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Articolo21 Napoli: Adottiamo i libri di Marotta, l’Istituto di studi filosofici non deve morire!

 

Le leggende sono inventate, i miti si costruiscono con fatica. Più di mille persone si alzano in piedi, applaudendo commosse, per l’ultimo saluto a Gerardo Marotta, l’avvocato, il “Filosofo di Monte Echia”, che ha speso tutta la sua vita e suoi averi, fino a quasi novanta anni, per “edificare” il pensiero libero del suo martoriato mezzogiorno, costruendo e difendendo negli anni un patrimonio dell’umanità: l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici; per l’Unesco “un’esperienza che non ha eguali al mondo”.

“Un crocevia della cultura europea”, da lui fondato nel 1975, con sede a Napoli, nello storico palazzo Serra di Cassano. Da Eugenio Garin a Luigi Firpo, da Hans-Georg Gadamer a Karl Popper, da Rita Levi Montalcini a Carlo Rubbia, da Steven Weinberg a Sheldon Glashow, da Marx Perutz a Ilya Prigogine e poi Ernst Gombrich, Francis Haskell, Ferdinando Bologna, Jean Starobinski: tutti i maggiori esperti italiani e stranieri della storia del pensiero hanno tenuto seminari in questo luogo internazionale della cultura e dell’anima.

Visitato anche da importanti capi di stato, come François Mitterrand, che volle in Francia la mostra che Marotta allestì sul Novantanove napoletano, quando si celebrava il bicentenario della Rivoluzione del 1799. Successivamente venne ad incontrarlo a Napoli, al suo Istituto, dove firmò diversi appelli per un’Europa Unita. Perché Marotta è stato sempre un precursore dei tempi. In una vita precedente fu principe del foro. Il suo studio di diritto amministrativo “macinava” cause miliardarie, ma lui lo lasciò per portare avanti un sogno. Ma non lasciò la sua idea politica. Aveva anticipato di oltre trent’anni questioni attuali, battendosi contro le privatizzazioni; la lotta contro le concessioni di opere pubbliche fu uno dei suoi cavalli di battaglia. Se fosse stato ascoltato, forse il bilancio dello stato italiano, oggi non sarebbe stato così disastroso…

“Gerardo Marotta non è morto, perché continua a vivere attraverso gli studiosi che ha formato a Napoli e nel mondo. Sostenete l’Istituto!” Lo grida forte, durante la cerimonia laica il figlio Massimiliano, vicepresidente della storica accademia internazionale, mentre indossa lo stesso cappotto lungo e l’identico cappello, “uniforme” del padre. Attorno si respira rabbia e dolore, si masticano buoni propositi, ma anche timori per la sorte dei 300.000 libri; volumi antichi, dal valore inestimabile, raccolti faticosamente in tutta Europa, che, per finanziamenti pubblici mai arrivati ed “orrori” burocratici, qualche anno fa sono stati divisi in troppi depositi.

Era l’ottobre del 2013. “Le biblioteche napoletane – disse all’epoca l’avvocato – sono votate alla distruzione e ora, dopo tutte le promesse che mi sono state fatte, quella dell’Istituto studi filosofici inizia a essere smembrata.” Dal 2010 l’Istituto fu privato del tutto dei contributi, a differenza di altre istituzioni, alle quali furono solo ridotti, e in genere in misura non superiore al 30 per cento. Anche il Miur lo escluse da un bando di finanziamento per dodici milioni di euro nel 2002.

Insomma il pensiero mondiale viene fatto annegare nei debiti di un uomo solo, che si è battuto fino alla fine per mantenere in piedi la sua “creatura”, vendendo tutte le sue proprietà. Ed ha visto il frutto del suo minuzioso lavoro andare disperso in diversi spazi in fitto: un capannone industriale in Casoria e altri locali a Monte di Dio, in via Calascione e a Poggioreale. Poi ci sono state le “concessioni” in comodato d’uso. Come un capannone ad Arzano, che è stato assegnato da Luigi De Magistris, nella funzione di sindaco della Città Metropolitana; e altri spazi messi a disposizione dalla Regione: quelli dell’Istituto Colosimo e dell’ex Ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi. Infine alcuni volumi sono stati sistemati nelle scaffalature della Società di studi politici, con titoli consultabili, che vanno dalla letteratura alla Costituzione.

