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Impossibilità di spersonalizzare il referendum

 

Una passeggiata tra la gente, che sia la Marcia per la pace di Assisi, la spesa al mercato o due passi nel parco in città procura, di questi tempi, alcuni vantaggi. Innanzi tutto fa bene alla salute; in secondo luogo permette di capire che effettivamente il referendum del 4 dicembre prossimo non sarà sul funzionamento dell’istituzione parlamentare, bensì pro o contro Matteo Renzi. Mentre il primo vantaggio lo si può lasciare all’ovvietà delle recenti conquiste sul benessere, il secondo merita qualche riflessione in più.

In realtà, frequentandola, si scopre che la gente non è interessata affatto a come si fanno le leggi, quanto a quali leggi si fanno e siccome fino ad oggi le leggi veramente popolari sono state pochine, non appare rilevante se a farle è un sistema mono o bicamerale, ma se la politica deciderà finalmente di occuparsi delle esigenze degli elettori, oppure continuerà il giochino ormai noioso dei veti e controveti per il proprio tornaconto elettorale e per impedire che l’altro vinca invece di far vincere l’Italia. Un giochino al quale partecipano solo di abitanti del Palazzo che, nel loro splendido isolamento, in conclusione, hanno stufato.

La scelta fra bicameralismo e monocameralismo, fra riduzione delle poltrone o il loro mantenimento, fra pesi e contrappesi, interessa solo chi governa, non i governati che, proprio per essere definiti da un participio passato, svolgono un ruolo passivo e limitato all’ambito entro il quale i governanti (un assai decisivo participio presente!) li circoscrivono.

Come ha, infatti, bene argomentato Eugenio Scalfari nel suo editoriale di domenica 9 ottobre sul quotidiano da lui fondato, io posso votare nella lista del partito che preferisco solo i nomi di persone che non ho mai visto né conosciuto, messi lì dagli oligarchi della direzione centrale che decidono a priori chi potrà vincere e chi no. Se, poi, le cose andranno male potrò imputare agli oligarchi la culpa in eligendo, ma non modificare il sistema democratico oligarchico che – potrà non piacere – ma è l’unico a potersi contrapporre alla dittatura essendosi dimostrata impraticabile la democrazia diretta: quella dei referendum.

Dunque, le regole di funzionamento di chi fa le leggi interessano veramente solo chi governa sicché il referendum del 4 dicembre si riduce, in sostanza, a sostenere chi oggi governa, oppure a respingerlo. In tale ottica si comprendono meglio anche le ragioni del no. Al netto del no delle accademie, sempre rispettabile ma sempre suscettibile di argomentazioni contrarie, il no politico è per la salvaguardia di un sistema che assicuri il massimo potere di interdizione ed un massimo delle poltrone da cui ripartire per vincere la prossima volta contando sull’alternanza. Il che va bene per tutti gli sconfitti: quelli di oggi, come quelli di domani.

Si deve allora concludere che Renzi si era dimostrato un ottimo stratega quando, all’inizio, aveva personalizzato la battaglia per il sì, ma anche un pessimo bugiardo quando ha finto di fare marcia indietro. Alla fine, la vera battaglia è se dare più potere a chi governa – a chiunque governi – oppure no. E per un popolo che ha dietro il ventennio di Berlusconi e davanti il potere dei Cinque stelle, la scelta è veramente dura, soprattutto se non si cambia l’Italicum.

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