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Usa. Elezioni. Ultimo confronto televisivo Clinton-Trump

 

“Non accetterò il verdetto delle urne” urla Trump. “Sei il candidato più pericoloso della storia”, replica Clinton

“Hillary Clinton è stata il peggior segretario di Stato nella storia americana”, parola di Donald Trump. “Donald Trump è il candidato presidenziale più pericoloso nella storia degli USA”, parola di Hillary Clinton. Forti di questi due scambievoli primati, la Clinton e Trump si sono affrontati nel terzo e più arroventato dibattito, che li ha visti contrapposti all’Università del Nevada, in Las Vegas.

Fra venti giorni si vota per eleggere il prossimo inquilino della Casa Bianca e la candidata dei democratici mantiene nei sondaggi un largo vantaggio sul suo competitore: erano 9 punti prima del dibattito e difficilmente questa percentuale scenderà in queste ore, se è vero che, a giudizio degli istituti di rilevamento, la Clinton ha prevalso anche questa volta, come nei due precedenti, seppur con margine non amplissimo. Il confronto è stato non solo ancora più acceso dei precedenti, ma anche quello che è maggiormente penetrato all’interno dei problemi economici e sociali, grazie anche all’efficace conduzione del moderatore, Chris Wallace della Fox News. Ma ciò che ha maggiormente colpito i media americani e che ha subito riempito le prime pagine è la perentorietà con la quale Donald Trump ha affermato di non essere sicuro se accetterà il verdetto delle urne l’8 novembre. “I will keep you in suspense” ha affermato. E ribadito.

Nella lunga storia presidenziale americana è la prima volta che un candidato mette pregiudizialmente in discussione la legittimità di un esito elettorale. Può sembrare un elemento trascurabile, una ovvietà alla quale nessuno si può sottrarre, ma che fa parte della consolidata ritualità americana. E proprio per questo il diniego di Trump fa scalpore. In Italia, ogni volta che perdeva le elezioni, Berlusconi protestava che i comunisti avevano commesso brogli, ma pochi lo prendevano sul serio. E comunque questo avveniva dopo lo scrutinio. Nella storia politica americana, fondata sulla reciproca legittimazione dei contendenti e sul sacrale rispetto del voto espresso dal popolo, mettere in discussione, a priori, la legittimità del verdetto delle urne è un gesto di sfida senza precedenti.

È da ricordare che il riconoscimento della sconfitta non è mai venuto meno nel corso delle elezioni americane: neppure nel 2000, quando Al Gore ammise la vittoria di George W. Bush, pur essendo emerso con chiarezza che in Florida lo scrutinio era stato alterato. Appena quarantotto ore fa il vice di Trump, Mike Spence, aveva assicurato che i repubblicani comunque accetteranno l’esito del voto. Stanotte Trump ha infranto questa regola di fair play, rinnovando le accuse di voto truccato. Perché truccato? Per varie ragioni: per i brogli possibili nelle sedi elettorali; per l’atteggiamento unilaterale dei media americani a sostegno della Clinton; e perché Hillary “dovrebbe essere in prigione per i crimini che ha commesso e non candidata alla Casa Bianca”. Da segnalare che persino Ivanka Trump è in disaccordo con papà: “Se perderà, accetterà il verdetto elettorale”.

Le accuse alla Clinton per la vicenda delle “33.000 email distrutte” non sono una novità, ma ieri sera sono state reiterate con una pesantezza inedita, tanto da fare credere che la minaccia precedentemente formulata (“Se divento presidente ti faccio processare e ti mando in galera”) non era una semplice boutade. La Clinton si è difesa dicendo che l’FBI ha già indagato su questa vicenda e l’ha sollevata da ogni responsabilità, ma è giusto notare che su questo versante è apparsa più vulnerabile: è il suo tallone di Achille fin dalle prime battute della campagna e sarà per Trump fino all’8 novembre il punto di attacco più efficace.

