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Nostalgia del Patto del Nazareno

 

La politica italiana non finisce mai di stupire, tutto può succedere. Il centrosinistra, dopo vent’anni di lotta senza quartiere a Silvio Berlusconi, prima accettò di formare due governi di grande coalizione (esecutivo di Mario Monti e di Enrico Letta) con il fondatore del Pdl, di Forza Italia e della Fininvest.  Poi Matteo Renzi, conquistato Palazzo Chigi, diede vita a due maggioranze: una di governo senza Berlusconi e una istituzionale con l’ex presidente del Consiglio per rivedere la Costituzione e il sistema elettorale per le politiche. Tuttavia l’accordo Renzi-Berlusconi, il cosiddetto Patto del Nazareno, resse poco tempo.

Tuttavia ora c’è chi cerca di resuscitare il Patto del Nazareno. L’accordo tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi per realizzare le riforme istituzionali durò appena un anno. Fu siglato tra il segretario del Pd e il presidente di Forza Italia nel gennaio 2014, nell’incontro nella sede nazionale dei democratici a Roma, al largo del Nazareno, di qui il nome dal sapore evangelico. L’intesa finì nel febbraio del 2015, esattamente un anno dopo, quando Berlusconi stracciò l’accordo perché Renzi aveva fatto eleggere Sergio Mattarella presidente della Repubblica con un’ampia convergenza parlamentare,  dalla quale si chiamò fuori Forza Italia.

Il Patto del Nazareno aveva giovato sia al giovane “rottamatore” di Firenze e sia all’anziano proprietario della Fininvest. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd, grazie all’ampia maggioranza istituzionale, aveva superato i primi difficili passaggi parlamentari della riforma costituzionale e dell’Italicum (la nuova legge elettorale), due provvedimenti centrali nel programma del governo, approvati alla fine con grande difficoltà. Il presidente di Forza Italia, in grave difficoltà per la condanna subita per evasione fiscale e la frammentazione del suo partito, era rientrato nel gioco politico come co-protagonista della nuova Costituzione. Poi però il Patto del Nazareno, fortemente contestato da tutte le opposizioni e dalle sinistre del Pd, si ruppe.

Sia per Renzi e sia per Berlusconi aumentarono le difficoltà. Il governo e il Pd diventarono più deboli e così pure Forza Italia, fino al tonfo dei ballottaggi del 19 giugno per eleggere i sindaci delle maggiori città italiane: il grande vincitore è stato il M5S di Beppe Grillo.

Adesso Fedele Confalonieri fa riprendere quota all’ipotesi di una riesumazione del Patto del Nazareno. Il grande amico di Berlusconi e presidente di Mediaset è uscito allo scoperto in una intervista al Giornale: «Credo che in questa fase si debba sostenere il governo. Il Cavaliere non la pensa così, ma io sarei per qualcosa che somigli al Nazareno». Confalonieri parla poco delle televisioni Fininvest e molto di politica: «Penso che il Cavaliere debba tornare al suo ruolo di leader politico…Sono convinto che il Paese abbia ancora bisogno di lui». Elogia la riforma del mercato del lavoro del governo ed indica i possibili terreni d’intesa: Renzi «in fondo non ha fatto male».  Parla anche del delicato intervento chirurgico al cuore dell’ex presidente del Consiglio: «Berlusconi si sta riprendendo bene». I punti di contatto tra Renzi e Berlusconi sono diversi. Il primo ha assunto alcuni impegni programmatici in precedenza presi dal secondo: l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sui licenziamenti, la cancellazione delle tasse sulla prima casa, il progetto del ponte sullo Stretto di Messina, il disegno di ridurre l’enorme carico fiscale ai cittadini e alle imprese.

