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Le torri di Babele all-inclusive nei Caraibi

 

Il motto aziendale “Jamaica no problem”, tormentone che i turisti quaggiù conoscono bene, è crollato polverosamente all’alba del 10 maggio 2016, nella baia di Negril, insieme all’impalcatura centrale del Blue Diamond, il nuovo hotel in costruzione in Giamaica, che ha ceduto di schianto, tirandosi dietro l’armatura di sostegno, e intrappolato nella voragine diversi operai. Struttura di 587 stanze del gruppo Royalton, proprietà del tour-operator canadese Sunwing, questo nuovo colosso all-inclusive, ha mostrato prematuramente i suoi piedi d’argilla, mettendo a rischio l’inaugurazione pianificata per dicembre. Therrestra Ltd, la ditta della Repubblica Dominicana incaricata dei lavori, è sul banco degli imputati: violazione delle norme di sicurezza, esercizio abusivo di professione, …e, last but not least, pessima comunicazione con il personale.

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“…dem need fi control dat, like di dust and when dem a put it up a scaffolding , dem haffi know weh dem a do….di engineeer dem, rush de building, rush the contractor fi put up it too fast..das why di tragedy gwaan up deh suh”  “loro dovrebbero controllare le impalcature, ridurre la polvere e testarne la solidità, dovrebbero sapere quello che fanno…l’ingegnere ci mette troppa pressione, tutto di fretta, per questo è successa la tragedia” lo sfogo in patois, il creolo in versione anglofona, raccolto tra gli operai coinvolti nel crollo, evidenzia le pecche di un progetto, il cui leitmotiv principale è stata la fretta.
Che ha portato a trascurare le procedure di sicurezza nell’erigere le impalcature, costretto gli operatori a turni massacranti di notte, quando la polvere baluginante nei riflettori sparati in faccia crea cecità momentanea, dimezzato i tempi di asciugatura del cemento, e utilizzato sabbia di mare, corrosiva causa il sale, per fare concrete.(calcestruzzo) A ciò va aggiunta l’incomunicabilità tra i supervisori dominicani, che non capiscono una parola di patois, e gli operai locali. C’è dell’altro: Therrestra Ltd Jamaica, opera abusivamente sul territorio nazionale, non essendosi mai iscritta al registro ditte, violando così regole basilari di costruzione.

La ministra del Lavoro, caduta dalle nuvole, ha dichiarato di aver condotto regolari ispezioni al cantiere.  Forse la polvere l’ha accecata; le falle a livello sicurezza, e l’assenza di tutela nei riguardi di una baia caraibica tra le più belle, erano evidenti. Il governatore di Negril ha bloccato i lavori, rilevando che alcune strutture mostrano l’acciaio dell’armatura proteso oltre il limite di costruzione, fissato a 4 piani dal regolamento edilizio balneare. Non è certo una novità: il giocattolone Bahia Principe, mega hotel della famiglia Piñero di Palma de Mallorca, arriva agli 8-10 piani, infrangendo più del doppio la legge vigente. Questa sorta di castello/vacanze, è proprio dentro la baia di Runaway Bay, gemma della Costa Nord.

Il tempo record impiegato (pochi mesi) per le sezioni finali, dovrebbe far riflettere sia i tour-operator, che d’inverno convoglieranno quaggiù migliaia di turisti, così come i solerti ispettori locali. Controlli scrupolosi eviterebbero possibili disgrazie, tutelando così vite e posti di lavoro, che sono 7000 a Bahia Principe, e 4.000 previsti per Blue Diamond. Oltre alle centinaia di operai addetti alla costruzione di tali moloch, che ora rimarranno senza paga, durante l’inchiesta a lavori fermi.
La vendita dei gioielli di famiglia dai magnati locali alle multinazionali nord-americane e spagnole che controllano il turismo nei Caraibi, dimostra come la visione di tale settore sia ormai stravolta; la vicenda giamaicana è simbolica: il Blue Diamond nasce sulle ceneri del Grand Lido, l’hotel preferito di John Issa, imprenditore libanese, proprietario della catena SuperClubs, che ha perso ormai quasi tutti i suoi anelli.
Modello di un’edilizia “ecologicamente corretta” immerso nella vegetazione, con fontane e piscine ergonomiche; non ha retto il passo con i tempi. Oggi bisogna soddisfare le esigenze di un turismo di massa da portafogli media portata, e gusto mediocre.

La nuova moda non guarda alle finezze o al rispetto della natura, e alterna uno stile condominiale a schiera, a kitsch pseudo-gotici con tocco futurista, come i cupoloni Grand Palladium e i tetti gugliati del Bahia, che stanno a una baia giamaicana come il classico cavolo a merenda. I costi non sono leggeri; si va dai 220 ai 450 dollari a notte per stanza, pacchetto unico: volo, soggiorno, alimenti e bevande. Come extra, chicche sexy; un’oasi in progetto a Negril per soli adulti, a pochi passi dal disastro, sulla falsariga Hedonism II, l’albergo dirimpettaio per coppie scambiste che fece furore negli anni 90’. Statue di nudi ammiccano nella nuova sezione di Bahia Principe. Il Grand Lido è stato raso al suolo e si sta ricostruendo ground zero, in barba alle norme edilizie locali.

Conclusioni

Chiudere la stalla quando i buoi son già scappati, come si è fatto a Negril, non è una buona politica, e può rivelarsi disastrosa.  Il Royalton non è la sola torre di Babele turismo all-inclusive dei nostri frettolosi tempi; edonismo e illusioni da club VIP a prezzi nazional-popolari solo nella propaganda, sono il trend imperante. A scapito del servizio, affidato spesso a personale mal pagato senza supporto professionale, e della sicurezza, che la vicenda Costa Concordia ha tragicamente dimostrato da noi. “Business is business”. Un ritornello copiato dagli americani, che diventa beffardo, quando i danni da pagare sono superiori agli introiti.

(un articolo similare è stato pubblicato su “il manifesto” del 23 maggio)

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