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Moni Ovadia: l’ironia di un testimone del tempo

 

Salomone Ovadia, per tutti Moni, ebreo bulgaro nativo di Plovdiv ma residente pressoché da sempre in Italia, dove ha studiato, si è laureato e ha iniziato una carriera artistica straordinaria, quasi interamente volta alla conservazione e alla diffusione dell’antica cultura yiddish e dell’Europa dell’Est, lo scorso 16 aprile ha compiuto settant’anni. Gli rendiamo omaggio, in una stagione purtroppo segnata da odi e rancori d’ogni sorta, proprio per questa sua meritoria e infaticabile opera di ribellione al razzismo, in aperto contrasto con il pogrom morale che è stato riservato a quei popoli e a quelle etnie prima dai nazisti e poi da un Occidente chiuso, gretto e incapace di valorizzare la ricchezza di un’esperienza umana e sociale tra le più ricche al mondo.
Artista ironico e auto-ironico, narratore dotato di una lucidità e di una profondità fuori dal comune e intellettuale poliedrico, si è distinto anche per alcune fortissime polemiche nei confronti di quelle comunità ebraiche, fra cui la sua di Milano, che giustificano acriticamente le politiche espansionistiche e feroci dell’estrema destra israeliana, a cominciare da quelle portate avanti dal governo Netanyahu, compiendo sistematiche mattanze come quella verificatasi due anni fa nella Striscia di Gaza.
Uomo di sinistra ma lontano, anzi direi avulso, da ogni cliché tipico di una certa sinistra elitaria e fastidiosa, Ovadia può essere considerato il classico giullare del popolo, una sorta di Dario Fo ebreo, dotato del coraggio necessario ad assumere posizioni spesso scomode e minoritarie.

Con arguzia e toni quasi scanzonati, ci ha condotto e continua a condurci alla scoperta di un universo per molti di noi inedito e, proprio per questo, estremamente affascinante, facendoci scoprire le radici e il senso profondo di un insieme di valori che, in fondo, sono anche i nostri o, comunque, sono conciliabili con la nostra storia e la nostra tradizione, in questo grande mosaico di razze, etnie ed esperienze diverse, ma al tempo stesso complementari, che è il Vecchio Continente.
Moni Ovadia e la passione politica, poi, perché siamo al cospetto di un artista impegnato e partecipe: al fianco dei lavoratori, della FIOM, delle battaglie civili in difesa della Costituzione e della libertà d’informazione, contro ogni forma di malvagità e di barbarie e al servizio di un’idea di società e di futuro che, se si affermasse, potrebbe guidarci fuori dal baratro di una crisi che non ci stancheremo mai di ripetere che non è solo economica.

Nel 2014 si è persino candidato con la Lista Tsipras, al fine di favorire l’affermarsi di una concezione radicalmente alternativa di Europa (quella spinelliana, per l’appunto) rispetto all’orgia liberista che da trent’anni domina la scena pubblica, i dibattiti, i convegni e le decisioni dei vari governi, siano essi dichiaratamente di destra o falsamente di sinistra.
Moni Ovadia che, a dispetto dei suoi settant’anni, possiede ancora la vitalità di un ragazzo continua a girare l’Italia e il mondo con i suoi spettacoli e la sua semplicità, così intrisa di quella leggerezza calviniana che è approfondimento senza pesantezza e spirito popolare senza mai scadere nella fatuità o nei luoghi comuni.
Moni Ovadia e il suo ultimo libro: “Il coniglio di Hitler e il cilindro del demagogo”, a dimostrazione di come si possa essere eccezionali senza annoiare né porsi mai su un piedistallo.
Un testimone del tempo e un punto di riferimento, in questa resistenza etica e psicologica al cinismo imperante e alla triste, e purtroppo diffusa, convinzione che non vi siano alternative ad esso.

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