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Due assoluzioni per il giornalista Rino Giacalone. Due pronunce che fanno giurisprudenza

 

Il caso ha voluto che i due procedimenti, che per la verità non hanno suscitato le giuste indignazioni, cui era sottoposto da più di un anno il giornalista trapanese Rino Giacalone, sono arrivati a conclusione nel giro di pochi giorni l’uno dall’altro. Con uguale pronunciamento assolutorio. Dapprima è arrivata l’assoluzione dall’accusa che già per come era stata scritta mostrava tutta la sua anomalia, ossia l’offesa alla “reputazione” del signor Mariano Agate, boss mafioso importante della “cupola” siciliana, il pm aveva chiesto 4 mesi di carcere, il giudice monocratico Visco lo ha assolto (accogliendo la tesi dei difensori avvocati Carmelo Miceli, Domenico Grassa ed Enza Rando) con un dispositivo nel quale si è pronunciato il riferimento all’articolo 21 della Costituzione. Un processo che già qui avevamo raccontato con un articolo di Paolo Borrometi. E’ di ieri la notizia della seconda assoluzione, quella dall’accusa di avere pubblica atti coperto da segreto, ossia il contenuto (non integrale) delle intercettazioni che riguardavano l’ex senatore del Pd Nino Papania (Alcamo), che proprio per un altro articolo scritto allora da Rino con Marco Lillo sul Fatto Quotidiano aveva portato il Pd nazionale a ritenere incandidabile l’esponente politico alcamese. Papania era stato oggetto in coincidenza delle elezioni amministrative tenutesi ad Alcamo nel 2012, di una serie di attentati.

Le intercettazioni operate dalla Procura di Trapani nei confronti degli indagati, avevano fatto emergere fattispecie di reati proprio nei confronti di Papania, che in sede di giudizio si era visto respingere dal giudice ogni istanza risarcitoria avanzata nei confronti dei soggetti poi condannati (ma non per estorsione), tanto che quelle intercettazioni finirono nel procedimento dove Papania appena di recente è stato condannato, assieme ad altri, per concorso in voto di scambio. Papania dopo la pubblicazione di quelle intercettazioni sul quotidiano on line Alqamah.it, del quale Rino Giacalone è direttore responsabile, una serie di articoli firmati dallo stesso Giacalone, aveva presentato una querela per diffamazione, querela archiviata dalla Procura che però iscrisse Giacalone nel registro degli indagati per violazione dell’articolo 684 del codice penale, pubblicazione arbitraria di atti di procedimento penale. Procura e gip successivamente hanno fatto notificare a Giacalone un decreto penale di condanna contro il quale il giornalista, assistito ancora dall’avv. Carmelo Miceli, ha presentato opposizione.

Da qui il pronunciamento del giudice monocratico Angelo Pellino che ieri dopo avere svolto in una unica udienza l’istruttoria dibattimentale, ha respinto la richiesta dalla Procura che aveva chiesto per Giacalone la condanna a 15 giorni di arresto ed ha accolto le ragioni della difesa, ossia “il fatto non costituisce reato”. “Siamo dinanzi a sentenze che contengono il riconoscimento a importanti principi – ha commentato l’avvocato Carmelo Miceli – nella prima è eclatante quanto importante l’aggancio all’articolo 21 della Costituzione, nella seconda c’è il riconoscimento anche della discriminante dell’art. 51 del codice penale, cioè per il giudice Giacalone ha adempiuto ad un corretto esercizio, ha adempiuto al diritto dovere di informare”. “Esco assolto da un momento che è stato difficile vedendo negato in tutte e due le occasioni il mio diritto dovere ad informare il lettore, si trattava non di moniti rivolti solo alla mia persona, e per questa ragione nemmeno un solo minuto mi sono sentito vittima di chissà che cosa, anche se forse qualcosa di anomalo è accaduto, ma credo che i due procedimenti hanno rischiato di trasformarsi in un qualcosa rivolto a tutti i giornalisti, sopratutto ai giornalisti di quelle periferie che lontano dai riflettori ogni giorno cercano di raccontare ciò che accade, le assoluzioni per questa ragione non sono solo mie ma di tutti i giornalisti almeno di quelli che credono ancora in questa professione e che hanno voglia e desiderio di continuare a essere guardia di un potere che spesso ha dimensioni criminali”.

“Mai è venuta meno la fiducia nella giustizia, ero convinto di avere avuto una condotta dentro i limiti delle norme e anche delle norme deontologiche ma che teneva conto anche del diritto dovere di informare e di esercitare il diritto di critica. Mai come in queste occasioni ho sentito vivo due moniti, quello di Peppino Impastato che a costo della vita ci ha lasciato detto che la mafia è una montagna di merda, ed un mafioso in quanto parte di quella montagna è un pezzo di quella montagna, e quello di Walter Tobagi, quando un giornalista ha una notizia rilevante e fondata ha l’obbligo di scriverla adempiendo così ad un servizio, se questo non fa eserciterebbe un servizio meno nobile, ed allora oggi tutti noi giornalisti sappiamo, per il contenuto sancito nelle due sentenze, di potere essere profondamente e seriamente nobili, la difesa della democrazia e della libertà resta oggi ancora di più affidata alle nostre penne”.

Le vicende processuali di Giacalone hanno ricevuto la costante attenzione da parte dei vertici dell’ordine dei giornalisti, in particolare con gli interventi del presidente nazionale Enzo Iacopino, e di quello regionale Riccardo Arena, nonché da parte del sindacato dei giornalisti, già con un intervento del presidente della Fnsi Santo Della Volpe e poi dal suo successore Beppe Giulietti, dal segretario nazionale Raffaele Lorusso e da quelli regionale e provinciale, Alberto Cicero e Giovanni Ingoglia. Anche don Luigi Ciotti ha voluto portare il sostegno di Libera. Anche Ossigeno per l’informazione ha voluto partecipare e sostenere Giacalone in questi pesanti momenti giudiziari, utili a produrre una giurisprudenza utile per tutti i giornalisti e in particolare per quelli intimamente legati e fedeli all’articolo 21 della nostra Costituzione.

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