico e combattivo dovere di cronaca, sapendo di non essere in grado di ferire neanche una mosca.

Raccontava (e continua a raccontare ancora ora, 40 anni dopo) con solennità di aver appreso i primi rudimenti di giornalismo e soprattutto il gusto della militanza da Giobatta Canepa, comandante partigiano, genovese, uomo di stile pertiniano e militanza comunista, il quale villeggiava a Milazzo e durante le torride estati trascorse al Capo raccontava al giovane “compagno” Orioles le vicende della Resistenza.

Il pomeriggio del suo arrivo al Giornale del sud, aveva suscitato l’ilarità di tutta la redazione. Si era seduto nel corridoio del giornale, aspettando di parlare col direttore Pippo Fava.

«Salve, sono Orioles», aveva detto ad un certo punto entrando nella stanza della cronaca. Aveva preso di scatto una Olivetti lettera 32 dal tavolo. E si era messo a scrivere freneticamente nel corridoio, con la macchinetta poggiata sulle ginocchia, non si sa cosa.

«Lavorerà con voi…Sembra uno in gamba», annunciò più tardi Pippo Fava sorridendo.

«E’ un tipo un po’ strano, ma un buon acquisto…», aggiunse il direttore.

Riccardo si era stabilito qualche giorno dopo a Catania, aveva preso una stanza a pensione da una signora grassa che si chiamava Oteri e affittava equivocamente camere proprio accanto a piazza Duomo. Aveva anche comprato una vecchia Citroen familiare, bianca, che sembrava un’autoambulanza e faceva un rumore d’inferno, preannunciando in lontananza il suo arrivo al giornale.

Un pomeriggio era entrato salutando: «Ehilà!».

Aveva messo la sua vecchia borsa sul tavolo, dichiarando: «Beh, mi siederei qui».

Aveva tirato fuori una copia dei lirici greci tradotti da Quasimodo e tre scatole di puzzolente tabacco trinciato, poggiando tutto sul tavolo. Si era seduto e guardato intorno, sorridendo per lunghi attimi, in silenzio.

Poi, aveva iniziato a fare domande a tutti (lo fa ancora oggi), con cortesia ma diretto, cominciando nel medesimo tempo a disegnare fogli su fogli con pugni chiusi, slogan di Che Guevara e freccette che indicavano qualcosa di indefinito fuori dallo spazio bianco. Era un vero “compagno”, l’unico, tra i cronisti di nera di quel giornale, che avesse una storia di militanza politica alla spalle.

In quel giornale che oggi non c’è più, si occupava di nera, traffico di droga e di criminalità. Scriveva come se non avesse mai fatto altro nella vita. Leggeva ogni cosa gli passasse sotto gli occhi, rapidissimo. Per conoscere la città, faceva schemini su tutto: gli uomini della questura, i magistrati, i gruppi criminali, le zone di influenza delle diverse “famiglie”, i quartieri. Diventò presto una piccola banca-dati a disposizione degli altri cronisti.

Suscitava l’ilarità di tutti quelli che lo incontravano per strada, con quella sua aria da monaco laico o da marziano sbarcato in città da poche ore. Ma a lui sembrava non importare molto e non importa ancora oggi. Perché forse si diverte così e ride di se stesso. Ma gli importa molto degli altri, soprattutto ai ragazzi persi. Un po’ Robin Hood, un po’ Peter Pan, antimafiosi, certo.

Una sera dell’estate 1981, la polizia lo ferma, in una grande piazza del centro di Catania. Lui aveva deciso di fare un’inchiesta sullo spaccio di eroina a Catania e sui ragazzi tossici. Finito il lavoro in redazione, si era messo in giro per la città. A mezzanotte, in piazza Roma, si apposta dietro una cabina telefonica. Poi, nota un ragazzo barbuto dall’aria perduta – almeno così gli era sembrato. Si avvicina e chiede mimando complicità: «Quant’è la roba?».

Doveva essere stato convincente.

«Polizia! Venga con me», grida il poliziotto travestito da tossico-spacciatore, esibendo il tesserino del ministero dell’interno.

Riccardo aveva alzato gli occhi al cielo, imprecando contro se stesso: l’unico essere umano nella piazza a non aver saputo distinguere uno “sbirro” da un vero spacciatore. Del resto, il poliziotto non aveva distinto lui da un vero tossico.

«Siamo pari», si era consolato Riccardo. Da quel momento in poi, era stato zitto, per dovere di cronaca.

In questura, per un quarto d’ora aveva finto ancora, cercando di recuperare una brutta figura per trasformarla in un curioso servizio su “come la polizia tratta i drogati”. E, alla fine, c’erano volute alcune concitate telefonate notturne del direttore Fava, per convincere il dirigente della narcotici che quello strano tipo era veramente un cronista. L’indomani, il capo della squadra mobile aveva telefonato al giornale per scusarsi.

«Dov’è Orioles?», chiedevano divertiti la mattina dopo tutti i redattori del giornale. «L’hanno arrestato?».

Riccardo chiamava rigorosamente (e chiama ancora ora) “sede” la redazione del giornale dove lavora. Se capita ci dorme anche dentro, magari con la scusa di dover lavorare fino a tardi su un’inchiesta.

«Come si chiama quel compagno?», chiedeva, indicando con la pipa rivolta al contrario qualche personaggio della redazione che non conosceva ancora. «Collega, collega…non compagno! Questo è un giornale, non una sezione di partito», gli faceva osservare qualcuno.

E lui, come se cadesse dalle nuvole: «Che differenza c’è? Non lavora qui, in un giornale d’opposizione? E allora quello è un compagno…».

Al Giornale del Sud Ebbe un momento di seria difficoltà, solo una volta, quando iniziarono i problemi tra redazione e proprietà e il direttore Fava iniziò a litigare con gli editori. Solo allora si rese conto che il sindacalista della redazione, Fabio Tracuzzi, caposervizio dello sport, era dichiaratamente un fascio: «E’ uno dei migliori compagni che io abbia incontrato qui. Si batte come un leone…», ammise con retorica. E riconoscenza. Aggiunse a mezzavoce: «Guarda un po’ che storia strana…essere difeso, e bene, da un fascista».

Ric era ed è ancora così. Da allora, anni 80, ha continuato a fare quel mestiere in quel modo, in quotidiani, ai Siciliani, ad Avvenimenti, in siti e foglie telematici studenteschi che ha creato e seguito. Sempre dalla parte di chi non vince a gomitate. Sempre “maleducato” ma di buone maniere. Ci sono decine di ex ragazzi, oggi uomini, che affollano le redazioni di mezza Italia che hanno nel frattempo imparato e imparano da lui. Prendere o lasciare. Un esempio non retorico da segnalare. Un dibattito vivente su quel che era ed è il nostro mestiere. E che forse non diventerà mai più a pieno. Mai dire verità comode. Mai piegarsi.

A costo di essere così, felici, liberi, ma poveri. E ora però con una pensione Bacchelli in tasca, per “chiara fama” e “al merito civile”. Per curarsi le ferite e continuare a insegnare antimafiosamente  il mestiere ai ragazzini.

 

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