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Sulla Turchia l’Occidente si gioca il suo destino

 

Ancor più che sull’euro o sulle pur delicatissime questioni dei migranti e del terrorismo internazionale (cui si aggiungono le tragedie interne, figlie di una società sfibrata e destrutturata, di cui la follia di Monaco è solo l’ultimo episodio in ordine cronologico), è sulla tragedia turca che l’Unione Europea si gioca il proprio destino. L’Europa e anche gli Stati Uniti perché chi dovesse illudersi, oltreoceano, che la vicenda non li riguardi e che possano rinchiudersi in un insulso isolazionismo in stile inizio Novecento, come se un mondo globale e interconnesso quale quello attuale consentisse ancora assurdi sogni di gloria degni più della conquista del selvaggio West di metà Ottocento che di un contesto complesso e privo di punti di riferimento come quello nel quale siamo chiamati a diverse in questa stagione, sarebbe semplicemente fuori dalla realtà.
L’Occidente, insomma, è a un bivio: o interviene duramente e congiuntamente nei confronti di Erdogan, isolandolo e promuovendo tutte le azioni necessarie a fargli cambiare registro, compresa la sollecitazione di un embargo in sede ONU, come extrema ratio, nel caso in cui non ci fosse altro modo per ricondurlo ad un minimo di ragionevolezza e a standard democratici tollerabili, oppure perderà per sempre ogni credibilità.

Un Occidente che ha destituito Milošević, bombardato Saddam e fatto fuori Gheddafi per motivi analoghi, se dovesse cedere nei confronti di Erdogan solo perché quest’ultimo possiede il secondo esercito più potente in ambito NATO dopo quello degli Stati Uniti e un ruolo strategico nell’eterna disputa geo-politica con la Russia e in quella più recente, e assai più preoccupante, con i tagliagole dell’ISIS in Medio Oriente, se dovessimo cedere per meri interessi elettorali, ossia della garanzia che la Turchia è disposta a frenare l’affluenza dei profughi nelle nostre città in cambio di una valanga di soldi, finiremmo col consegnarci mani e piedi a un tiranno totalmente inaffidabile, il quale non perderebbe occasione per ribadire il proprio ricatto e alzare il prezzo della propria collaborazione.
E che a nessuno venga in mente di poter invertire la rotta fra qualche anno, magari dopo aver sconfitto i “populisti” nelle urne a cavallo fra quest’anno e il 2018, perché quando ti metti nelle mani di uno come Erdogan non c’è possibilità d’appello: da una simile barbarie non si torna indietro.
Quando si sono chiusi entrambi gli occhi al cospetto di arresti di massa, epurazioni, torture, inaudite manifestazioni di violenza, soprusi d’ogni genere, sospensione delle più elementari garanzie democratiche, persecuzioni nei confronti degli oppositori e, probabilmente, anche verso la reintroduzione della pena di morte, a quel punto si può solo tacere.

Spiace dirlo, ma con Erdogan si sarebbero dovuti stringere patti chiari già diversi anni fa, quando era evidente a tutti che la sua deriva teocratica, sul modello dell’Iran di Khomeini, stesse vanificando tutti gli sforzi compiuti da Atatürk per rendere il paese laico, aperto e in linea con i valori occidentali, o quanto meno, con quelli di un Medio Oriente nobile e raffinato, facendo della Turchia un crocevia essenziale fra due mondi la cui collaborazione era essenziale, allora come oggi, per il mantenimento della stabilità internazionale e di equilibri mondiali che non sono mai stati semplici, tanto meno nella regione della Mezzaluna fertile.
L’Europa, al contrario, essendo guidata per lo più da mezze figure, la cui lungimiranza non va al di là delle prossime scadenze elettorali, ha pensato bene di appaltare a Erdogan l’esodo biblico di disperati in fuga dall’Iraq e dalla Siria, con la prevedibile conseguenza di rafforzare ancora di più le temutissime formazioni xenofobe e razziste, in quanto si è consentito loro di esercitare quella che Gramsci chiamava “egemonia culturale”.
E anche l’aberrante silenzio odierno, mentre migliaia di insegnanti vengono licenziati, al pari dei magistrati e di tutto quel ceto intellettuale, reo, in realtà, non di aver preso parte al tentato colpo di Stato quanto, più che mai, di essere da sempre ostile ai metodi e alla concezione del potere del novello Sultano, anche questa tacita complicità con la barbarie in atto è dovuta alla mancanza di coraggio nell’affrontare le pulsioni più retrive delle proprie opinioni pubbliche e, peggio ancora, al costante desiderio di alimentare quel clima da Guerra fredda che tanto affascina gente che, con ogni evidenza, ha una cultura geo-strategica e dei rapporti di forza pari zero e non si è, purtroppo, resa conto dell’impossibilità di schiacciare il mostro dell’ISIS senza un adeguato sostegno, logistico e militare, da parte della Russia.

L’apice della stupidità si raggiunge, tuttavia, nel momento in cui è proprio Erdogan a guardare a Oriente e ad aprire persino all’ex nemico Putin, sancendo così la nostra irrilevanza e la nostra sudditanza politica, visto e considerato che questo Videla degli anni Duemila gli affari sembra volerli concludere a Est, servendosi dell’Ovest come una sorta di “cortile di casa”, per utilizzare un’espressione tipica della peggiore intelligence americana, rivolta a suo tempo al Sudamerica.
Erdogan il massacratore, Erdogan il vero golpista, Erdogan che ha saputo approfittare magnificamente dell’occasione concessagli da un gruppo di oppositori troppo sprovveduti o, forse, troppo deboli per sostituirlo e che ora sta attuando un autentico piano di sterminio di qualunque forma di opposizione, affinché nessuno si azzardi mai più a sollevare la testa.
La vera tragedia, però, sta nel fatto che il medesimo messaggio lo sta inviando a noi, costringendoci ad assistere impotenti alla sua volontà di dominio e intimandoci di non immischiarci in questione che, invece, ci riguardano eccome, essendo la Turchia un paese strategico e membro di un consesso internazionale che dovrebbe basarsi su un quadro di regole chiare e uguali per tutti, pena la perdita di ogni autorevolezza.
Nella drammatica acquiescenza nei confronti dei crimini del Sultano e nella nostra connivenza con la sua spietatezza, destinata oltretutto a fare scuola, sta la radice del nostro declino; il che spalanca le porte agli Hofer, ai Trump, alle Le Pen e a una messe di ciarlatani della stessa natura, senza che nessuno possa ergersi un domani a esportatore della democrazia.

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