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Cancelliamo la parola “clandestino”

 

Ho letto oggi su un quotidiano di cui sono stato collaboratore, per un quarto di secolo, e continuo ad essere assiduo lettore una cosa che mi ha colpito in maniera positiva. L’accordo tra Italia e la Libia di Al Serraji ha recepito, a quanto pare, di utilizzare nel Memorandum di intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere, un termine come quello di “clandestino”.

Ma il termine è infondato, dal punto di vista, giuridico in quanto contiene un giudizio negativo e aprioristico e dipinge l’immigrato come un “nemico”  mentre chi arriva non si nasconde e lavora al sole dall’alba al tramonto, nei campi e nei cantieri. L’Associazione Carta di Roma dal 2011 impegnata nel far rispettare il codice deontologico che i giornalisti italiani  si sono dati per i servizi sui richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti-illustra l’eliminazione di un vocabolo come quello di “clandestino”.

La parola “clandestino” è uno dei lemmi che fanno parte del linguaggio di odio  e l’articolo / del Memorandum prevede che il testo “possa essere modificato a richiesta di una delle parti”. La proposta è partita dalla Commissione Diritti dell’Uomo che in questa legislatura è presieduta da Luigi Manconi e l’hanno già firmata il regista Ermanno Olmi,I’attore Alessandro Bergonzoni, il giornalista Giovanni Maria Bellu, presidente della federazione nazionale della stampa Beppe Giulietti e Nicola La Gioia.
Chi scrive è d’accordo con i proponenti e sono convinto che molti altri scrittori e politici potranno sottoscriverla.

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