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La ballata del farwest: Hateful height di Quentin Tarantino

 

 

Qualche critico paludato, tra i più investiti dell’ufficialità, ha sentenziato che il film di Quentin Tarantino “Hateful Eight” (3h 7’) è troppo lungo e noioso, eccessivamente parlato e quindi  malriuscito. Un esperimento sfuggito di mano all’estroso autore che questa volta non avrebbe saputo controllare la magmatica materia della narrazione come invece era avvenuto nel precedente “Django Unchained”.  Nulla da eccepire, sulla noia provata in sala non c’è contraddittorio. Tuttavia per lo spettatore italiano che alla noia è abbonato per legge – la legge dello spettacolo che da decenni regola le sovvenzioni statali al cinema nostrano – questo ciglio alzato mal si addice. Ce ne  fossero anche da noi di registi capaci di aiutarci a capire, come Tarantino, in che direzione sta andando la Settima Arte! Uscito dall’età d’oro della creatività, anche il cinema, in piena decadenza alessandrina, ormai da lustri non fa che rimasticare temi e generi di una stagione fortunata alle spalle.  Un ruminare lento, tedioso, assonnato, dispeptico, che ogni tanto si riscuote in un rigurgito insolito, un guizzo di originalità. Penso a Checco Zalone e ai suoi film milionari, di cui “Quo vado?” è l’ultimo campione; messo a confronto con i comicaroli in libera uscita che intasano le nostre multisale, Luca Medici svetta al pari di un genio. Indossata  la maschera dello “Zanni” meridionale, popolarissima soprattutto per la deformazione del linguaggio, aggiorna all’attuale società consumistica lo zotico di buon senso della tradizione contadina e della farsa rusticana che in Italia vanta una plurisecolare tradizione a partire da Plauto. E’ il prolungamento moderno di personaggi radicati nella nostra cultura, dal Bertoldo di Giulio Cesare Croce, al Calandrino di Boccaccio, fino al Pappagone di Peppino De Filippo. Grazie alla sua vena surreale, a cavallo tra Totò e Jerry Lewis ‘amico Picchiatello’, riesce a mettere alla berlina sia la correttezza che la scorrettezza politica della nostra società saccente e vuota. Non rinnova il linguaggio ma il punto di vista, e il pubblico lo premia.

Sull’altra sponda dell’Atlantico Quentin Tarantino, con ben altro talento e forza espressiva, compie un’operazione che presenta qualche analogia: ci racconta a modo suo il mitico cinema della sua formazione, radunandone i frammenti caleidoscopici dentro lo schema sapiente e antico della ‘ballata’.  L’epopea è quella del western, filtrata da Sergio Leone massimo cantore e affossatore del genere; come per Hugo Pratt erano i mari del sud e Corto Maltese, eroe crepuscolare. Se il bravo Leo Di Caprio si tuffa con visionaria ‘serietà’ nelle avventure dei cacciatori di pelli della ‘frontiera’ americana su uno sfondo che sembra disegnato da Cormac McCarthy, Tarantino preferisce immedesimar nei ‘cacciatori di taglie’. E in un paesaggio innevato del Wyoming intreccia strofe da cantastorie, in sei ‘stanze’ di gustosa incontinenza. La trama è naturalmente un pretesto per ricondurci a una favola mille volte ascoltata, a inabissarci in emozioni incancellabili. E su questo accordo Tarantino si conferma un grandissimo narratore, anche nei dialoghi pletorici, anche nell’ingombrante 70 mm Panavision con cui incornicia sconfinati spazi e dilata come nelle strips dei fumetti, interni  claustrofobici. Il ‘luogo’ è la baracca di posta in cui, per entrare durante la tormenta, bisogna prendere a calci la porta dall’esterno e una volta dentro inchiodarla di nuovo con assi e martello. I personaggi cono ‘caratteri’ di una recita conosciuta, ma  presentati uno a uno sullo stile de ‘I magnifici sette’ dove già l’entrata in scena ci consente di pregustare ciò che sta per avvenire. L’effetto è di una rapida regressione all’infanzia, anzi all’adolescenza, quando i fantasmi dell’immaginazione iniziano a comporre una teogonia, un personalissimo Olimpo di dei, uomini e donne, che non scompariranno più dall’inconscio.

A parte l’altissimo livello tecnologico sfoggiato volentieri da Hollywood, l’arte cinematografica dei nostri giorni non ha fatto gran passi avanti. E Tarantino, fantasioso, iperbolico, infantile, citazionista, certamente non contribuisce a innovarla, però sa conservarne i sapori in dispensa con intelligente, onanistica golosità. Per tale ragione è solito esaltare i film di serie B che hanno estasiato la sua pubertà, le commedie erotiche all’italiana tutt’oggi vagheggiate dai maschi con i capelli grigi; Barbara Bouchet, Edwige Fenech, Nadia Cassini, femmine irresistibili, sogni irraggiungibili eppure così a ‘portata di mano’, mi si perdoni la facile allusione.  Tarantino recupera quell’eros solitario davanti a tutti, coram polulo. Come accade nella Balilla di Amarcord, dove Titta e i compagni di classe rievocano a voce alta le donne degli struggimenti intimi: “La professoressa di matematica…” “La tabaccaia…” “La Gradisca…” “L’Aldina…” “No, l’Aldina no! E’ mia!” Protestava il Ciccio colpendo a cappellate l’amico irriverente.

L’autore di Le iene (Reservoir Dogs) e Pulp Fiction è capace come nessun altro di impastare i materiali della memoria per costruire vicende ipertrofiche di pure pulsioni: che importanza potrà mai avere la coerenza dell’ordito? Ciò che ci viene richiesto è di stare al gioco e di goderne senza risparmio. Anzi l’autore aggiusta scopertamente gli incastri strada facendo, tornando indietro con incongrui flashback in cui pretende di fornire a chi guarda le chiavi dell’enigma; quasi fossimo scivolati senza accorgercene – è stato detto anche questo – dentro un giallo di Agatha Christie: chi sarà il colpevole?  Degli otto manigoldi che si ritrovano nella Taverna di Minnie Mink durante la tormenta di neve, uno, o forse più di uno, è presente sotto mentite spoglie per liberare Daisy Domergue, braccata da John Ruth (Kurt Russell) cacciatore di taglie detto “Il boia”, perché si fa un punto d’onore di consegnare i ricercati alla legge vivi e vegeti, per essere giustiziati sulla forca. “Non sarebbe più facile ammazzarli e portarli morti?”  Gli domandano a turno. E il baffone tetragono: “Chi l’ha detto che il  mio sia un mestiere facile!?” Il sospetto è che stia parlando a nome del regista.

La conclusione sarà una carneficina, com’è immaginabile; e l’ultima strofa è soltanto il lungo, struggente epilogo di quella singola avventura: la ballata continua. Nei titoli di testa l’autore sottolinea che questo è il suo ottavo film (in realtà è l’undicesimo), mostrando che anche lui vorrebbe numerare le opere come Fellini. Gli manca però quel ‘mezzo’ che fa la differenza: per lui e per gli altri. Come ha dichiarato Di Caprio, ragazzo brillante, in una intervista apparsa su Sette: “Il cinema italiano è stato tutto importante, ma Fellini è un Dio!”

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