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L’effetto della pubblicità a Cosa nostra ci sarà comunque

 

Siamo davvero uno strano Paese. Disponiamo di quella che – da quando Renzi è il capo del governo, cioè da poco più di due anni – si è autoproclamata senza che nessuno glie lo chiedesse, a quanto risulta,la “televisione ufficiale” dell’Italia di oggi. La cosa un pò ha stupito gli abbonati perché sembra assomigliare a nomi e abitudini che appartengono più ai “regimi” più o meno autoritari che alle moderne democrazie ma le abitudini nel nostro Paese sono dure a morire e il passato continua a pesare anche negli aspetti meno prevedibili.

Così quella che è a tutti gli effetti un’istituzione ufficiosa, se non ufficiale, del potere politico dominante, come la vecchia rubrica del giornalista Bruno Vespa, caro alla Balena bianca che fu, ha ospitato il figlio terzogenito del capo dei capi di Cosa Nostra, che si chiama Giuseppe Salvatore Riina ed ha scritto un libro sulla sua famiglia.
Alla presentazione del libro (di cui nulla sappiamo ancora e che spero di ricevere, per scriverne una recensione)  doveva esserci l’on. Pier Luigi Bersani che ha preferito non esserci.  Da parte loro, il presidente del Senato Pietro Grasso e la presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Rosi Bindi hanno polemizzato per l’invito fatto a Riina Junior .

Certo, lo spettacolo non è piacevole se di questi tempi il Riina libero difende le azioni del padre ora in carcere e poco importa se nei prossimi giorni Vespa organizzerà una trasmissione sulla mafia con l’intervento di giornalisti e studiosi della mafia che avranno un diverso orientamento.  L’effetto della pubblicità a Cosa nostra ci sarà comunque e, di questi tempi, se gli effetti non saranno né positivi né piacevoli non ci sarà poi da stupirsi.  Almeno questo è quello che pensa chi – a causa di Cosa nostra e delle sue consorelle – ha avuto in passato dolori o problemi nella sua esistenza.

Del resto noi viviamo in un Paese nel quale un personaggio noto come Luca Cordero di Montezemolo, da sempre alla corte degli Agnelli, è nell’elenco abbastanza lungo degli italiani che hanno messo i propri denari  fuori della portata del fisco italiano. In cui si trovano gli eredi di Nino Rovelli, re della chimica italiana negli anni Novanta, l’ex senatore Marcello Dell’Utri, l’imprenditore della pubblicità televisiva Giuseppe Donaldo Nicosia, latitante dal 2014 quando avrebbe dovuto essere arrestato per truffa all’Iva, bancarotta fraudolenta e altri reati (Nicosia era tra l’altro socio di Marcello Dell’Utri nella società spagnola Tomè Advertising SL che, secondo le accuse della Guardia di Finanza, sarebbe servita per una truffa di 43 milioni di euro al Fisco italiano.

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