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Referendum trivelle del 17 aprile. Per cosa si vota e chi ha lo indetto

 

Il 17 aprile si vota per il referendum delle trivelle. Chiamiamolo sbrigativamente, anche se impropriamente così.  Per alcuni è anche il referendum sull’energia rinnovabile.  Per altri è il referendum sullo scandalo Guidi-Gemelli-Tempa Rossa.  Per molti è politicamente l’ennesimo banco di prova di tenuta del governo. Atteniamoci il più possibile ai fatti.

Da Piero Pantucci

Il quesito referendario si limita al rinnovo o meno delle concessioni di estrazione di energia fossile (petrolio e gas) nelle acque italiane, ovvero entro dodici miglia dalla costa. Non si occupa dunque di nuove concessioni, così come non si pone il problema di interrompere quelle già in essere. Ma il suo significato politico è di grande evidenza, soprattutto dopo che Renzi ha invitato a disertare le urne per far mancare il quorum, e dopo che l’esplodere del caso Tempa Rossa ha rivelato/confermato intrecci inquietanti fra la politica energetica e il mondo politico (segnatamente, come è ovvio, l’area di governo).

Si voterà, perché nove regioni lo hanno formalmente richiesto. Per norma costituzionale ne bastavano cinque. Inizialmente i consigli regionali richiedenti erano dieci: Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania, Molise, Abruzzo. Quest’ultimo poi si è ritirato. Il fronte referendario è poi arricchito dal sostegno di associazioni particolarmente attive sui temi ambientali, come Legambiente, che ha svolto un ruolo protagonistico per accendere interesse sul referendum (a lungo trascurato dalle forze politiche e dai media) e provocare una vittoria del sì.

Ammesso che un governo regionale sia autenticamente rappresentativo delle istanze dei suoi amministrati, la vittoria dei referendari sembrerebbe avere buone possibilità. Invece non è affatto scontata:

1) per essere validato, il referendum deve essere partecipato dalla metà più uno della popolazione e la più recente tendenza dell’elettorato italiano è verso un progressivo allontanamento dalle urne;

2) l’assenza dal novero delle regioni promotrici di Lombardia, Piemonte, Emilia, Lazio, Sicilia (cioè delle regioni più popolose) può precostituire un fronte astensionista di ampiezza micidiale per il raggiungimento del quorum;

3) non tutte le regioni che hanno sottoscritto il referendum si sono molto impegnate nel corso di questi mesi.

Per contro, l’interesse su temi che inizialmente potevano essere giudicati marginali sul piano industriale e minimali sul terreno politico si è moltiplicato a dismisura nelle ultime settimane grazie alle grottesche disavventure della “ditta” Guidi-Gemelli che ha messo a nudo gli intrecci politico-economici fi qui tenuti in sordina.

Sei regioni fra quelle firmatarie del referendum avevano sollevato la questione del conflitto di attribuzione presso l’Alta Corte, che però ha rigettato il ricorso, per ragioni di metodo. Serviva il voto di almeno cinque consigli regionali fra quelli delle regioni proponenti, mentre in una sola regione (il Veneto) è stato effettuato questo voto. Una decisione che non incide sul referendum del 17 aprile, giorno in cui gli italiani saranno chiamati a votare sul quesito relativo alla durata delle concessioni entro le 12 miglia.

In termini generali, sono 21 le concessioni entro le 12 miglia in scadenza (scadenza che in alcuni casi è ancora molto lontana rispetto ad oggi) e di cui si chiede il non rinnovo: uno in Veneto, due in Emilia-Romagna, uno nelle Marche, tre in Puglia, cinque in Calabria, due in Basilicata e sette in Sicilia. Concessioni non significa impianti: che infatti sono 135 piattaforme e teste di pozzo, di cui 92 entro le 12 miglia, dislocate nell’Adriatico, nello Ionio e, relativamente alla sola Sicilia, nel Mediterraneo.

Che incidenza hanno questi impianti sul fabbisogno energetico nazionale? Soddisfano – secondo fonti del ministero dello sviluppo economico – il 3% del fabbisogno di gas e l’1 % del fabbisogno di petrolio. Vediamo più in dettaglio che cosa è avvenuto e che cosa avviene nelle regioni promotrici (e un po’ anche nelle altre).

Partiamo dalle più combattive, quelle che hanno sostenuto le ragioni referendarie con maggior convinzione.

Puglia – E’ di fatto la regione-guida del fronte referendario. Michele Emiliano, il presidente (ed ex sindaco di Bari) è considerato il “gladiatore del Sud”.

