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In quale Paese stiamo andando?

 

di Nino Buccafusco

Sull’ultimo numero di Confronti la descrizione che è stata data dell’anno che ci siamo lasciati alle spalle («destinato, forse, a non finire mai, tanto meno in questa stagione dominata dalle chiacchiere e dal nulla» – R. Bertoni. Un anno che fa ancor paura) mi è sembrata un’ottima sintesi del clima che sta vivendo il nostro Paese, dove chiacchiere e nulla costituiscono il white noise, cioè il rumore di fondo che avvolge e confonde le dinamiche socio-politiche della nostra società. Rumore prodotto da superfetazione mediatica in cui il web genera ambienti informazionali slegati dalla realtà e che si palesano in “bolle” separate, in cui ciascuno cerca solo ciò che gli piace. Ma giocano anche intellettualismo, spesso d’accatto, e assenza dell’etica della responsabilità, tutti fatti che generano la crisi della rappresentanza politica e impediscono al comune cittadino di “leggere” gli eventi che attraversano la società: basti pensare alle pessime e “rumorose” contese giornaliere offerte con dovizia da qualche talk televisivo. In tale “brodo mefitico” buona parte dei media trova, agevolmente, ampi spazi di interpretazioni che consentono e alimentano il “gioco” a chi sia il più bravo a veicolare “la propria verità”.

La mia impressione è che il migliore dei cittadini possibili oggi si senta “spaesato” (letteralmente senza paese) restando sospeso in un limbo, in attesa, magari, di conferme/smentite/rivelazioni (spesso, quest’ultime, di natura giudiziaria). Non mancano certamente esempi di ottimo giornalismo ma, fatte le dovute eccezioni, il sistema mediatico nel suo complesso non sembra funzionale ad una pratica ragionevolmente diffusa di democrazia sostanziale.

Mi chiedo se tutto questo non sia anche causa della continua caduta dei livelli di vendita dei quotidiani: fatto che induce a riflettere sulla qualità della nostra democrazia. Ma c’è qualcosa di più che si origina sempre dal quadro sopra descritto: l’appello di 600 professori universitari che il 18 gennaio hanno detto che gli studenti italiani non sanno scrivere. E se non sanno scrivere è perché leggono poco o niente; ma senza la lettura non si forma un popolo, non si crea una società. Questa difficoltà che emerge dal mondo della scuola non è, purtroppo, una novità: durante il mio insegnamento universitario avvertivo questo fenomeno già venti anni fa. In tale contesto è utile ricordare l’esistenza di annuali indagini dell’Invalsi che nascono dalla necessità di effettuare verifiche periodiche sulle conoscenze e abilità degli studenti, e da cui emergono, da un lato, significative differenze tra le nostre regioni e, dall’altro, divari che vanno crescendo con il progredire dei livelli scolastici. Notando come i confronti internazionali non ci vedono certamente ai primi posti, va sottolineato che competenze e abilità sono alla base di quei profili che vengono definiti Capitale umano e Capitale sociale. Da tempo, analisi socio-economiche hanno individuato in essi i fattori strategici dello sviluppo, riguardando non soltanto la dimensione economica (crescita, sviluppo duraturo, lavoro, etc.) ma molti altri aspetti della vita sociale di una collettività (pari opportunità, inserimento sociale, costi sociali e sanitari etc.) che, in gran parte, sono condizionati dalla misura degli investimenti in istruzione e ricerca. In particolare il Capitale umano “incorpora” abilità e conoscenze che stimolano l’innovazione, mentre il Capitale sociale “incorpora” le relazioni tra le persone facilitando le azioni tra gli attori agenti nelle strutture sociali e istituzionali. Non meraviglia, allora, che, accanto a quella economica, la riflessione sulle due dimensioni di tale Capitale, che vantaggiosamente si influenzano, si sia estesa gradualmente a diversi campi, interessando statistici, sociologi ed educatori, evidenziando quanto il rapporto fra economia, educazione e livello di civiltà sia estremamente virtuoso e interessante.

È in tale prospettiva che Tullio De Mauro, rifacendosi alle dottrine di Adam Smith e di Carlo Cattaneo, del primo ha richiamato l’idea che «una piena padronanza della lingua è un elemento indispensabile alla vita intera di una società moderna» e, del secondo, l’importanza delle idee e di una elevata cultura «ai fini dello sviluppo della società e delle forme produttive». Al riguardo si segnala che, pur con qualche ritardo, nel nuovo programma nazionale di ricerca sono stati stanziati 2,5 miliardi per il 2015/2017 intorno a sei priorità tra cui il capitale umano e le infrastrutture di ricerca. Ciò è senza dubbio una buona premessa per un piano di incisivi investimenti che contribuirebbero, entro contesti socio economici sempre più complessi e globali come quelli che stiamo vivendo, a formare una società in cui sia operante il diritto fondamentale della cittadinanza attiva per le scelte consapevoli.

Per quanto precede credo si debba avvertire che la garanzia di tale diritto è il problema centrale del nostro Paese. Ma necessita una forte azione riformatrice che investa sia l’attore politico sia tutto il sistema mediatico e la stessa scuola, affinché si promuovano azioni, suggerimenti e analisi tendenti a superare le carenze strutturali del sistema formativo: avviando un civile confronto di idee in un quadro programmatico che sarà comunque di lungo periodo. In questa direzione un elemento di conforto proviene da una tendenza che sembra andare verso il recupero della lettura su carta, tendenza che dovrebbe essere supportata da forme di collaborazione tra i media e la scuola. L’auspicio è che questi sintomi trovino l’ambiente adatto per svilupparsi, ma la risposta positiva è d’obbligo. Infatti, se il diritto di cittadinanza attiva non sarà posto tra quelli in cima all’agenda nazionale, la prospettiva è quella di una continua erosione del quadro socio-politico-istituzionale.  Le domande a cui si deve dare risposta sono infatti le seguenti : a) come sarà esercitata la democratica consuetudine del voto tanto invocata dai nostri politici che  si rivolgono, con ipocrisia istituzionale, al “cittadino sovrano”? b) con quali informazioni cioè il cittadino andrà a votare? c) e, soprattutto, con quali consapevolezze?  Purtroppo non siamo ancora «il bel paese dove il si’ suona» sognato da Dante, ma stiamo andando verso il paese dove suonano i “pifferi” alla Trump.

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