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Italia, fine corsa (se mai iniziata)

 

Al Quirino di Roma un’interessante, spedita edizione teatrale de “Il sorpasso” dal film di Dino Risi. Adattamento di Micaela Miano, regia di Guglielmo Ferro, interpreti principali Giuseppe Zeno e Luca Di Giovanni

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Italia, anni ’60: memorie dall’età dell’oro o, più verosimilmente, ‘spensierata’ incubazione della resa di conti, del fine corsa, cui siamo giunti, Europa o meno, ad inizio del terzo millennio?   La risposta, per questa volta, non sta nel vento, ma nelle qualità sensoriali, profetiche del grande cinema italiano. Al quale il teatro contemporaneo fa bene ad attingere   non solo per la contiguità dei due ‘linguaggi’ (consecutio narrativa, contiguità dei ‘montaggi’ scenici e filmici, sviluppo espressivo tramite ‘vicende’ e umane presenze), ma per la più concreta opportunità di attrarre ogni genere di pubblico ad una  ritardata riflessione collettiva di ‘quel che fummo’ e che, per conseguenza, saremo.

E’ quindi con coraggio, inventiva, affiatamento di gruppo che, proprio nella sala-grande del Quirino intitolata a Vittorio Gassman, ed a (oltre) mezzo secolo dalla realizzazione del film (1962), che Guglielmo Ferro ed il team di interpreti facenti capo alle Produzioni Bananas e al ‘Teatro Abc’ di Catania, rilegge in edizione drammaturgica,  uno dei più emblematici titoli del cinema italiano del dopoguerra.

Ovvero quel “Sorpasso” di Dino Risi, sceneggiato   con Ettore Scola e Ruggero Maccari, e girato in pochissime settimane in quel tratto a fettuccia stradale di via Aurelia che- dalla Roma desertificata e ‘non luogo’ per gli esodi di ferragosto- percorre tutte le località a nord di Ladispoli e Santa Marinella, sino ai confini (tragici, in questo caso) della mondanità di Capalbio e Castaglioncello.

Ultima tappa di un ‘on the road’ melanconico, scioperato, speditamente cialtrone (e tutt’altro che picaresco) in cui, a rimetterci le penne, ed in modo emblematico, sarà il personaggio più debole e credulone (indimenticabile performance dell’allora ‘ragazzo’ Trintignant), sopraffatto dalla logorrea dozzinale, trascinante, ‘spensierata’ di un Vittorio Gassman in cima alle sue aitanze di giovinezza. In cui, l’allora vitalissima e ipercritica commedia all’italiana individuava il ‘pifferaio di stagione’ (qualunquista, superficiale, opportunista) capace di vampirizzare la buona fede di chi studia e lavora per un “diverso futuro”.

Ma in  un sistema di ricostruzione post-bellica, di gabellata rinascita economica, già disvelata (per l’impostura che fu)- grazie ai vari Monicelli, Zampa, Lattuada, De Sica\Zavattini- in pietre, anzi ‘macigni miliari’, che vanno da “Umberto D”   a    “Una vita difficile”, da  “Il padre di famiglia”  a “L’antimiracolo”, da   “Arrangiatevi!”  al misconosciuto “Il comandante” (con l’inarrivabile Totò e Anfreina Pagnani) – sino al nobile, tardo congedo (anni settanta)    di “C’eravamo tanto amati”, enucleante una triade di antieroi predestinati: Manfredi, Satta Flores e di nuovo Gassman in proteiforme maturità.

Quanto all’adattamento scenico curato da Micaela Miano, per la regia di Guglielmo Ferro, tutte da diradare le diffidenze inerenti l’oggettiva difficoltà di una trasposizione drammaturgica che ha per dirimpettaia (esigentissima) una sceneggiatura rapida e  ‘di situazioni’, districata in un perenne spostamento\spiazzamento di luoghi e in un cinico umorismo dai dialoghi sincopati. Fra l’altro in assenza di una drammaturgia italiana anni sessanta che possa considerarsi (come, in qualche modo, si scrisse di Eduardo rispetto al neorealismo) corrispettivo della commedia di costume, essendo a quel tempo la scena italiana concentrata su tre fronti diversi e poco complementari: il teatro di regia (Squarzina, Strheler, Trionfo), il dramma borghese (Fabbri, Brusati, Ginzberg), l’insorgere geniale di tutto quel cabaret che faceva capo ai Gobbi, ai Gufi e al Derby Club di Milano – con Dario Fo e Franca Rame elaboranti il capitolo a se stante del Teatro Comico (surreale).

Esplicativa e divulgativa risulta invece la soluzione ‘vintage’ di un diorama scisso   in due sezioni di scenotecnica (la panoramica dell’auto che sfreccia e i  luoghi delle brevi soste,  in ripartizione di destra e sinistra);  e della computer grafica, con effetti di sobrio realismo, attestato ad un certo “modo” di vivere –di essere italiani all’insegna dell’edonismo a scrocco e di un ‘facile’ andamento esistenziale relegato ai ricordi (mai rimpianti)  delle “rotonde sul mare” attrezzate di  “tremarelle” e “tintarelle” solo all’ora dei vespri o, meglio, di “quando calienda el sol” (digressione personale, lo ammetto).

Per il  resto, attendibili ed esenti da protagonismo i due interpreti principali, Giuseppe Zeno e Luca di Giovanni, che hanno ‘physique du role’ e sono agevolati dalle cadenze di una messinscena schiettamente empirica, pragmatica,  spoglia di ubbie intellettive. Compattata e disinvolta dalle palesi acquisizioni di un professionismo che è già di lungo corso.

“Il sorpasso” – dal film di Dino Risi
con Giuseppe Zeno, Luca Di Giovanni e la partecipazione di Cristiana Vaccaro   e con Marco Prosperini   Simone Pieroni
Marial Bajma Riva   Pietro Casella   Francesco Lattarulo
adattamento Micaela Miano  musiche originali Massimiliano Pace
scenografie Alessandro Chiti  costumi Françoise Raybaud

Regia Guglielmo Ferro

– Teatro Quirino  Roma e (da aprile) al Teatro Abc di Catania e al Teatro Manzoni di Milano

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