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Convivenze

 

La legge sulle unioni civili infiamma giustamente il dibattito sul reale riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali, ma è sul versante “etero” il suo aspetto più dirompente. L’introduzione del “contratto di convivenza”, infatti, va a coprire l’esigenza di regole per una delle alternative più diffuse – e in espansione – al matrimonio.

A provocare il boom delle convivenze è stata principalmente la rapida trasformazione del lavoro.
Il precariato si è esteso anche alle relazioni familiari. Che diventano labili come i contratti, prive di prospettive di lungo termine e organizzate per cessare senza lasciare zone scoperte da accordi preventivi, in modo da ridurre al minimo la litigiosità. Un lusso che i nuovi poveri non possono permettersi, visto il costo di cause ed avvocati. Per queste coppie poi, il problema dell’adozione non c’è, perché un figlio non possono permetterselo comunque. E se arriva, viene “delocalizzato” a casa dei nonni, che con il loro tempo e le loro pensioni sono ormai l’ultimo welfare rimasto ai precari.
Ma a favore delle convivenze opera anche una componente culturale: la progressiva attenuazione dell’indissolubilità del matrimonio.
Un processo già in corso da anni, che risale all’approvazione della legge sul divorzio e continua con la crescita dei matrimoni civili, fino alla diffusione delle convivenze di fatto. Si va affermando  il diritto ad aver più partner. Più possibilità affettive nel corso della vita, concetto in altri tempi inconcepibile e pesantemente sanzionato. Oggi, con il “contratto di convivenza” la durata del vincolo tra due persone incorpora  una sorta di obsolescenza programmata, favorita da formule agili di composizione e  scioglimento della coppia. Una nuova modalità di unione che promette di sorpassare i matrimoni civili, come questi hanno superato quelli religiosi.

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