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Il grande libro della vita da Mendel a Genomica. Roma, Palaexpo

 

La mostra ci accoglie con l’ironico viatico di Aldous  Huxley “La canzone del quinto filosofo”, che può soltanto trovarci concordi:  

Un milione di milioni di spematozoi/ Tutti vivi;/ Fuori dal cataclisma solo un povero Noè/ Ha osato sperare di sopravvivere/ E tra quel miliardo meno uno/ Qualcuno aveva l’occasione di essere/ Shakespeare, un altro Newton,/ un nuovo Donne/ Ma quell’uno sono stato io./ Una vergogna aver scalzato/i migliori così,/ Salendo sull’arca mentre gli altri/ restavano fuori!/ Meglio per tutti noi, perversi omuncoli,/ se siete tranquillamente morti.

Alla fine della visita ci attende invece la fedele riproduzione di una cucciola di mammut lanoso che gli scienziati russi, utilizzando gli ultimi ritrovati dell’ingegneria genetica, vorrebbero clonare per riportare in vita una specie estinta.

In mezzo c’è il percorso affascinante dell’ultimo secolo e mezzo di ricerca scientifica sulla  ereditarietà dei ‘geni’, resa possibile a monte dalle leggi di Johann Mendel. Un’ intuizione senza precedenti, grazie alla quale oggi la fantascienza è diventata realtà, perlomeno nel campo  della biologia molecolare, con tutti i problemi etici connessi. Si spalanca davanti all’essere umano la visione di un futuro ebbro di incontenibile onnipotenza, ma anche foriero di una incomparabile qualità di vita. Basti pensare alla medicina rigenerativa e alle cellule staminali con cui potremo molto presto sostituire i nostri organi, malati o usurati, alla pari di banali pezzi di ricambio. A riprova, in una delle sezioni della mostra sono visibili, dentro una provetta, gli esemplari di cornee riprodotte perfettamente in laboratorio.

Il Palaexpo di Roma, al piano superiore, ha sfrattato – fino al 18 giugno – le esibizioni d’arte per far posto a questo evento entusiasmante, Il grande libro della vita da Mendel alla genomica, al quale ci si augura possa accorrere un pubblico straripante di ogni età, ma specialmente giovani e studenti, perché si parla del nostro avvenire, si parla della nostra esistenza, e non in termini retorici ma proprio dell’edificio concreto alla base di ogni essere vivente sulla Terra. Ci viene mostrata la vita che siamo, ma anche che siamo stati e che saremo, leggibile come in un libro attraverso la scoperta del genoma, cioè l’insieme di tutte le informazioni genetiche depositate nella sequenza del DNA contenuto sottoforma di cromosomi nel nucleo di ogni cellula. Detto così potrebbe apparire argomento impervio, per specialisti. Ma quattro brillanti scienziati di buona volontà, si sono messi insieme per raccontarci questo incredibile traguardo della scienza in un linguaggio capace di raggiungere tutti. Sono Bernardino Fantini, professore emerito di Storia della Medicina a Ginevra e di Storia della Biologia alla Sapienza, oltre che filosofo delle scienza; Telmo Pievani, ordinario presso il dipartimento di Biologia dell’Università di Padova, esperto di teoria dell’evoluzione, ben noto per aver curato precedentemente la mostra su Darwin, e quella sull’Homo Sapiens; Sergio Pimpinelli, professore di genetica presso la Sapienza; Fabrizio Rufo docente di Bioetica a Roma. La scommessa era di rendere visibile l’invisibile, scrive Pievani, ricorrendo a una pluralità di linguaggi espositivi: la scrittura sintetica, le immagini, i video, le grafiche e i cartoon; insieme ai reperti originali, i modelli scenografici, e non ultimi gli exhibit interattivi con cui giocare al piccolo scienziato. L’allestimento, di esemplare nitore e suggestione, è suddiviso in sette sezioni, attraverso le quali veniamo condotti, passo dopo passo, a immergerci nella ‘narrazione’ partendo esattamente dalla ricostruzione dell’orto nel quale Johann Mendel incrociava a metà dell’800 piante di piselli. Figlio di poveri mezzadri di Hyncice, in Slesia, al confine con la Polonia, studente appassionato di storia naturale, Mendel si diploma nel 1840, a 18 anni, ma non ha soldi per continuare gli studi. L’unica strada è il convento; e col nome di Gregor viene ammesso da novizio al monastero agostiniano di San Tommaso a Brno. Presto i superiori intuendone la genialità lo mandano a studiare  all’Università di Vienna, dove consolida la sua formazione matematica e appena può si inserisce nel filone di ricerche sulla riproduzione e ibridazione delle piante. Alcuni oggetti personali aiutano a renderci più familiare lo studioso: gli occhiali nel proprio astuccio, il barometro, il microscopio, il telescopio che usava nel monastero dove, una volta rientrato, continuò a incrociare piante e a osservare insetti. Quando morì, troppo presto, per nefrite, aveva raggiunto risultati stupefacenti. Che tuttavia verranno in luce solo nel 1900 quando altri scienziati, trovando il manoscritto del monaco, impostano sulle sue conclusioni la relazione al Congresso annuale della Società Reale di Orticultura a Londra. “La riscoperta di Mendel – si legge in catalogo – portava la biologia in un mondo nuovo la cui esistenza era prima insospettata. Viene dimostrata la trasmissione dei caratteri ereditari attraverso ricombinazione di ‘fattori’ che verranno chiamati ‘geni’ e nasce in quell’anno la nuova disciplina scientifica che prende il nome di «Genetica»”.