Ma si ricomporrà mai questa sconfinata biblioteca?. Il primo cittadino di Napoli ha abbracciato il vecchio progetto di Spadolini e Maccanico, sostenuto all’epoca anche da Pertini, di trasformare Monte di Dio in una cittadella della cultura, con al centro l’Istituto; (si ipotizza a destra la biblioteca in piazza Santa Maria degli Angeli; a sinistra la caserma Bixio, che dovrebbe diventare centro culturale). La Regione Campania, che acquisì con fondi europei, e il vincolo di destinazione d’uso come biblioteca dell’Istituto, ha in cantiere un progetto, realizzato da Massimo Pica Ciamarra. Ma mancano la parte esecutiva e i lavori di adeguamento. Per quanto ancora?

Siamo tutti affratellati. Perché Gerardo Marotta si è preso cura della città. E questo Istituto appartiene alla vostra più forte identità. Voi dovete lottare per questo Istituto, che è il presidio più alto contro la criminalità.Voi dovete pretendere la Biblioteca. Voi dovete lottare perché questo Istituto ospiti l’avvocato Gerardo Marotta”. Anche questo ha detto a gran voce suo figlio Massimiliano, mentre attorno si rivolgono alla bara del padre, filosofi (suoi affezionati ex alunni), studiosi, rappresentanti istituzionali. “Mio padre – dice – non avrebbe voluto politici a parlare al suo funerale, per cui invito il primo cittadino e il presidente della Regione a fare discorsi che abbiano un senso filosofico”. Parlano dell’uomo De Magistris e De Luca, in punta di piedi, come si conviene davanti alla vita di un grande…. C’è pure l’amico Franco Roberti, che ha inviato a tutti i suoi colleghi una breve nota, appena appresa la notizia della dipartita, “Gerardo Marotta è stato un gigante della cultura meridionalista in Italia e in Europa. Per noi un faro nella notte.”
“Dobbiamo chiedergli perdono”, aveva detto Nino Daniele. Eppure l’assessore alla Cultura del Comune di Napoli è stato quello che più si è speso nel tentativo di aiutare la sua causa.

La vanificazione di un patrimonio così grande è una ferita enorme. Provoca nei cittadini lo stesso disastro di una calamità naturale, poiché muore “il presidio più alto contro la criminalità”.
“Adottiamo i libri di Marotta!”, lancio da questa pagina di “Articolo21”, come responsabile dell’associazione per la libertà di stampa in Campania, una proposta pratica, che attraversa lo stesso meccanismo realizzato da alcuni grandi gestori telefonici. Si potrebbe trovare un sistema per chiedere, e convogliare, aiuti economici, con l’invio di un semplice messaggio dal cellulare. Perché, se siamo tutti orfani, con la fine di un padre del pensiero libero, lo saremmo ancora di più se la potenza del suo lascito deperisse in qualche luogo dimenticato.

“Venturi aevi non immemor” (“Conoscere il passato per guardare al futuro”), è scritto sul soffitto del suo Istituto. Per smettere di guardare in basso, bisogna alzare la testa…. Mi appello anche all’illustre consiglio direttivo dell’Istituto: Gianni Ferrara, Massimiliano Marotta (vicepresidente), Stefano Rodotà e Gianni Vattimo; il Consiglio esecutivo con, tra gli altri, Arturo Martorelli, Aldo Cennamo, Antonio Gargano, Marco Ivaldo, Alessandro Marotta, Tomaso Montanari, Nuccio Ordine, Cesare Scarano e Aldo Tonini; e al comitato scientifico del quale fanno parte Francesco Paolo Casavola e tanti studiosi, da Remo Bodei, a Sergio Marotta e al direttore di studi Geminello Preterossi. Le “rivoluzioni” spesso iniziano dal basso…

*l’autrice è portavoce del Circolo Campania di Articolo 21

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