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“Fake news”. Impariamo a distinguere un fatto da un’invenzione, una notizia da un annuncio pubblicitario

 

L’elezione di Trump e qualche vicenda di casa nostra hanno fatto venire in primo la discussione sulle ‘bufale’ , o fake news che dir si voglia. Il problema c’è, e non ci può permettere di banalizzarlo: se nell’acquedotto che serve le nostre case – per usare la metafora dell’informazione cara a Enzo Biagi – qualcuno immette programmaticamente acqua inquinata,  non si può rispondere con una scrollata di spalle, “perché tanto saranno i cittadini ad accorgersene quando la bevono, e faranno le loro scelte”. Ma nemmeno la risposta al problema può essere banalizzata: non stanno in piedi né improbabili ‘autorità pubbliche anti-bufale’, dalle competenze più che scivolose, né altrettanto rischiosi ‘tribunali del popolo’.  La consapevolezza che sta montando indica quale sia la strada maestra: il rilancio del giornalismo. Chiamarlo fact-checking è più alla moda, aiuta forse a scansare qualche accusa di corporativismo, ma la sostanza non cambia: contro gli spacciatori di balle serve il lavoro di chi, per dovere professionale, si occupa di raccontare le cose nel ‘rispetto della verità sostanziale dei fatti’. Lo abbiamo fatto sempre, come giornalisti? Proprio no. Abbiamo molto da farci perdonare, e della nostra crisi di credibilità non possiamo incolpare il destino.  Ma nessuna nostra mancanza, per quanto grave, può giustificare che si lasci campo libero ad una acritica ‘disintermediazione’ della quale ora cominciamo a misurare i danni. Senza dimenticare che sul ridimensionamento della figura professionale del giornalista hanno scommesso per qualche tempo anche gli editori.

Da ex sindacalista dell’informazione, ricordo le divertite minacce dei rappresentanti delle aziende editoriali, appena pochi anni fa: “la rete vi farà fuori, non avremo più bisogno di voi per fare i giornali perché le notizie ci arriveranno comunque”. E avevano l’aria soddisfatta di chi sta segando un ramo, senza rendersi conto che sopra c’è seduto anche lui. Il punto rilevante, però, non è tenere alto l’orgoglio di categoria, che interessa al più qualche decina di migliaia di persone. La  questione decisiva è quella che tocca una intera società, nella quale è troppo bassa la capacità di analizzare con sufficiente capacità critica i messaggi che si presentano come ‘informazioni’: saper distinguere un fatto da un’invenzione, una notizia da un annuncio pubblicitario, ‘ilfattoquotidiano.it’ da ‘ilfattoquotidaino.it’.

Non è un problema solo italiano. Qualche giorno fa, su Repubblica, Federico Rampini citava lo studio di un centro di ricerca statunitense di Stanford sulla ‘ingenuità’ dei nativi digitali di fronte all’informazione. A conferma di un dato che, anche qui da noi, può attestare chiunque abbia contatto con giovani e giovanissimi.  C’è poco da stupirsi. Per chi ha passato i 50 anni, forse   ancora per i quarantenni, il giornale è stato un oggetto “ovvio”, che “naturalmente” si incontrava   nel percorso di crescita scolastica, culturale, civile. Come è evidentissimo, oggi non è più così., e   le conseguenze le tocchiamo con mano.   Per invertire la tendenza, bisogna tener presente che nessuno è mai diventato lettore di giornali   a trent’anni. Se vogliamo provarci, il tentativo va fatto nel luogo e nella fascia d’età in cui ci si  forma e si maturano passioni e abitudini: la scuola superiore. Lo sviluppo delle tecnologie ci   permette di evitare ogni polveroso feticismo cartaceo. Il digitale ci fornisce gigantesche   opportunità per provare ad attirare i giovani, grazie anche al carattere affascinante che hanno  per loro i nuovi supporti: sui quali si può fare, con pochi tocchi, un confronto incrociato e   intellettualmente stimolante tra giornali, tg, siti, per capire cosa sia una notizia e in quanti modi   diversi possa essere trattata.    La proposta, dunque, è quella di una ‘campagna’ messa in atto in modo coordinato da tre  soggetti: editori, giornalisti, governo. Le app dei giornali devono “invadere” gli smartphone dei ragazzi, i loro tablet, le Lim (le lavagne interattive multimediali, nelle scuole che le hanno). Gli editori devono metterci questo: non credo che costi loro granché, e comunque si chiama investimento. Noi giornalisti ci mettiamo la   disponibilità di centinaia e centinaia di professionisti, dei giornali nazionali e locali, ad andare gratis nelle scuole di tutta Italia per ore di lezione. Perché è chiaro che l’app da sola non basta: ci   vuole chi, in raccordo con le/gli insegnanti, spieghi a cosa serva un giornale, come   vengano scelte le notizie, come possano essere presentate a seconda dei diversi orientamenti   ecc ecc. Il governo ci mette la scuola, cioè trova il modo – se crede nell’iniziativa – di aprire spazi   nei programmi del mattino e/o nelle attività pomeridiane.  L’obiettivo – semplice quanto ambizioso – è  l’educazione dei ragazzi alla cittadinanza consapevole, della quale i giornali sono in fin dei conti uno strumento. Non ne ha bisogno una categoria, ma una collettività.

*ex presidente Fnsi

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