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Quel botto che attende ancora verità

 

Pizzolungo, frazione di Erice, provincia di Trapani. Era il 2 aprile 1985. Sulla stessa strada provinciale in direzione Trapani si ritrovano tre auto, due del ministero della Giustizia, su di una viaggia il pm Carlo Palermo, a fargli da scorta una Fiat Ritmo con gli agenti di scorta. Davanti a loro una “Scirocco” con a bordo una mamma, Barbara Rizzo, con i figlioletti di sei anni, Salvatore e Giuseppe. La mamma li stava accompagnando a scuola. D’improvviso un lampoi accecante ferma la corsa delle auto, quando il fumo si allarga su quiella strada restano solo due autom, accartocciate, non c’è più l’auto con a bordo quella mamma con i suoi figlioletti. Quello fu il “botto di Pizzolungo”, la strage di Pizzolungo.

Il tritolo inghiotte la Scirocco con i suoi occupanti, ferito il magistrato, più gravi le condizioni dei poliziotti di scorta. La mafia con una autobomba aveva già ucciso, la strage di Ciaculli nel 1963, venti anni dopo l’omicidio del capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo Rocco Chinnici, due anni dopo Pizzolungo. Pizzolungo doveva essere una strage che avrebbe dovuto scuotere l’Italia intera, ma da Trapani partì un messaggio chiaro, “la mafia non esiste”, e quel botto ancora oggi è uno dei misteri d’Italia. Ci sono voluti decenni per arrivare a sentenze di condanna per i mandanti, Vincenzo Virga, capo mafia di Trapani, e Totò Riina, il capo della cupola siciliana, a due anni dalla strage furono condannati gli esecutori, tutti alcamesi a cominciare dal lattoniere di Castellammare del Golfo Giocchino Calabrò, ma per loro giunse una assoluzione in Cassazione. Anni dopo si scoprì che quei condannati erano i mafiosi esecutori della strage, ma per quella assoluzione definitiva è stato impossibile riprocessarli. Calabrò in un altro processo fu solo condannato per la ricettazione dell’auto usata come autobomba a Pizzolungo.

Una strage senza verità ma segnata da tante tracce a cominciare da quel tritolo che proveniva da un deposito militare. Lo stesso tritolo usato per l’attentato al Rapido 904, per attentare al giudice Falcone all’Addaura nel 1989, per far strage di Paolo Borsellino e della sua scorta nel 1992 in via D’Amelio. E le tracce portano alle connessioni tra mafia, massoneria, servizi segreti deviati. Una strage che stava uscendo dalla memoria, solo da meno di 10 anni puntualmente l’amministrazione comunale di Erice e Libera organizzano la manifestazione “Non ti scordar di me” che vuole essere soprattutto un momento per non dimenticare non solo Barbara, Salvatore e Giuseppe, ma tutte le vittime delle mafie. Anche quest’anno dal 30 marzo al 2 aprile quando sul luogo della strage verrà inaugurato il “parco della memoria e dell’impegno”. Strada facendo si ricorderanno, con lavori artistici e letterari firmati dagli studenti delle scuole ericine, Sebastiano Bonfiglio, sindaco di Erice ucciso da campieri mafiosi nel 1922, il poliziotto italo americano Joe Petrosino ucciso a Palermo nel 1909. Ma si ricorderà anche il giornalista Santo Della Volpe, appena prematuramente scomparso e che l’anno scorso ad Erice da presidente della Federazione Nazionale della Stampa venne a tenere una delle sue ultime lezioni di Giornalismo. Venne a dirci come l’informazione è indispensabile alla verità.

Noi oggi continuiamo su questa strada, cerchiamo la verità su Pizzolungo, senza badare a rischi così come deve essere quando si cerca la verità. Da Pizzolungo il prossimo 2 aprile torneremo a dire che la verità è il punto fondamentale della vita di questo nostro Paese e diremo che quando la verità viene meno ne conseguono mali di ogni genere, infrangere ciò che opprime la verità resta perciò un diritto sommo. Lo sappiamo benissimo, dopo la notte arriva sempre l’alba, ma le ombre della notte di Pizzolungo continuano a resistere alla luce.

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