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Rai. “Piano industriale e piano editoriale: siamo ancora alle introduzioni!” Intervista a Salvatore Margiotta

 

Sen. Margiotta, lei ha seguito da vicino le iniziative di Articolo 21 per il rinnovo della Concessione alla Rai. Ha partecipato alle assemblee con gli studenti impegnati nel riscrivere “la carta d’identità della Rai”. Ricordo, nel 2014, un vivace confronto, durato cinque ore, con quattrocento studenti del Liceo P.P. Pasolini di Potenza. Allora regnava un certo ottimismo: il nuovo contratto di servizio, opportunamente emendato dalla Vigilanza, delineava un’immagine della Rai forte, innovativa e proiettata verso il futuro. Le cose, purtroppo, sono andate diversamente: quel contratto di servizio è stato accantonato; la Concessione, invece che essere rinnovata, è stata lasciata scadere e il testo della Convenzione Stato-Rai, atteso da mesi, non è ancora stato reso noto. In questo clima d’incertezza, vorremo che lei ci aiutasse a fissare e, possibilmente, a chiarire alcuni punti.

In primo luogo, possiamo dare per scontato che la Concessione alla Rai sia data in esclusiva nonostante il Ministro Calenda ritenga che si possa “fare un ragionamento” sull’assegnazione, a emittenti private, di parte del canone? E secondo Lei è questo “ragionamento” la causa del ritardo nell’assegnazione a RAI della Concessione o vi sono altre “ragioni”?
Il tema ha visto, all’inizio della legislatura, interpretazioni diverse anche sul piano giuridico. Ricordo l’intervento in Vigilanza del Viceministro Catricalà quando disse che non era affatto scontato il rinnovo della concessione, e che anzi per attuarla c’era bisogno o di una nuova legge o di una vera e propria gara. Interpretazione smentita in Senato da Pitruzzella che ha sempre ritenuto non fosse così. Lascio agli esperti la valutazione del piano giuridico, credo che da un punto di vista politico sia scontato che la Rai debba continuare a fare servizio pubblico. Certo, è interessante l’idea che anche le tv private possano entrare a far parte del servizio pubblico però sinceramente mi sembra più una suggestione che un’opzione concreta. Se si toglie alla Rai la titolarità del servizio pubblico, in questo momento poi, gli si sottrae l’unica vera ricchezza dell’azienda. Detto questo, l’ho ribadito convintamente più volte, penso che il servizio pubblico si espleti anzitutto tramite le redazioni locali e il territorio, quindi la Rai deve impegnarsi a farlo sempre più e sempre meglio.
I ritardi? Credo dipendano un po’ dalle fibrillazioni politiche complessive, un po’ dalla volontà di attendere il rendiconto dell’operazione canone e anche un po’ dalla mancata sintonia tra vertici dell’azienda e mondo politico.

Con quali criteri è stato fissato il gettito standard del canone?
Il criterio cui ci si è ispirati: pagare meno pagare tutti; da questo punto di vista credo si tratti di una scommessa vinta e che il Sottosegretario Giacomelli abbia lavorato bene. Ricordo che l’ex Dg Gubitosi seppe ammortizzare gli effetti di un decreto che toglieva soldi all’azienda e 15 giorni dopo aveva riportato il bilancio in pareggio. Oggi sento solo lamentele e poche proposte.

Da più parti si teme che una quota del canone pagato dai cittadini rimanga nella disponibilità del Governo: una discrezionalità che oltre a rendere incerto l’obbligo tributario (il cittadino non saprebbe più perché pagare un’ulteriore imposta oltre l’IRPEF) e incerte per la RAI le risorse su cui poter contare, incomberebbe sull’indipendenza delle scelte editoriali come una spada di Damocle. Ritiene che questi timori siano fondati?
Nella legge è previsto che una parte del canone rimanga nella disponibilità del Governo ma è una disponibilità in più rispetto a quel che spetta alla Rai, per questo si parla di “extragettito”. Non è certo questo il metodo per inficiare l’indipendenza della Rai.

