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L’ultimo orrore di Daesh a Mosul, arse vive 19 donne yazide

 

L’orrore di Daesh, che non merita di essere chiamato ‘Stato’ islamico, irrompe ancora una volta nelle nostre vite. Questa volta l’abominio è rappresentato da una gabbia in cui sono state arse vive in Iraq 19 giovani colpevoli solo di essersi rifiutate di diventare schiave sessuali.
Su di loro si è abbattuta la mano implacabile del boia dell’Isis perché donne, curde, yazide, musulmane che non credono nell’uso di Allah per giustificare ogni forma di violenza e di strage.
Non ci abitueremo mai a questi infamie ripugnanti e seppure a volte vorremmo non amplificare le ‘gesta’ di questi estremisti senza scrupoli, non possiamo esimerci dal raccontare carneficine come quest’ultima che mai, almeno fino all’ascesa di Daesh, avremmo immaginato.
Ancora una volta emerge in modo inconfutabile che nel mirino di Daesh non ci sono solo i cristiani e occidentali ma chiunque, soprattutto se di fede musulmana, non voglia piegarsi alla loro volontà di dominio.
La fine atroce delle 19 innocenti bruciate vive a Mosul è un’altra pagina terribile di questo secolo che ci ricorda quanto arduo, difficile sia la lotta per  liberarsi del ‘male’ che colpisce senza pietà donne che hanno detto no a schiavitù e violenza.
Non riesco nemmeno a immaginare il terrore provato dalle vittime quando sono state rinchiuse in una gabbia di ferro circondata da uomini con taniche di benzina e torce accese.
Non sapremo mai se abbiano implorato di risparmiale, se si erano pentire di essersi rifiutate di avere rapporti sessuali con i jihadisti che le avevano rapite e ‘formalmente’ sposate contro la loro volontà.
La macabra esecuzione, che riporta alla memoria la sorte toccata in Siria al pilota giordano Muad Kasasbeah, abbattuto su Raqqa a febbraio del 2015, è avvenuta nel fine settimana, in piazza, davanti a centinaia di ‘spettatori’.
Tutte le 19 giovani trucidate erano state rapite nell’agosto del 2014 vicino a Mosul. Secondo l’Onu sono in totale 3.500 le donne della minoranza irachena nelle mani degli aguzzini del sedicente califfo Abu Bakr al Baghdadi. Human Rights Watch aveva chiesto più volte di rilasciare le donne e le bambine rapite, ma l’appello dell’organizzazione per i diritti umani non è stato minimamente preso in considerazione dall’autoproclamatosi califfato. Più a lungo sono detenute dall’Isis, più la vita per queste sventurate diventa terribile. “Comprate e vendute, brutalmente violentate, gli vengono strappati i figli” racconta Skye Wheeler, ricercatore di Human Rights Watch. Tutti gli abusi documentati da Hrw, compresa la pratica di rapire le donne e forzarle a convertirsi all’Islam o a sposare membri di Daesh, sono tutti parte di un vero e proprio piano per eliminare la minoranza yazida. Come lo sono le persecuzioni nei confronti dei cristiani.
Ed è per questo che rilanciamo l’appello dell’associazione ‘Aiuto alla chiesa che soffre’ da tempo impegnata a denunciare che quanto compiuto dall’Isis in Siria in Iraq non possa che essere definito ‘genocidio’ e rivolge alle istituzioni la richiesta affinché l’Italia lo riconosca. Attraverso ‘Il Foglio’, un’intera pagina del quotidiano, l’organizzazione richiama la loro attenzione per far sì che la questione diventi centrale nella discussione in Parlamento e nelle altre sedi rappresentative. “Non possiamo indignarci oggi di fronte alle testimonianze della carneficina di Srebrenica, e contemporaneamente comportarci verso Siria ed Iraq con l’indifferenza che allora rese possibili i massacri nei Balcani”, si legge nel testo a firma della sezione italiana di ACS. Aiuto alla Chiesa che Soffre invita dunque il nostro Paese a chiamare con il proprio nome le atrocità commesse dai jihadisti contro le minoranze in Medio Oriente, nel solco delle recenti risoluzioni e mozioni approvate nel 2016 da Parlamento europeo, Camera de Rappresentanti degli Stati Uniti d’America e Camera dei Comuni del Regno Unito.

In Iraq nel 2014 oltre 125mila cristiani, assieme a migliaia di appartenenti ad altre minoranze religiose, sono stati costretti da Isis ad abbandonare le proprie case. Restando a Mosul o nella Piana di Ninive, avrebbero avuto l’alternativa fra la morte e il ripudio della fede. In centinaia hanno trovato la morte per mano di Daesh , come testimoniano i cadaveri ritrovati qualche settimana fa in fosse comuni a Ramadi, Anbar e Tikrit”. “Tutto questo si chiama ‘genocidio’ – afferma ACS – un insieme di atti volti a distruggere gruppi nazionali, etnici, razziali, religiosi. È per sanzionare tali crimini che è stata istituita la Corte Penale internazionale”. Infine, come sottolinea l’appello, non è solo una questione terminologica. È necessario che la comunità internazionale parli finalmente di pulizia etnica e di crimini contro l’umanità per descrivere le violenze del sedicente ‘Stato Islamico’ non per una battaglia confessionale, una difesa della libertà religiosa, ma per la libertà assoluta, senza aggettivi. Ignorare quanto accade equivale a esserne complici.
Si può aderire alla campagna di Aiuto alla Chiesa che Soffre attraverso l’hashtag #DefiniamoloGenocidio e inviando una email all’indirizzo definiamologenocidio@acs-italia.org.

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