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Piccola, irriverente, squattrinata: auguroni alla brigata partigiana del Manifesto!

 

Piccola, irriverente, squattrinata, sempre costretta a convivere con l’incubo di dover chiudere eppure coraggiosamente resistente: auguroni alla banda del Manifesto! Quarantacinque anni, a pensarci bene, è un’età considerevole per un quotidiano orgogliosamente comunista, orgogliosamente controcorrente, quasi sempre all’opposizione, quasi sempre ignorato e deriso dalle false élite di bottegai arricchiti, saccenti elevati a guru e voltagabbana col cuore a sinistra e il portafoglio a destra che si sono alternate alla guida di questo Paese: non soltanto in ambito politico ma pressoché ovunque.
Auguroni a questa brigata partigiana di resistenti, nata da un gruppo di intellettuali di area ingraiana sul finire degli anni Sessanta e capace di resistere persino a un’ignominiosa radiazione da parte dei vertici del PCI, trasformando la debolezza in forza e divenendo una sorgente di idee e una fonte di ispirazione irrinunciabile per tutti coloro che non si rassegnano all’egemonia del pensiero unico liberista.

Contrari ad ogni cinismo, convinti che nella vita esistano valori morali che vengono prima di quelli materiali, sostenitori di una politica pulita e onesta, ostili a tutti gli avventurieri e i salvatori della Patria che in nome di un ego smisurato hanno presentato ricette fantasiose e, il più delle volte, dannosissime, rivoluzionari nell’animo ma senza mai scadere nel fanatismo e nella violenza, nemici di ogni guerra e anche delle cosiddette “missioni di pace”, garbati, ironici e dotati di titolisti e vignettisti in grado di trasformare le prime pagine in opere d’arte, i compagni del Manifesto sono anche uno dei pochi esempi rimasti di quel giornalismo di cooperativa, comunitario e rispettoso delle singole professionalità, del quale avremmo bisogno come l’aria.
Per questo è bene difendere questo patrimonio, acquistandolo e prestandolo agli amici, discutendone, confrontandosi e talvolta anche dissentendo, così da arricchire la nostra democrazia, il nostro dibattito pubblico e la nostra visione culturale.

Perché, in fondo, è a questo che dovrebbe servire un giornale: ad ampliare gli orizzonti, ad approfondire, a riscoprire il gusto dell’analisi e a contrastare l’oceano barbaro di superficialità nel quale siamo immersi. Per questo è nato “il manifesto” e per questo è bene che viva ancora a lungo: con il pugno chiuso, la schiena dritta e un’innata passione per la libertà.

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