Emiliano, in diretta polemica col governo, ha dichiarato: “In nessuna occasione sono stato avvisato dal ministero dello sviluppo economico che in data 22 dicembre 2015 sarebbe stata concessa la dodicesima autorizzazione alle prospezioni finalizzata alla ricerca di idrocarburi in Puglia. Anzi, le interlocuzioni tra il governo e le regioni che hanno chiesto il referendum erano nel senso di ritirare tutte le autorizzazioni concesse fino a quel momento. L’autorizzazione del 22 dicembre, pertanto, contraddice tali propositi sui quali si era tentata una riconciliazione tra governo e regioni”.

L’area di mare di pertinenza della Puglia non è fra le più “trivellate” in termini quantitativi (dodici impianti in totale), ma una di queste concessioni ha suscitato particolare sensazione: si tratta di quella nelle vicinanze delle Isole Tremiti (anche se viene rispettato il vincolo delle 12 miglia), “un gioiello ambientale conosciuto in tutto il mondo” che ora rischia di essere sacrificato (con contraccolpi anche sul piano turistico) alla estrazione del combustibile fossile. “Se serve a risanare il bilancio dello Stato, ben venga”, ha commentato sconsolato il sindaco delle Isole Tremiti, Antonio Fentini.

Non va poi trascurato che in questa battaglia, Emiliano si gioca molto più che non la difesa ambientale della Puglia: la sua sfida alla leadership di Renzi all’interno del partito democratico è diretta, la sua alternativa alla segreteria del partito è dichiarata.

Calabria – Le coste calabre sono, in termini di affollamento estrattivo, forse le più toccate dalla politica delle trivelle. Sono sei i gruppi concessionari, fra cui l’ENI, che ha gli impianti più vicini alla costa, nel Cosentino. Nel crotonese è attiva l’inglese Norther Petroleum. Ed è dal crotonese che proviene la personalità politica più dinamica in questa battaglia: l’assessore regionale all’ambiente Antonella Rizzo, promotrice di numerose iniziative e di incontri fra i comitati del fronte referendario (l’Associazione crotonese “Fabbrikando l’Avvenire”, il movimento “no Triv Calabria”, “Green Pace”, “Slowfood Calabria”, “Legambiente”, “WWF”, “Italia Nostra”), coi quali (presente anche il presidente regionale Mario Oliverio, pd) ha motivato in una recente conferenza stampa le ragioni del sì.

Basilicata – Molto complessa la situazione in questa regione. Pur essendo una delle regioni promotrici, il suo presidente, Marcello Pittella, ha espresso di recente una posizione sostanzialmente filorenziana in politica energetica. La Basilicata è la regione che ospita “Tempa Rossa”, ovvero il giacimento scoperto nel 1989 e che ha una riserva stimata in circa 400 milioni di barili. “Dico sì all’estrazione di idrocarburi” ha dichiarato Pittella “purché entro il limite di 154.000 barili al giorno e con garanzia di sostenibilità ambientale”. Il limite dei 154.000 barili si riferisce ad una autorizzazione già concessa ad ENI e Total nel 1998 e nel 2006. Ma Tempa Rossa è un impianto di terra; il referendum riguarda le estrazioni in mare. E Pittella dichiara che andrà a votare, senza specificare come voterà. Per essere il presidente di una delle regioni che hanno voluto il referendum e che sono maggiormente toccate dal tema delle trivellazioni, il meno che si possa dire è che Pittella è un soggetto politicamente ondivago.

Veneto – E’ l’unica regione governata dalla destra che si sia concretamente mossa per la riuscita del referendum. Il presidente leghista Zaia così riassume il punto di vista regionale: “Il traguardo decisivo è quello di impedire le trivellazioni nei nostri territori e nel nostro mare e mettere la parola fine a questa spada di Damocle che pende sulle teste di milioni di cittadini e aziende del Veneto e delle altre regioni adriatiche. Noi continuiamo a opporci con fermezza alle perforatrici che il governo Renzi vuole calare sui nostri territori e a lottare con ogni mezzo contro lo sfruttamento petrolifero dell’Adriatico, che potrebbero provocare enormi danni al nostro ambiente e all’economia turistica costiera”.

L’area dell’alto Adriatico peraltro è meno “trivellata” rispetto alle coste meridionali. Una sola concessione (dell’ENI), non distante dal delta del Po, è però sufficiente a mobilitare la regione.

Marche – Nel mare marchigiano, al limite delle dodici miglia, opera la Appennine Energy. La regione non si è segnalata per particolare impegno nella campagna referendaria. Il presidente Luca Ceriscioli (pd) non si è proprio sentito. Posizione ha invece preso il capogruppo regionale del pd Gianluca Busilacchi: “La decisione di votare sì è stata oggetto anche dell’ultima riunione del Gruppo Pd, che ha confermato all’unanimità questa volontà. La scelta di ridare la parola ai cittadini su un tema di grande importanza per il futuro dei territori non può essere considerata un inutile orpello”. Una dichiarazione non eccessivamente bellicosa, ma comunque in controtendenza rispetto all’orientamento del partito espresso dal segretario nazionale.

