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Il ruolo dell’Unione europea nel conflitto siriano

 

[Traduzione a cura di Manuela Beccati, dall’articolo originale di Rim Turkmani pubblicato su openDemocracy]

L’Unione europea nel documento strategico del 2007 sulla Siria, considerava il Paese “un fattore chiave per la stabilità della regione che svolge un ruolo fondamentale quale nazione di transito tra l’Ue e il Medio Oriente“. Questo però, non ha impedito all’Europa di precipitarsi in misure politiche ed economiche ingiustificate nei primi mesi del conflitto siriano, facendo svanire la sua capacità di influenzare il processo. Di conseguenza, l’intensificarsi della crisi ha inciso pesantemente sull’Ue, incapace così di giocare un ruolo significativo nella risoluzione del conflitto.

Anche se la guerra siriana si è evoluta in un’intricata combinazione di rivoluzione, conflitto armato, guerra di prossimità e terrorismo, le radici di questo scontro rimangono l’oppressione politica di lunga data e l’ingiustizia che hanno acceso il risentimento nella gente. La maggior parte delle azioni intraprese da potenze esterne non ha aiutato ad alleviare questa oppressione politica. Fatta eccezione per l’Accordo di cessazione delle ostilità approvato dalla Russia e dagli Stati Uniti a febbraio 2016, senza alcuna presenza siriana alla riunione, che è riuscito a portare una relativa calma nel Paese per più di due mesi e salvato migliaia di vite umane. Questo fa capire quanto sia significativo il livello di ostilità tra gli Stati Uniti e la Russia. Ma né la Russia né gli Stati Uniti hanno subito le peggiori conseguenze dalla guerra in Siria.

È l’Unione europea che ne ha risentito maggiormente con la minaccia alla sicurezza, il terrorismo e la crisi dei rifugiati. E sta assumendo un ruolo guida sostenendo e finanziando programmi umanitari che rispondono “alla più grande crisi umanitaria nel mondo dalla fine della seconda guerra mondiale“.

L’Ue, sia la Commissione che gli Stati membri, ha contribuito con oltre 5 miliardi di euro al piano straordinario di aiuti umanitari. Inoltre, più di 3 miliardi di euro sono stati annunciati in occasione della Conferenza dei donatori di Londra a febbraio 2016 (l’obiettivo che si sono posti gli organizzatori è di raccogliere almeno 8,3 miliardi di euro, n.d.t.).

“Il Mondo non è solo l’Europa”

Prima del conflitto l’Ue ha condotto relazioni piuttosto intense con la Siria, e attraverso il partenariato euromediterraneo e la politica europea di vicinato stava applicando una serie di strumenti, pur se con un effetto limitato, finalizzati alla realizzazione di una riforma politica ed economica. Poco dopo l’inizio del conflitto, l’Unione europea ha invertito la rotta abbandonando questi sforzi e concentrandosi sull’applicazione delle sanzioni, ridimensionando così la sua missione a Damasco. Le misure politiche estreme adottate però, le hanno fatto perdere l’influenza politica.

Nel giugno 2011, il ministro degli Esteri siriano aveva replicato dichiarando in una conferenza stampa: “Dimenticheremo che c’è l’Europa sulla mappa,” e aveva promesso di guardare “verso Est e verso Sud e in ogni direzione che si estende verso la Siria. Il mondo non è solo l’Europa“. Difatti, poco dopo, la Siria ha sospeso la sua adesione all’Unione per il Mediterraneo, e ha guardato altrove per il sostegno, soprattutto all’Iran, alla Russia e alla Cina. Ciò è servito solo a far aumentare il potere di questi Paesi sul governo siriano e aumentare la  frammentazione a tutti i livelli. La teoria del cambiamento che presuppone il mutamento di atteggiamento nel regime grazie alle misure restrittive imposte, non solo ha dimostrato di essere sbagliata, ma al contrario, quelle misure hanno prodotto il risultato opposto.