Da quando il canone è “in bolletta” si parla di extragettito, cioè di entrate superiori alle previsioni che sarebbero utilizzate dal Governo per altri scopi, ad esempio per finanziare le Tv locali che, di fatto, sono in concorrenza con le sedi regionali della Rai. Non varrebbe la pena che queste risorse fossero assegnate alle Tv locali, realmente presenti sui territori, piuttosto che dal Governo (che in tal modo riconoscerebbe loro una sorta di “concessione” di servizio pubblico), direttamente dalla Rai, in un clima di cooperazione e integrazione del servizio pubblico, ma preservando l’integrità della Concessione alla RAI?
E’ giusto che il rapporto sia diretto col Governo, un passaggio questo che può produrre, tra l’altro, una concorrenza stimolante. Le tv locali meritano un sussidio da parte del Governo, ma senza che questo si trasferisca in concessione del servizio pubblico. Come esistono contributi all’editoria, va bene che ci siano contributi alle emittenze, ma non può distribuirli la Rai o si darebbe l’idea di una sorta di sub-appalto del servizio pubblico. Terreno scivoloso, su questo non sono d’accordo.

Nel corso della recente audizione dei vertici Rai lei ha ironicamente ricordato i prolegomeni kantiani per testimoniare la sua insoddisfazione nei riguardi del piano editoriale illustrato dal DG Campo Dall’Orto. La preoccupano i ritardi o anche i contenuti?
Quali contenuti? Non ce li hanno ancora illustrati.  I ritardi sì, mi preoccupano molto, soprattutto da quando i nuovi vertici scelsero di procedere con le nomine dei direttori dei tg, fatte velocemente in una notte d’agosto, prima di presentare il piano editoriale, tranquillizzando la Vigilanza che il piano stesse per arrivare. Invece ci presentarono solo note introduttive e nell’ultima seduta ancora un’introduzione. Importantissimo e strategico lo sviluppo dell’informazione sul web, l’unico punto sul quale si è soffermato a lungo Campo Dall’Orto, ma non penso che il piano editoriale della più grande azienda culturale del paese possa ridursi a questo.

Dal piano industriale non emerge una riorganizzazione della Rai “per generi” rispetto a quella attuale, (verticale) “per media” (Tv, radio, web, ecc.). Eppure la multimedialità non è la somma di tante monomedialità separate e magari in concorrenza tra loro. Inoltre, il modello organizzativo “per media” alimenta la formazione di redattori, autori e tecnici “monomediali”, e nessun corso di aggiornamento potrà mai invertire questa tendenza. In altre parole senza una riorganizzazione per macrogeneri (informazione, cultura, intrattenimento, sport, fiction) che producono per tutti i media, la Rai sarà sempre quella uscita dalla Riforma del 1975. Su questo punto, avrei piacere di conoscere la sua opinione?
Vede, questa è un’altra conferma della mancanza di contenuti e obiettivi che denuncio. Anche sul piano industriale: mi fa piacere sapere che qualcuno pensi che esista, seppure nessuno finora ci abbia parlato di conti.  La penso come lei: la multimedialità e la crossmedialità sono da molto tempo al centro del discorso pubblico, ma nella realtà la Rai è ancora quella, ferma al 1975, nell’organizzazione e nell’assegnazione delle competenze. C’è tanto lavoro da fare.

Il sottosegretario Giacomelli si è impegnato, nell’ultima audizione in Vigilanza, a presentare lo schema di Convenzione in due-tre settimane. E’ trascorso un mese. E’ in grado di darci qualche rassicurazione sui tempi?
Apprezzo molto il lavoro che sull’argomento sta facendo Antonello Giacomelli, e non solo perché gli sono amico. Sono certo che, dopo i mesi politicamente burrascosi trascorsi, i tempi siano maturi per la presentazione dello schema, anche a valle dell’interessante fase di ascolto e coinvolgimento di numerosi soggetti interessati.

Non varrebbe la pena, per rasserenare il clima, rinnovare subito la Concessione in modo che si possa discutere e approvare la Convenzione con la necessaria ponderazione?
Sul rinnovo della Concessione, lei sfonda con me una porta aperta. Voglio ricordare che io stesso presentai un emendamento in tal senso durante la discussione sulla legge di riforma della governance Rai: purtroppo, non fu approvato dal Governo e dal relatore. Forse, col senno di poi, dovrebbero riconoscere che avevo visto giusto.

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