Sui temi più propri di una campagna elettorale i toni si sono sempre mantenuti aspri. All’attacco sul tema delle tasse, Trump ha accusato Obama di aver aumentato la pressione fiscale e ha promesso che, in caso di vittoria, cancellerà la riforma sanitaria, che rappresenta il risultato più rilevante ottenuto dall’attuale presidente sul piano sociale, perché ha esteso l’assistenza a milioni di americani che non ne fruivano. La “Obamacare” non è mai piaciuta ai repubblicani e Trump lo ha confermato, mentre Hillary l’ha naturalmente difesa. Il candidato repubblicano all’attacco anche sulle frontiere e sugli scambi commerciali. “Chiusura delle frontiere” e fuori dagli Stati Uniti gli immigrati. E rinegoziazione di tutti gli accordi commerciali, a partire dal NAFTA (l’accordo di libero scambio fra USA, Canada e Messico firmato nel 1992 da Bill Clinton), reintroduzione di barriere e vincoli doganali. La Clinton ha replicato che Obama ha salvato l’economia e che Trump inveisce contro i clandestini, però li fa lavorare nelle sue imprese e che vuole chiudere le frontiere, ma delocalizza all’estero.

Contrapposizione netta anche sull’aborto (“decisione stato per stato” dice Trump, mentre Hillary rivendica il rispetto della legge per tutto il territorio) e sull’uso delle armi, per il quale Donald non ammette limitazioni di legge (per la propria difesa si ha diritto a portare le armi), nonché ovviamente sulla Clinton Foundation, che il repubblicano definisce “un’organizzazione criminale”, mentre la sua avversaria ribatte che ha dato la possibilità a 11.000 persone di curarsi e che spende il 90% dei suoi fondi in assistenza. E ha ricordato, ribaltando l’accusa, che l’Università di Trump è accusata di frode.

Tasse, immigrati, frontiere, impegni militari: i due candidati non si sono risparmiati colpi. Le due visioni complessive che hanno del futuro degli Stati Uniti sono realmente antitetiche. Trump delinea un paese che si chiude in se stesso, che si ritrae da guerre “sbagliate” (Iraq, Siria), che rilancia l’economia con un abbattimento generalizzato delle imposte. Su quest’ultimo punto, la Clinton ha confermato (“dobbiamo far pagare i ricchi”) il valore della progressività della tassazione. Mentre in tema di politica internazionale, il vero protagonista a un certo punto è sembrato Vladimir Putin. “Sei una marionetta manovrata da Putin, che è più furbo di te” ha detto la Clinton. “Non lo conosco, so che dice cose buone su di me. Se divento presidente credo che faremo buone cose insieme”.

“Nessuno rispetta le donne come le rispetto io”: facendo questa affermazione Trump appariva persino disinvolto (impunito, si direbbe da noi). Le donne che lo accusano di molestia?. Tutte storie, non è vero niente, si tratta di persone pagate dalla Clinton per diffamarlo. E le scuse alla moglie Melania? Non mi sono mai scusato perché non avevo nulla di cui scusarmi, ribatte. E questa è un po’ grossa. Appena due giorni fa, Melania Trump, intervistata, aveva ammesso di essere rimasta colpita dal famoso video e dal linguaggio del marito, che però gli aveva fornito spiegazioni e si era scusato. E lei lo aveva perdonato. Insomma, Ivanka smentisce papà sulla legittimità del voto; Melania smentisce il marito sui palpeggiamenti. Pare che Donald debba mettere un po’ di ordine almeno in famiglia, se è vero che, qualora fosse eletto, “gestirà il paese come la sua impresa e gli americani ne saranno orgogliosi”.

L’accusa ai democratici non si limita ai brogli e ai palpeggiamenti inventati. Trump ha anche aggiunto che il partito di Hillary ha organizzato tafferugli ai suoi comizi per impedirgli di parlare e farlo apparire un candidato che provoca tumulti e scontri di piazza. “Incita all’odio e alla violenza” ha in effetti sottolineato la Clinton.

Si vota l’8 novembre. Gli scontri diretti fra i due si sono esauriti, ma l’asprezza dell’ultimo dibattito e la pesantezza delle accuse scambiate caratterizzerà sicuramente questi ultimi venti giorni di campagna elettorale. A risentirne sarà l’immagine della democrazia americana, mai come in questi giorni distante dalla serietà dell’impegno politico e maltrattata da una litigiosità ai limiti della volgarità.

Di Piero Pantucci

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