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Piero Gobetti, quel sogno chiamato libertà

 

In Piero Gobetti, nel suo sguardo assorto, nelle sue riflessioni, nei suoi scritti, nei suoi pensieri, nella sua biografia e nel suo esempio è racchiusa un’idea d’Italia della quale avvertiamo, oggi più che mai, il bisogno. Morì esattamente novant’anni fa, il 15 febbraio 1926, a Parigi, dove è sepolto nel cimitero del Père Lachaise; se ne andò a causa dei soprusi e delle violenze subite dai fascisti, col suo carico di coraggiosa disperazione, di gentile desiderio di riscossa, di irresistibile voglia di libertà, di dolore per una sconfitta che avvertiva, giustamente, come collettiva, con quella denuncia straziante contro il fascismo inteso non come fenomeno episodico e singolare bensì come “autobiografia della Nazione”.

Gobetti sapeva, aveva capito e si batteva, con le sue fragili forze, col suo fisico stanco e provato, con il suo furore interiore che si trasformava in innumerevoli iniziative culturali, con la sua capacità di costruire un tessuto di resistenza civica basato su un dialogo fecondo con le punte intellettuali dell’Italia del tempo, fra cui diversi giovani che avrebbero successivamente animato la lotta anti-fascista e la rinascita del paese nel dopoguerra e, infine, con la sua irrequietezza che sfociava in un sentimento di sconforto misto a un desiderio di purezza, di autenticità, di non rassegnazione al puzzo asfissiante del compromesso morale e dell’abbandono di ogni idealità.

Gobetti visse come se sapesse bene che il suo passaggio su questa Terra sarebbe stato breve; visse con un’intensità e un ardore fuori dal comune; consumò la giovinezza sui libri; spese ogni energia fisica e mentale; trovò l’amore e sfiorì, come una rosa recisa, come un sogno infranto, come una vita troppo limpida e dedita al bene comune per durare a lungo in una stagione feroce come furono gli anni del regime fascista. Morì lasciando dietro di sé un certo numero di allievi, di personalità che nei decenni successivi si sarebbero ispirate al suo pensiero, dando vita a quella scuola gobettiana sempre tristemente inascoltata nel nostro Paese ma comunque in grado di costituire quell’oasi di pensiero liberale e azionista che è stato alla base della Resistenza e di alcuni dei capisaldi della nostra Costituzione.

Se ne andò a neanche venticinque anni, con quel sogno infinito chiamato libertà che resistette nel suo cuore nonostante le aggressioni, le intimidazioni e il discredito cui fu sottoposto per anni da uomini vittime della propria barbarie interiore prima ancora che di ordini disumani ed incivili.
Se ne andò dopo aver scoperto e lanciato, grazie alla sua casa editrice, un giovane poeta, Eugenio Montale, che nel 1975 sarebbe stato insignito del premio Nobel per la Letteratura.
Se ne andò con i suoi ideali risorgimentali, con la sua sete di giustizia, con un fuoco che gli ardeva dentro a dispetto della salute cagionevole e dell’impossibilità di esprimere, almeno in Italia, le sue idee.
Se ne andò lasciando dietro di sé un patrimonio di analisi e riflessioni indimenticabili, di gemme destinate a sbocciare vent’anni dopo, di prospettive che i padri costituenti avrebbero fatto proprie e trasformato nei princìpi basilari della nostra Carta, di sguardi sul mondo ampi e rivelatori che, purtroppo, come spesso capita ai precursori, a suo tempo non furono capiti o, comunque, furono sottovalutati.
Se ne andò quando, di solito, gli intellettuali iniziano a sbocciare, lui che aveva già detto molto, lui che amava la vita, il suo Paese, l’arte, la letteratura, la bellezza, lui che incarnava l’antiretorica eppure seppe esprimere un universo di valori che, specie in questi tempi aridi, scaldano ancora il cuore di chi è affezionato a un’idea di politica colta e al servizio del prossimo, di chi vorrebbe “una classe politica che abbia coscienza delle sue tradizioni storiche e delle esigenze sociali nascenti dalla partecipazione del popolo alla vita dello Stato”.

Visse come un uomo che “seppe trovare la sua strada magicamente, nonostante la notte”. E quella luce nelle tenebre dell’ignoranza e dell’aberrazione umana è rimasta accesa come una torcia destinata a passare di mano in mano e a non spegnersi mai, almeno fino a quando (si spera sempre) esisteranno uomini innamorati della libertà, del rispetto reciproco e desiderosi di opporsi a tutti i fascismi, qualunque sia la loro forma, in qualunque parte del mondo.

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