Il 18 agosto 2011 avviene una svolta nella politica europea verso la Siria. A seguito “dell’utilizzo su vasta scala della forza militare nelle città di Hama, Deir al-Zour e Lattakia“, dichiara la Ue, “le promesse di riforma del presidente hanno perso ogni credibilità e il processo di cambiamento non può avere successo sotto una repressione permanente. L’Ue prende atto della perdita completa di legittimità di Bashar al-Assad agli occhi del popolo siriano e la necessità per lui di farsi da parte“. L’annuncio sembra essere orchestrato su impulso degli Stati Uniti, con il presidente Obama, del primo ministro britannico David Cameron, del presidente francese Nicolas Sarkozy e del cancelliere tedesco Angela Merkel, che lo stesso giorno hanno chiesto ad Assad di dimettersi. La logica dietro questa azione era che se gli altri leader avessero seguito questa mossa il presidente Assad sarebbe stato costretto a dimettersi. Hillary Clinton ha commentato a proposito: “Se la Turchia dice che, se il re Abdullah dice che, se gli altri dicono, non c’è modo che il regime di Assad lo possa ignorare“.

Tutte le misure politiche ed economiche sono state intraprese prima che venisse delineata qualsiasi strategia specifica verso la Siria. Solo due anni dopo, nel giugno 2013, è stata tracciata una nuova strategia per questo Paese.

Giustizia e stabilità

Quello che sarebbe stato necessario per la Siria erano norme volte a migliorare la situazione della gente comune, fornendo loro la protezione necessaria e contrastando le dinamiche strutturali del conflitto. Alcune delle politiche dell’Ue, invece, hanno fatto esattamente il contrario. Le sanzioni mirate all’economia generale hanno peggiorato le condizioni di persone comuni coinvolte, e hanno accelerato lo sviluppo di una sfera economica legata alla guerra invece di far pressione sul regime siriano, che ha trovato modi alternativi per superare gli effetti delle sanzioni.

Una delle aree in cui l’Europa può svolgere un ruolo chiave nel portare stabilità in Siria è la giustizia, assolutamente necessaria sia per il permanere della pace e della stabilità, sia per mettere ordine nelle strutture politiche e sociali di base che hanno originato il conflitto, che è profondamente radicato in molti strati e forme di ingiustizia, risentimento e disuguaglianza.

L’Ue ha annunciato un impegno per l’equità e l’affidabilità della Siria, e il sostegno di diversi programmi di transizione nella giustizia, gestiti dai civili. Tuttavia, assumendo questo ruolo l’Europa ha dovuto affrontare il “dilemma” tra: ricerca di responsabilità o mettere fine al conflitto. Un fatto diventato evidente negli ultimi sei mesi dopo l’inizio del processo di pace di Vienna. L’Unione europea è diventata membro di ciò che è noto come il gruppo internazionale di supporto alla Siria (ISSG), ovvero il catalizzatore del processo. Ci sono state due dichiarazioni dell’ISSG a Vienna alla fine del 2015. Nessuna delle due però, ha incluso qualsiasi riferimento alla necessità di un impegno per la responsabilità, la giustizia, e quali meccanismi per la giustizia di transizione. Queste dichiarazioni più tardi sono diventate la spina dorsale della risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu numero 2254, emessa il 19 dicembre 2015, che ha anche escluso ogni accenno di giustizia e responsabilità.

L’Ue ha imposto, come da copione, il rispetto del diritto internazionale umanitario in Siria, la protezione dei civili, e ha condannato tutti gli attacchi indiscriminati contro i civili. Allo stesso modo, ha fatto appello affinché sia consentito l’accesso umanitario illimitato e costante a garanzia della consegna sicura di aiuti umanitari e di assistenza medica a tutte le persone in stato di bisogno. Tuttavia, come la maggior parte degli attori internazionali, l’Unione europea non ha preso misure concrete sufficienti a garantire l’attuazione di questi appelli.

La società civile in Siria

L’emergere della società civile, è una delle cose più positive che siano accadute in Siria nel corso degli ultimi cinque anni. Si è stati in grado così, insieme ai locali Consigli di amministrazione (LACs), di colmare la lacuna provocata dal crollo totale o parziale dello Stato in diverse parti della Siria. L’Ue ha contribuito a finanziare gli amministratori locali, in aree controllate dall’opposizione, e ha sostenuto programmi che hanno promosso il buon governo nei consigli di amministrazione locale; questo dopo aver contribuito ad aprire l’accesso a persone titolate a farlo e aver promosso un trend positivo di legittimazione dei civili rispetto ai soggetti armati. L’Unione europea ha avuto meno influenza nelle zone con controllo di sicurezza misto.

Tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, ha seguito molti cessate il fuoco locali in queste aree della Siria, controllate normalmente dall’opposizione e circondate a loro volta da zone controllate dal Governo. Sebbene questi accordi locali siano nati in mezzo a pessime condizioni, compresi gli assedi, molti hanno portato a un miglioramento della situazione umanitaria. L’Ue non ha avuto alcun ruolo diretto nel cessate il fuoco. Nel mese di aprile 2014 ha rilasciato una dichiarazione critica sui cessate il fuoco: “L’Ue si occupa di casi di abbandono forzato, etichettati come cessate il fuoco locali, imposti dal regime attraverso assedi logoranti. L’Ue invita il regime a consentire un efficace controllo di terze parti sul cessate il fuoco, ad un’azione di sostegno, e invita a consentire evacuazioni sicure e senza ostacoli per i civili su base volontaria e il passaggio dei convogli umanitari e del personale“.

Invece, il Governo siriano ha usato tattiche di assedio contro i civili in molte aree per obbligarli alla sottomissione alle sue condizioni. Con alcune eccezioni, come in Mouadamiya, dove non tutti i cessate il fuoco sono stati dei casi di resa: laddove intendevano arrendersi, hanno dato l’opportunità di aiutare i civili quando nient’altro ha funzionato. L’Ue ha indicato legittimamente il monitoraggio di terze parti come un fattore chiave nel sostenere i cessate il fuoco, ma ancora non si sa che non ha fatto niente per fornire tale vigilanza. Ad esempio, non ha fatto pressione per un mandato da parte del Consiglio di sicurezza dell’ONU per una nuova missione di monitoraggio delle Nazioni Unite dopo che l’ultima è stata ritirata nel 2013, e nemmeno ha spedito una missione di monitoraggio da parte della Pesc.

Nuovo giro di consultazioni a Ginevra

Un nuovo round di consultazioni si approssima a Ginevra, e l’Ue dovrebbe garantire che l’esito non sia semplicemente il risultato di colloqui fra Stati Uniti e Russia, con il pericolo di tradursi nella creazione di ulteriori prossimi conflitti che potrebbero influenzare l’Europa. I negoziati di Ginevra non dovrebbero finire se non con una procedura a “guida siriana”, come il Consiglio di Sicurezza 2254 afferma dovrebbe essere. L’Ue potrebbe fare molto per garantire un processo di pace a guida siriana, perché solo una tale impostazione porterà la Siria sulla via della pace e della democrazia. L’Ue potrebbe svolgere un ruolo garantendo che la transizione in Siria si diriga verso la democrazia.

Tra le molte misure concrete che l’Ue potrebbe portare al tavolo dei negoziati ci sono gli strumenti economici. Come l’accordo di associazione, le relazioni economiche, i programmi di cooperazione bilaterale nell’ambito della politica europea di vicinato, il partenariato nei programmi regionali europei, insieme alle operazioni di prestito e assistenza tecnica da parte della BEI e la revoca delle sanzioni economiche: tutti meccanismi che possono essere introdotti come graduali incentivi a Ginevra, con lo scopo di incoraggiare l’accordo. Ciò potrebbe avere un triplice effetto. Prima di tutto legalizzare l’economia civile, che è un passo fondamentale per la lotta contro l’economia di guerra; secondo, migliorare la situazione umanitaria ed economica del popolo siriano maggiormente colpito da queste misure; e infine rendere queste misure un incentivo al Governo siriano per rispettare quelle inerenti ai diritti umani, come porre fine al bombardamento di aree civili e rilasciare i detenuti.

L’Ue potrebbe anche svolgere un ruolo nel garantire che la responsabilità sia resa fondamentale per qualsiasi piano di transizione in Siria. Nel frattempo, l’Ue dovrebbe continuare il prezioso lavoro che ha fatto nel sostenere i processi locali e le agenzie locali legittime che sono emerse di recente, nella fattispecie i Lacs, e ponendo una forte enfasi sul sostegno del buon governo. L’Ue dovrebbe svolgere un ruolo centrale non solo sostenendo la società e le autorità civili locali in Siria, ma dovrebbe ridimensionare il suo peso per dar loro modo di diventare una parte essenziale della soluzione, e garantendo la loro presenza ai tavoli decisionali siriani. Solo la loro presenza potrebbe davvero garantire un “processo a guida siriana” e un nuovo vicino democratico per l’Europa.

Da vociglobali

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