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Come italiani, abbiamo un’ identità nazionale “polarizzata”

 

La ritroviamo nell’euforia della gioia (vittorie sportive) e nel baratro della sofferenza (catastrofi naturali). In mezzo a questi due estremi – cioè nella vita quotidiana –  ognuno si fa i fatti propri. Anzi, vive l’altro con diffidenza, se non con ostilità. La coesione è l’eccezione. La generosità disinteressata, pure.

Ci colpiscono gli sciacalli che rubano nelle case distrutte, ma non i corrotti che tutti i giorni compiono razzie negli appalti; o  gli evasori che tolgono alla collettività i soldi che servono per diminuire la diseguaglianza sociale. Amiamo i calciatori e i pompieri, ma odiamo gli arbitri e i controlli. Forse perché nella quotidianità manca la percezione emotiva, la distruzione visiva, la morte in diretta.
La stessa emotività che rende calda e partecipata l’emergenza post-disastri e così frigida e ignorata la prevenzione per evitarli.
Insomma, siamo “fratelli d’Italia” solo prima delle partite. E ci “stringiamo a coorte” solo di fronte alla morte.

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