Certo Berlusconi non era stato tenero con Renzi: negli ultimi mesi lo aveva accusato di “pulsioni autoritarie” e di guidare un governo “non democratico”, non eletto dagli italiani. Aveva annunciato una dura battaglia nel referendum previsto ad ottobre per approvare la riforma costituzionale, ma aveva anche ipotizzato la nascita di un esecutivo di larghe intese tra il centrodestra e il Pd: nel referendum «vincerà il no, cambieremo la legge elettorale, cambieremo la riforma della Costituzione attraverso un governo di unità nazionale».

Adesso potrebbe arrivare la svolta. Il primo passo sarebbe la modifica dell’Italicum, la nuova legge elettorale appena divenuta operativa (è in vigore dal primo luglio). Del “ritocchino” all’Italicum  si comincerà a discutere a settembre alla Camera: da tempo Sinistra italiana e Forza Italia dall’opposizione, i centristi e le sinistre del Pd dall’interno della maggioranza di governo, chiedono di cambiare soprattutto un punto: assegnare il premio di maggioranza alla coalizione e non alla lista che raccoglie più voti. In questo modo gli alleati del Pd avrebbero un maggior peso politico e parlamentare e così pure le minoranze democratiche. Ma questa soluzione ora, è questa la novità, sta facendo strada anche tra gli esponenti della maggioranza renziana dei democratici, che temono una vittoria dei cinquestelle. L’Italicum, infatti, stabilisce il ballottaggio tra le due liste più votate, se nessuno ottenesse almeno il 40% dei voti necessari per conseguire il premio di maggioranza e il Pd, con il premio alla coalizione di centrosinistra, avrebbe più possibilità di ottenere la meglio sui pentastellati, che hanno sempre rifiutato ogni tipo di alleanza elettorale.

Renzi finora ha sempre confermato l’intenzione di non cambiare l’Italicum, perché è un sistema che dà stabilità, permette agli elettori di decidere l’esecutivo e di sapere la sera stessa della chiusura delle urne “quale governo” avranno.

Il presidente del Consiglio e segretario del Pd però, subito dopo le elezioni amministrative di giugno, ha usato toni meno perentori rispetto al passato: «L’Italicum non è un tema all’ordine del giorno». Lorenzo Guerini, renziano, vice segretario del Pd, si è spinto più in là. Ha smentito modifiche, ma ha lasciato aperti degli spiragli: «Non cambiamo la legge per un turno di amministrative. Poi abbiamo sempre discusso e se ci chiedono di discutere, discuteremo». In sintesi: Renzi potrebbe spalancare la porta a cambiamenti dopo il voto sul referendum costituzionale previsto ad ottobre (ma non è impossibile uno slittamento).

Il M5S, praticamente da solo, rifiuta ogni cambiamento pur criticando l’Italicum e dopo averlo definito incostituzionale. Luigi Di Maio, componente del direttorio del Movimento, vice presidente della Camera, non ritiene le modifiche “una priorità”. Dal blog di Grillo è partita un’aggressiva bocciatura: Renzi «ora vuole cambiare le carte in tavola perché ha paura di perdere. Un baro da due soldi e con la coda tra le gambe».

Renzi è solo, troppo solo e senza alleati rischia di perdere le elezioni e il referendum. La”vocazione maggioritaria” e “l’autosufficienza” del Pd, dopo la strepitosa vittoria alle elezioni europee del 2014 con il 40,8% dei voti, fanno acqua per la perdurante crisi economica e per i tanti casi di corruzione pubblica. Il M5S va su e il Pd va giù, lo si è visto nei ballottaggi per i sindaci. Di qui la corsa per cercare alleati e legare di nuovo il premio di maggioranza elettorale alle politiche alla coalizione e non più alla lista. La spinta al “ritocchino” si rivelò forte già un anno fa, appena approvato l’Italicum, da parte di Sinistra Italiana, Forza Italia, i centristi della maggioranza e le sinistre del Pd. Già allora i primi sintomi di nervosismo trapelavano tra gli stessi renziani. Ora si gioca la partita finale.

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