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Trump e il rischio di non capire la modernità

 

Per quanto Trump possa apparirci ripugnante, al pari delle sue prime mosse, del suo decisionismo nazistoide e dei suoi provvedimenti più in linea con i desiderata del Ku Klux Klan che con la tradizione di una grande democrazia occidentale, nel momento in cui troviamo la conferma dell’ovvio, ossia che il popolo americano che lo ha sostenuto e votato con convinzione sta con lui, dobbiamo renderci conto che la narrazione irenica di una parentesi negativa in mezzo a due orizzonti di gloria purtroppo non sta né in cielo né in terra.

Come abbiamo asserito già in altre occasioni, la visione crociana del corso degli eventi è sbagliata e deve essere sostituita dalla saggezza di Piero Gobetti, secondo cui il fascismo – e non c’è dubbio che Trump costituisca una forma di fascismo – non è una parentesi ma l’autobiografia della nazione che ne viene interessata. A tal proposito, non c’è dubbio che gli Stati Uniti, da almeno trent’anni, siamo sottoposti a una velata forma di fascismo, concretizzatasi nell’egemonia della dottrina liberista che altro non è che una forma di annientamento della dignità della persona, non a caso particolarmente apprezzata da dittatori sanguinari come Augusto Pinochet.
Perché è inutile girarci intorno: il liberismo non è solo un modello economico; è anche una forma di dottrina politica, basata sulla negazione del ruolo dello Stato e sull’abbattimento del concetto stesso di bene comune. Ebbene, quando si nega la dignità dello Stato, la grandezza e la necessità della politica, soprattutto per quanto concerne le classi subalterne che, come è noto, non hanno la possibilità di difendersi da sole, quando ci si abbandona alla legge della giungla e si elimina ogni forma di tutela sociale, si è oltre il fascismo: si è al cospetto di una forma di darwinismo, siamo al “si salvi chi può”, siamo alla devastazione del concetto stesso di comunità; una barbarie contro cui Obama poco ha potuto, nonostante un Jobs Act fatto come si deve e una serie di politiche sociali illuminate che hanno agevolato una ripresa economica di tutto rispetto ma non sufficiente, evidentemente, a lenire le sofferenze dei tanti, troppi americani che non si sono riconosciuti nel suo progetto all’insegna della speranza e del cambiamento, per quanto concreto e non fumoso come nel caso italiano, o, peggio ancora, non hanno tratto alcun beneficio dalle sue pur sagge politiche.

E qui torniamo ad un aspetto che abbiamo già sottolineato all’indomani del successo di Trump: se le capitali della sinistra sono diventate New York, Washington, Los Angeles e la Silicon Valley, ossia la capitale economica, la capitale politica, la città dei divi e delle star del cinema e il tempio della “new economy”, mentre tutta l’America profonda si è sentita abbandonata a se stessa e ormai priva di rappresentanza, se questo è lo scenario che si sì venuto a profilare a partire dagli anni Ottanta, è inutile sorprendersi per l’affermazione di Trump e dei trumpismi che stanno minacciando l’intero Occidente.
Una sinistra subalterna ai dogmi liberisti, una sinistra che ha pensato di potersi liberare, insieme al comunismo, al socialismo e alla socialdemocrazia, anche dei ceti sociali che essi storicamente difendevano, una sinistra che non prende più un voto operaio che sia uno, una sinistra che ne nega addirittura l’esistenza e arriva a candidare la quintessenza della suprema ipocrisia liberal, in base alla quale esisterebbero forme garbate di massacro sociale, una sinistra così non poteva vincere e infatti non ha vinto.
Il passaggio successivo, e a parer mio naturale, se non altro dal punto di vista logico, dovrebbe essere quello di rendersi conto che una stagione si è ormai definitivamente conclusa e che il trentennio dominato dai dogmi liberisti e dalla progressiva uniformazione fra destra e sinistra, con al massimo qualche piccola variazione nei toni e nei modi di agire, si è definitivamente concluso; e, così come il prodotto naturale degli eccessi e delle esagerazioni degli anni Settanta fu il riflusso del decennio successivo, allo stesso modo, oggi, ogni proposta radicale e, talvolta, smaccatamente populista viene accolta come una manna dal cielo dalla maggioranza rumorosa della popolazione.

Al contrario, purtroppo, l’intellighenzia liberal e non solo continua a illudersi di poter ingabbiare i fenomeni alla Trump nel contesto dei propri schemi vetusti, senza comprenderne la portata dirompente, il desiderio di distruggere tutto e il preciso mandato che è stato affidato loro da milioni di elettori, ossia, per l’appunto, far saltare e radere al suolo quel sistema all’interno del quale molti opinionisti e commentatori si ostinano in ogni modo a incasellarli.
Chi si sorprende del fatto che Trump non si sia moderato nemmeno per un istante, evidentemente, non riesce a capire ciò che “The Donald” ha capito alla perfezione, ossia che la mitologica categoria dei “modereati”, al cui inseguimento la sinistra di tutto il pianeta ha votato le proprie politiche per sei lustri, oramai non esiste più e che negli occhi dei ceti sociali più deboli si possono leggere, al contrario, un odio, una rabbia e un desiderio di vendetta senza precedenti, misti a quel fiume carsico che è l’invidia, sempre pronto a riaffiorare e a travolgere tutto e tutti indiscriminatamente.
Fino a quando, dunque, non prenderemo atto che una stagione è finita, che una nuova epoca è iniziata ed è colma di pericoli ed incertezze, che le vecchie parole d’ordine hanno fallito e ormai non funzionano più in nessuna parte del mondo, che bisogna cambiare tutto e rileggere la realtà sociale alla luce di questa nuova fase, fino a quando non la smetteremo, insomma, di leggere i vari trumpismi in base ai nostri canoni interpretativi ormai anacronistici, non riusciremo mai a ricostruire una cultura politica all’altezza, in grado di contrastare adeguatamente questa barbarie dilagante.
Trump, dal canto suo, non si fermerà, continuerà a devastare il tessuto sociale americano e, spiace dirlo, non vorrei rattristare troppo i nostri lettori, ma a poco serviranno appelli e battaglie dei migliori intellettuali del pianeta, in quanto agli occhi di chi ha votato il magnate newyorkese per inviare un “vaffa” all’élite che lo ha ridotto in miseria o, comunque, gli ha causato un netto abbassamento degli standard di vita essi sono parte del problema, ed egli nutre nei loro confronti un’avversione non inferiore a quella che prova all’indirizzo della Clinton e del suo entourage.

Diciamo che l’anti-intellettualismo è una delle conseguenze peggiori del trentennio tragico che abbiamo alle spalle; tuttavia, diciamo anche che fior di intellettuali, asservendosi ai potentati e alle lobby di turno, si sono meritati, al pari della politica, tutto il disprezzo e il discredito che oggi li travolge.
Solo chiedendo scusa, cospargendosi il capo di cenere ed elaborando un nuovo pensiero, una nuova visione del mondo e nuove forme di rispetto e di sincera solidarietà e vicinanza nei confronti di chi sta soffrendo sotto i colpi di una crisi che non accenna a svanire, solo tornando davvero a guardare la realtà con i loro occhi potremo restituire un senso alla politica, alla sinistra e al concetto di bene comune. In caso contrario, ci terremo i Trump, i quali, sia pur in maniera profondamente nazista, rispondono al bisogno di protezione di chi da solo non può e non potrà mai farcela.

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