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La strage intollerabile che l’Europa non vuole fermare

 

Stavolta il numero è 36. La strage si ripete intollerabile, sempre uguale a se stessa. Ci sono i corpi dei bambini, le onde alte, i gendarmi turchi che portano i sacchi con i mitra a tracolla che intralciano i movimenti. I sacchi sono colorati quasi tutti di blu. Body bag, trascinati sulla sabbia. C’è la foto di un gruppo di gendarmi accovacciati a terra su un corpo. In piedi davanti a loro un altro gendarme con un ragazzino morto tra le braccia e il viso che sembra piangere. A Lampedusa nell’ottobre del 2013 piangevano in molti. I militari in divisa che raccoglievano quei corpi e li sistemavano nei sacchi uno alla volta. Sacchi scadenti che si strappavano spesso liberando liquidi e odori che nessuno di loro scorderà mai. Neanche noi che eravamo a distanza li potremo scordare, così come ci è rimasto nelle orecchie il raspare delle spazzole che cercavano di pulire il molo Favaloro tra un arrivo di cadaveri e l’altro. All’epoca il numero era 368 alla fine di quei giorni tragici. Oggi il numero è 36 e sono quasi tutti bambini. Il mare è lo stesso, le onde sono le stesse, come il freddo dell’inverno e anche il cielo che è sempre grigio sopra i corpi degli annegati.

Muoiono allo stesso modo, per la stessa ragione e ogni volta diventano un titolo di prima pagina, ma solo se superano la decina. All’epoca, nel 2013, che sembra tanto tempo fa, si diceva mai più. I politici dicevano mai più. Lo diceva l’Europa che guardava da lontano. Oggi, invece, non lo dice più nessuno. Neanche più il pudore di fare finta di impegnarsi a cercare di mettere fine a questa strage continua e intollerabile. Si continuano ad alzare muri e filo spinato per cercare di contenere ciò che è incontenibile.

C’era un bambino siriano in Ungheria che in televisione diceva che se non ci fosse stata la guerra nessuno di loro si sarebbe messo in cammino verso l’Europa. Se volevano davvero fermarli avrebbero dovuto fermare la guerra e nessuno sarebbe più partito. La guerra invece non l’hanno fermata mai. Non in Siria e neanche negli altri paesi dai quali fugge chi cerca rifugio e protezione internazionale. Tutti hanno continuato e continuano a scappare.

L’Europa ha stanziato un sacco di soldi per contenere i flussi. Per prima cosa ha riunito le dittature del corno d’Africa come quella Eritrea di Isaias Afewerki che le Nazioni Unite hanno accusato di crimini contro l’umanità, o come quella sudanese il cui presidente Omar Al Bashir è ricercato dalla corte dell’Aja per crimini di guerra e genocidio. L’Europa ha riunito questi signori e gli ha offerto centinaia di milioni di euro in “aiuti allo sviluppo” per fermare il flusso di gente in fuga dai loro paesi. Poi ha concesso tre miliardi di euro alla Turchia governata da un tale Erdogan che dice che la democrazia perfetta è quella del Terzo reich, che rinchiude i giornalisti e che sta sterminando i curdi approfittando della “emergenza terrorismo”. I tre miliardi servono a “contenere i flussi” di rifugiati siriani che per inciso in Turchia non hanno diritti, ne lavoro, ne scuola per i bambini.

Ma in verità nessuno dei paesi cui l’Europa continua ad offrire soldi vuole “contenere i flussi”, non fosse altro perché i flussi di persone sono flussi di denaro, naturalmente gestito dalle mafie locali. Ognuna delle persone che scappa vale dai 1200 ai 2000 dollari, bambini compresi. I 36 morti annegati di ieri valevano dai 43.200 ai 72 mila dollari e viaggiavano su gommoni che generalmente portano fino a 60 persone per un totale che oscilla tra gli 80 mila e i 120 mila dollari. Un sacco di soldi pagati in anticipo ai trafficanti. Soldi che servono ad evitare i controlli, a produrre documenti falsi, ad oliare un meccanismo perfetto che riesce a far partire decine di gommoni al giorno anche in inverno, anche col mare grosso.

Il barcone naufragato a Lampedusa il 3 ottobre 2013 portava oltre 500 persone. A 1200 dollari ognuno fa 600 mila dollari. Ed era l’ultima di tre barche arrivate a Lampedusa quel giorno di ottobre.

Se l’Europa pretende di fermare i rifugiati con i soldi continuerà a fallire e la gente continuerà ad annegare. Il solo modo per evitare queste stragi continue e intollerabili e azzerare gli incassi delle mafie e di governi corrotti, è istituire corridoi umanitari, concedere visti umanitari a chi ha diritto a protezione internazionale prima che si imbarchi o che affronti viaggi dove la morte è una probabilità molto più che concreta. Ma è una opzione che la politica non ha mai voluto considerare.

Il 26 gennaio il Senato della Repubblica italiana ha in calendario la discussione ed il voto della legge della Memoria e della Accoglienza, quella da istituire il 3 ottobre lanciata da Giusi Nicolini subito dopo il naufragio di Lampedusa e testardamente promossa dal Comitato 3 ottobre di cui faccio ostinatamente parte. C’è un ritardo imperdonabile di oltre due anni durante i quali il nostro paese ed il nostro continente hanno compresso i diritti disegnando procedure di rapido rimpatrio e rendendo sempre più difficile anche la sola presentazione delle richieste di asilo e di protezione internazionale. È un assurdo scenario di illegalità istituzionalizzata diffuso in tutta Europa di fonte al quale l’istituzione di quella giornata è un piccolo e fragile argine sul quale però vale la pena investire ancora. Non per la commemorazione in se, ma per l’intenzione scritta in quei due paragrafi, di fare del 3 ottobre giorno di riflessione e di impegno in tutte le scuole. Per offrire una occasione ai miei figli, ai nostri figli di capire e di crescere in un mondo che non sia solo concentrato di egoismo e violenza. È uno spiraglio, una possibilità di contribuire a costruire la solidarietà che manca, che metta da parte i numeri ed insegni che quelle persone hanno un nome ed una storia, che vanno protette le persone e non i confini.

Le foto dei 36 si rincorrono sui social. C’è un solo volto visibile, è quello di una bambina che avrà nove anni e gli occhi chiusi. Ha le braccia spalancate, i capelli pieni di sabbia, jeans e un piumino rosa. Indossa un giubbotto salvagente Yamaha, è un giubbotto falso che non terrebbe a galla neanche un cuscino di piume.

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