Molise – Tutte le forze politiche appoggiano il sì. Il presidente provinciale di Campobasso De Matteis invita a votare sì perché il petrolio è causa di inquinamento, di dipendenza economica ed è il regno delle lobby. Ma il presidente regionale Paolo Di Laura Frattura (che, non dimentichiamolo, nasce politicamente in Forza Italia e che aderisce al pd solo nel 2011) è meno schierato e non è entrato a far parte di quel gruppo di 14 consiglieri regionali (della maggioranza di centrosinistra e del Movimento 5S) che hanno costituito il comitato per il sì, che sarà sostenuto da una autotassazione.

Sardegna – La Sardegna è assai trascurabilmente interessata alle trivellazioni (anzi, nel presente, non lo è per nulla), eppure è la regione che più di ogni altra si segnala per i contrasti e la rissosità intestina del partito democratico circa la partecipazione al referendum. Il Consiglio regionale aveva votato compattamente per l’adesione al referendum. Ancora in settembre, il gruppo regionale del pd aveva ribadito, con una sola eccezione, questo orientamento. Ma negli ultimi tempi si sono moltiplicati i distinguo e i ci ripenso. A cominciare da quello del presidente regionale Francesco Pigliaru, che ha lasciato intendere che renzianamente non andrà a votare. Con lui si è schierato il capogruppo regionale Pietro Cocco, che ha detto: “Il presidente ha spiegato che non si sta chiedendo l’autorizzazione all’impianto di nuove trivelle, prendendo così le distanze da comode posizioni demagogiche”; come se non fosse chiaro fin dall’inizio che l’obiettivo referendario era solo quello di impedire il rinnovo delle concessioni. Sul fronte del sì invece il presidente del consiglio Gianfranco Ganau e il sindaco di Sassari Nicola Sanna. Spiace che un tema così delicato il partito democratico lo utilizzi come tribuna precongressuale. Delle altre forze politiche, abbastanza scontato il sì di sinistra italiana e degli indipendentisti sardi, mentre rasenta il ridicolo l’improvviso empito ambientalista dell’ex presidente berlusconiano Cappellacci.

Liguria – Fiacco, al limite dell’inesistente, il dibattito politico in Liguria sul referendum. Il clima si è molto lievemente surriscaldato dopo l’esplosione del caso Tempa Rossa. Il presidente Toti deplora che ci si debba dividere fra un sì e un no, mentre sarebbe stato preferibile che “il Governo Renzi avesse aperto una trattativa per trovare una soluzione condivisa su un argomento molto complicato come l’utilizzo delle risorse energetiche nazionali”. Comunque preannuncia il suo sì. Si prevede e si teme una bassa affluenza dei liguri alle urne.

Campania – La Campania è fra le regioni promotrici del referendum, ma non se ne è accorto nessuno. Si muove, come nel resto d’Italia, Legambiente. Ma la Giunta e il Consiglio?

Silenzio assoluto, almeno fino a una settimana fa, quando Vincenzo De Luca ha spiegato che il referendum è inutile e che lui non andrà a votare. Eppure, non più tardi del 29 settembre scorso il consiglio reginale aveva aderito all’unanimità ai referendum. Già, ma De Luca quel giorno “non c’era”. E dopo? E dopo, De Luca si dichiara convinto dalle rassicurazioni governative, e precisa che “l’iniziativa si è sovraccaricata di ideologismi”. “Comunque” – e questa è da antologia – “voglio dire al mio amico Michele Emiliano (Governatore della Puglia): se qualcuno mi proponesse di fare le trivellazioni davanti alla costa della Campania, ad Ischia o a Capri o nel Cilento, o nell’area di Caposele, io farei la guerra anche al Governo, tanto per essere chiari”.

Qualche nota in più.

Sicilia e Lombardia – Se può sorprendere (due volte) una regione come la Campania che prima appoggia un referendum, pur non essendone direttamente interessata e poi boicotta la propria decisione, sorprende anche che la Sicilia, la regione le cui coste, nel Canale di Sicilia, da Mazara del Vallo al Ragusano, “ospitano” ben sette concessioni e parecchi impianti.

Fra i grandi assenti anche la Lombardia, che non ha il mare e le coste, ma che ha autorizzato trivellazioni per l’estrazione del gas nel comune di Zibido San Giacomo. Qualcuno spiegherà perché Maroni si disinteressi alle trivelle marine, mentre considera benefiche quelle terrestri.

Da jobsnews

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