Dopo le sperimentazioni sui topi, la teoria mendeliana trova per la prima volta conferma anche nella specie umana. Sarà il biologo danese Ludvig Johannsen a coniare il termine ‘gene’ per indicare la base materiale del carattere ereditario. La statura nell’uomo, per esempio, è un carattere determinato da una serie di ‘geni’. Verremo a sapere anche l’infondatezza di molti luoghi comuni, e scopriremo come il concetto di “razza umana” non abbia alcuna base genetica e biologica. La stessa eugenetica, cioè l’intervento esterno sul perfezionamento di una specifica razza, che andò tristemente in voga nella Germania nazista, altro non era che illusoria e sinistra utopia. Il miglioramento genetico delle coltivazioni, invece, conobbe in Italia una figura eminente nell’agronomo Nazareno Strampelli, uno dei massimi ingegni nel campo. Il quale negli anni Trenta creò nel suo laboratorio le cosiddette “sementi elette”, che consentirono l’autosufficienza granaria in Italia e vennero largamente impiegate  anche in Cina, in Argentina e in numerosi paesi del mondo. Tutti i vegetali di cui l’uomo si è nutrito durante la sua storia sulla Terra, spiega il prof. Fantini, non sono altro che un prodotto della selezione; paradossalmente non esiste alcun frutto ‘naturale’, cioè che non sia passato attraverso un’indispensabile evoluzione. Le olive, il pomodoro,  non sarebbero commestibili nelle loro caratteristiche originarie. Proseguendo nella mostra vengono svelate curiosità impensabili; per esempio che quasi tutte le cellule utilizzate per la ricerca derivano da un unica donna afroamericana di nome  Henrietta Lacks, morta di cancro alla cervice nel 1951, dai cui  tessuti è stata estratta una linea cellulare (brevettata) utilizzata per sviluppare i vaccini, dalla poliomelite all’AIDS, studiare gli effetti di radiazioni e sostanze tossiche, procedere alla mappatura del gene e molte altre attività scientifiche. Si è calcolato che dovrebbe esserci sul pianeta circa cinquanta milioni di tonnellate di cellule di Henrietta. Un risultato è certo: la mostra mette addosso un vorace appetito di sapere. C’è persino una sezione, la sesta, realizzata in collaborazione con la polizia scientifica, che spiega quanto il DNA permetta, sulla scena del crimine, di risalire da poche tracce biologiche all’identikit genetico di un individuo. L’assassino lascia la sua firma.

La doppia elica del  DNA, assai fotogenica, troneggia in un modello recuperato presso il Museo Civico di Zoologia di Roma, così plastica che la molecola cessa di essere un concetto astratto per apparirci lo specchio più fedele della nostra identità; nel senso più profondo del termine, se è vero che non esistono al mondo due creature uguali, e ognuno di noi è un individuo unico e irripetibile. In natura. Ma non più in laboratorio, dove teoricamente anche il soggetto umano può essere riprodotto identico a se stesso; non la sua memoria, non il suo vissuto, ma certamente il suo sembiante, il suo organismo, il suo corredo genetico. Della pecora Dolly, il primo animale a essere clonato nel 1996, viene esposta persino la ‘maschera funebre’; e il suo simulacro figura nella sezione dedicata agli animali che da allora hanno seguito il suo stesso destino, dal cavallo al maiale, dal topolino ai bovini, dal cane al gatto. Nessuno sa verso quale ignoto traguardo rischiamo di essere catapultati, se non ci imponiamo un rigoroso ordine etico a controllo di tale irreversibile processo. E’ l’interrogativo inquietante della nostra era, la materia di accesissimo dibattito in seno alla società civile. Ma sulla ‘unità nella diversità’, suona confortante la riflessione del genetista Theodosius Dobzhansky, che gli organizzatori hanno opportunamente collocato al termine dell’itinerario:

“Spesso confondiamo l’uguaglianza con l’identità, e la diversità con la disuguaglianza. Ogni persona è geneticamente differente da ogni altra. Tuttavia, la diversità genetica non implica affatto la disuguaglianza, che è piuttosto una prescrizione socialmente imposta. Le persone possono essere rese uguali o disuguali dalle società in cui vivono.

Non possono invece essere rese geneticamente/ Identiche, anche se ciò fosse desiderabile”.

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