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Elogio di “Don Matteo”: un’altra idea di tv e di società

 

Anche questa decima serie della popolare fiction “Don Matteo” volge al termine e anche questa stagione ha visto ascolti da record; anzi, è stata una delle edizioni più seguite di sempre, capace di intercettare un pubblico trasversale e ben assortito fra giovani e meno giovani, riportando davanti al televisore, il giovedì sera, anche coloro che negli altri giorni della settimana lo tengono spento e, magari, si informano tramite il web.

Qual è, dunque, il segreto di questa serie che va avanti da sedici senza perdere un minimo della sua freschezza e, anzi, conquistando ogni volta nuovi spettatori e intercettando i gusti di un pubblico che in un lasso di tempo così ampio è notevolmente cambiato, mutando convinzioni politiche, comportamenti e persino le proprie abitudini televisive? Per quale motivo questa fiction così singolare, che vede protagonista un sacerdote atipico – metà prete e metà detective – riesce ancora a stupire e a coinvolgere una messe di spettatori, instaurando con essi un rapporto di fiducia, di attesa, direi quasi di passione, pur essendo un soggetto che ha ormai fisiologicamente perso l’effetto novità degli inizi?

La spiegazione, a mio giudizio, va ricercata nella caratteristica principale di questa fiction: il suo meraviglioso “buonismo”. “Don Matteo” è, infatti, un contesto nel quale il bene trionfa sempre, una detenuta è una ragazza che ha sbagliato ma non per questo merita la dannazione eterna, una ragazza madre viene accolta, una prostituta viene aiutata ad abbandonare quella vita d’inferno e le persone giuste finiscono col prevalere sui farabutti. In poche parole, è lo specchio di come vorremmo essere: una sorta di società ideale proiettata sullo schermo e incastonata fra le vie storiche della bella Spoleto; un miraggio di condivisione, di passione civile e di impegno collettivo; un crogiolo di pietà umana, di saggezza e di bellezza interiore che non diventa mai fastidiosamente mieloso, non nasconde i lati negativi della nostra società e non si sottrae dall’affrontare temi scottanti come la violenza, i problemi familiari o addirittura l’utero in affitto. In pratica, siamo al cospetto di una fiction sociologica, scritta magistralmente da sceneggiatori che conoscono bene la fase storica che stiamo attraversando, con le sue caratteristiche e le sue storture, e che non si lasciano andare ad una narrazione artefatta e di comodo, non presentano personaggi surreali e non espongono vicende irrealistiche e ai limiti dello stucchevole.

“Don Matteo” piace perché riesce nell’impresa di raccontare, al contempo, la nostra società com’è e come vorremmo che fosse, esortandoci ad essere migliori, ad andare al di là dei nostri limiti, a sognare un mondo diverso e a credere, in qualche modo, di poterne essere artefici.

E più la nostra società si incattiviva, più “Don Matteo” si opponeva a questo declino, costituendo una stecca nel coro della malvagità, un punto di riferimento per chi non sopporta urla e toni sguaiati, un esempio in una fase storica nella quale mancano drammaticamente ideologie e modelli da seguire. Se vogliamo, rappresenta esso stesso un’ideologia: non solo per noi spettatori ma anche per i suoi interpreti, tanto che Terence Hill ha appeso al chiodo gli abiti da guardia forestale dopo appena tre serie di “Un passo dal cielo” mentre non ha nessuna intenzione di abbandonare la tonaca che gli ha regalato una seconda giovinezza.

Un miracolo artigianale, una promessa di felicità, una speranza di riscatto o, più semplicemente, un’altra idea di tv e di società: questo è “Don Matteo”, capace di unire nell’epoca dei rancori e delle divisioni, capace di parlare a tutti nell’era della violenza gratuita, capace di farci osservare il mondo da un’ottica diversa, da una prospettiva più serena, da un angolo visuale del quale anche i cuori più induriti dalle sconfitte patite nella vita non possono fare a meno.

Che duri ancora a lungo perché, onestamente, ne abbiamo bisogno!

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