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Renzi, incubo Franceschini

 

Troppo potere in Italia non porta bene. In particolare la concentrazione nelle stesse mani della carica di presidente del Consiglio e di segretario del partito, il cosiddetto doppio incarico, non porta per niente fortuna. Amintore Fanfani fu per primo contemporaneamente presidente del Consiglio e segretario della Dc: in poco tempo perse sia Palazzo Chigi sia Piazza del Gesù. Stessa sorte subì Ciriaco De Mita: in un lampo fu disarcionato dalla poltrona di presidente del Consiglio e da quella di segretario dello Scudocrociato.

Bettino Craxi resse per quattro anni il doppio incarico; perduto Palazzo Chigi, mantenne la segreteria del Psi, ma sia su di lui che sui socialisti cadde il distruttivo terremoto di Tangentopoli. Silvio Berlusconi, nel corso di vent’anni, è stato quattro volte presidente del Consiglio e presidente di Forza Italia, tuttavia alla fine è stato sfrattato da Palazzo Chigi, è stato condannato per frode fiscale e Forza Italia si è di molto ridotta per mille scissioni.
Matteo Renzi è allarmato, allarmatissimo. In poco tempo potrebbe perdere tutto: prima la presidenza del Consiglio e poi la segreteria del Pd. Il trionfo del No al referendum sulla riforma costituzionale del governo con il 59,11%  dei voti è una disfatta micidiale. Renzi deve fronteggiare contemporaneamente l’offensiva delle opposizioni galvanizzate dalla vittoria referendaria e delle minoranze del Pd, anch’esse schierate per il No, alla riscossa contro il presidente del Consiglio-segretario.
Massimo D’Alema prima di tutto ha sollecitato Renzi a cambiare strategia: «Al Pd serve una profonda svolta politica». Poi ha indicato di far rotta verso sinistra: «Un certo disegno neocentrista, il Partito della nazione, è stato battuto insieme alla proposta di riforma costituzionale». L’ex segretario del Pds-Ds, già presidente del Consiglio, non ha rinunciato a una spinosa battuta: «Era lui che voleva rottamare gli altri. Spero che questa passione sia passata a Renzi».

Le sinistre democratiche e il presidente del Consiglio dimissionario si stanno studiando: in ballo c’è il nuovo governo, la segreteria del partito, il candidato premier alle elezioni politiche che, probabilmente, si svolgeranno già l’anno prossimo e non alla scadenza naturale, all’inizio del 2018. Il Pd di Renzi scricchiola: la coabitazione tra la maggioranza renziana e le minoranze, dopo le sanguinose accuse scambiate durante la campagna elettorale, è diventata difficile anche se tutti negano ogni intenzione di scissione. Anzi, più esattamente, i vari protagonisti assegnano all’avversario la volontà di rottura. Renzi vuol fondare un suo partito? «Può essere», ha detto Pier Luigi Bersani a La7. Anche l’ex segretario del Pd pone un problema di scelte e di identità politica del partito: «Può darsi che c’è l’idea antica che la sinistra sia una zavorra. È un’idea demenziale perché la sinistra va aggiornata».

Sergio Cofferati, Pippo Civati e Stefano Fassina nel 2015 hanno lasciato il Pd accusando il presidente del Consiglio-segretario di essere responsabile di “una svolta neoliberista” e di “una deriva autoritaria”. Tuttavia la loro uscita non ha portato grandi consensi elettorali, in alternative e diverse formazioni di sinistra.

Il presidente del Consiglio dimissionario è sul chi vive e ha promesso battaglia alla direzione del Pd: dopo la soluzione alla crisi di governo «ci sarà un confronto interno duro, molto duro». Renzi non ha digerito che mentre lui si spendeva in comizi ed interviste in favore del Sì al referendum del 4 dicembre, una parte delle sinistre del suo partito facessero il tifo per il No assieme alle opposizioni. Ora sta ragionando su tre obiettivi: 1) mantenere una forte influenza sul futuro esecutivo; 2) essere confermato segretario dal congresso del Pd; 3) gareggiare alle prossime elezioni politiche come il candidato del centrosinistra a Palazzo Chigi.

Guarda con attenzione al 40,89% dei voti ottenuti dal Sì al referendum del 4 dicembre. Spera che questi consensi possano andare, almeno in gran parte, al Pd nelle elezioni politiche. Progetta di pescare voti a sinistra, al centro e anche nella protesta sociale con nuove iniziative sui diritti dei lavoratori. Non solo. Punta ad allargare le alleanze alla costituenda nuova sinistra di Giuliano Pisapia, l’ex sindaco arancione di Milano. Le modifiche all’Italicum potrebbero dare una mano: se, in particolare, il premio di maggioranza venisse assegnato non alla lista ma alla coalizione vincente, il successo potrebbe arrivare alle elezioni.

La strada, però, è piena di ostacoli e di trappole. Anche la maggioranza renziana del Pd non sembra più molto stabile dopo la sconfitta al referendum. Sotto traccia la situazione sarebbe in gran movimento. Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini potrebbe staccarsi per giocare una partita in proprio come il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Il primo ambirebbe ad avere l’incarico di formare il nuovo governo da Sergio Mattarella, mentre il secondo punterebbe ad essere eletto segretario del Pd. Franceschini, leader di una forte corrente in gran parte composta da ex Dc, e Orlando, alla guida di un’altra più piccola formata da ex Ds, potrebbero tentare di costruire  una nuova maggioranza nel Pd con le sinistre democratiche. Il ministro dei Beni culturali ha respinto con ironia tutte le ipotesi avanzate dai giornali: «Niente male i retroscena. Ieri ho fatto un accordo con Berlusconi, oggi con D’Alema. Anticipo per i giornalisti: domani con Grillo e poi con Salvini».

Il primo giro di boa si avrà quando il presidente della Repubblica conferirà l’incarico di formare il nuovo esecutivo. Se e quando l’uomo incaricato da Mattarella di risolvere la crisi di governo riuscirà a tagliare il traguardo, si potrà tirare un primo bilancio di vincitori e vinti.
Renzi passa notti insonni con l’incubo Franceschini e il rischio dello smottamento della sua maggioranza nel Pd dopo il cataclisma referendario. Cerca di mantenere l’iniziativa: sul tavolo di Mattarella vuole mettere nomi di personaggi dei quali si fida, come i ministri Gentiloni (Esteri), Delrio (Infrastrutture), Padoan (Economia). Ma alla fine potrebbe anche spuntare la sorpresa di un governo Renzi bis.

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