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1998-2017: Cie. Di nuovo. La memoria che manca

 

Cronache di ordinario razzismo ripercorre venti anni di Cie e fa chiarezza sul funzionamento di queste strutture

A cura di Cronache di ordinario razzismo

Il dibattito di questi giorni sui Centri di identificazione ed espulsione è surreale, così come è paradossale l’annuncio del Ministro dell’Interno Minniti di volerne costruire uno in ogni regione. Periodicamente qualche ministro dell’Interno “riscopre” i Cie e ne programma il rilancio. Le parole del Ministro Minniti ricordano ad esempio molto da vicino quelle dell’ex Ministro Maroni. Anche lui promise Cie in tutte le regioni. Quando parlò erano 11, negli anni successivi il sistema di detenzione è imploso per vari motivi. Oggi quelli operativi sono quattro: Roma, Brindisi, Torino e Caltanissetta. Rispetto a una capienza teorica di 1.393 posti, ospitavano effettivamente a settembre 272 persone (dati ministero dell’Interno).

Dalla istituzione dei centri di detenzione (la Legge Turco-Napolitano del 1998 li chiamò inizialmente Centri di accoglienza temporanea e assistenza) sono passati ormai 20 anni.

Come spesso succede, l’informazione e la propaganda politica tendono a rimuovere la memoria scomoda e, pur di dimostrare la validità delle proprie tesi, a mescolare tutto in un gran calderone.

Così gli attentati di Berlino e di Istanbul, la tristissima morte di Sandrine Bakayoko a Cona e la protesta dei migranti che l’ha accompagnata, la “scoperta” della concentrazione in un ex base missilistica di più di 1300 migranti, si confondono in uno zibaldone di notizie e di dichiarazioni che, ad eccezione della società civile e di qualche membro di partito fuori linea, evocano a senso unico azioni più incisive nelle attività di identificazione dei migranti in arrivo, il “rimpatrio immediato” delle persone che non chiedono protezione internazionale e, appunto, il nuovo ampliamento della rete dei centri di identificazione ed espulsione.

Media e confusione

Accoglienza e detenzione amministrativa, lotta alla criminalità e al terrorismo e contrasto dell’immigrazione “irregolare”, il tema della qualità dell’accoglienza dei richiedenti asilo e quello dell’efficacia dei programmi di rimpatrio, gli episodi di razzismo collegati alla nascita dei centri di accoglienza e le legittime proteste contro la proliferazione di grandi strutture sono miscelati in fiumi di parole pronunciate o scritte spesso senza sapere (o fingendo di non sapere) veramente di cosa si sta parlando.

1.  I Cie non hanno niente a che vedere con i centri di prima accoglienza né con le strutture temporanee gestite dalla prefetture (altrimenti definite Cas) né tanto meno con i progetti di seconda accoglienza Sprar. I Centri di permanenza temporanea e assistenza (Cpta), poi ribattezzati Centri di identificazione ed espulsione (Cie), sono stati istituiti con la finalità di dare effettività ai provvedimenti di allontanamento coattivo che vengono emessi nei confronti dei cittadini stranieri privi del permesso di soggiorno, nei casi in cui essi non risultino immediatamente eseguibili. I motivi che possono ostacolare l’esecuzione immediata dell’espulsione sono essenzialmente due: la mancata identificazione della persona o l’indisponibilità del mezzo di trasporto necessario per effettuare il rimpatrio. L’internamento del cittadino straniero nel Cie comporta la privazione della libertà personale: lo straniero è infatti recluso in strutture assolutamente assimilabili a quelle carcerarie, sorvegliate dalle Forze dell’ordine, dalle quali non può allontanarsi. Inizialmente fissata a un massimo di trenta giorni, la permanenza massima nei centri è stata successivamente prolungata prima a sessanta, poi a centottanta giorni complessivi, poi a diciotto mesi, poi ridotta a novanta con la legge europea 2013bis dell’ottobre 2014, quindi nuovamente prolungata a 12 mesi con riferimento ai soli richiedenti asilo con il Dlgs.142/2015.

La sperimentazione ventennale del sistema di detenzione amministrativa ha evidenziato il fallimento di questo istituto giuridico rispetto alle stesse finalità individuate dal legislatore. Ad esempio, meno della metà (46,2%) delle 175.142 persone detenute nei centri dal 1998 al 2013 sono state effettivamente rimpatriate. Le motivazioni sono note e sono fondamentalmente due: a) la detenzione breve e o lunga che sia non garantisce di per sé la possibilità di identificare una persona se ad esempio il paese di origine non collabora all’identificazione; b) le esecuzioni delle espulsioni costano molto ragion per cui alle migliaia di provvedimenti di espulsione adottati corrispondono poche migliaia di rimpatri ogni anno. La detenzione lungi dal favorirle, se proprio si vuole affrontare l’argomento dei costi, comporta semmai un dispendio di risorse aggiuntivo, inutile e dannoso per le casse dello StatoDa cartadiroma

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