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Rosa Parks e il dovere di non arrendersi

 

“L’unica cosa di cui ero stanca era di continuare ad arrendermi”: queste parole di Rosa Parks, il cui gesto su un autobus di Montgomery diede inizio, sessant’anni fa, alla grande battaglia per i diritti civili degli afro-americani, dovrebbero essere scolpite in ogni Costituzione. Dovrebbero essere lette, insegnate a scuola, meditate e valorizzate perché costituiscono non solo l’inizio di una marcia culminata, sette anni fa, nell’elezione del primo nero alla Casa Bianca, dopo i cortei e i discorsi di Martin Luther King e le conquiste democratiche degli anni Sessanta per merito dei presidenti Kennedy e Johnson, ma, soprattutto, l’avvio di un processo di “empowerment” che ha visto la presa di coscienza, il progressivo ingresso dei neri nelle istituzioni e la loro ascesa a posizioni di vertice che ne hanno fatto progressivamente apprezzare la tenacia, la concretezza e anche la passione, l’impegno e il senso civico.
Tuttavia, cadremmo profondamente in errore se pensassimo che dai tempi di Rosa Parks sia cambiato tutto, che tutti i problemi, le discriminazioni e i pregiudizi siano alle spalle: purtroppo è vero l’esatto opposto, come dimostra la spaventosa percentuale di afro-americani reclusi nelle carceri e come testimoniano le drammatiche vicende di cittadini di colore assassinati da poliziotti assetati di sangue, carichi di rabbia e desiderosi di sfogare sulla parte, oggettivamente, più fragile della popolazione le proprie frustrazioni.
Anche per questo bisognerebbe riflettere sul senso di quelle affermazioni della Parks e sul suo ostinato rifiuto di alzarsi dal suo posto al cospetto della prepotenza dei bianchi: quell’atto di resistenza, di rifiuto dell’ingiustizia e di disobbedienza civile volta a modificare uno stato di cose non più accettabile, infatti, rappresenta tuttora un esempio per chiunque si trovi a dover fare i conti con un contesto di barbarie apparentemente inscalfibile.
Bisognerebbe pensare alle battaglie di ieri, dal gesto della Parks all’ostinata tenacia dei ragazzi del liceo di Little Rock (Arkansas), e confrontarle con le sofferenze e le iniquità che affliggono le periferie di oggi, con i rancori mai sopiti che riaffiorano come un fiume carsico rompendo gli argini dell’indifferenza, con la tristezza di disparità salariali e di opportunità sulle quali non possiamo continuare a tacere e con le tante rese silenziose che costituiscono l’altra faccia della medaglia di un’azione sinceramente eroica e giustamente ricordata a sei decenni di distanza.
Rosa Parks, scomparsa dieci anni fa all’età di novantadue anni, è stata testimone di un secolo di incredibili cambiamenti, ha patito sulla propria pelle la fatica invisibile di vivere costantemente a contatto con il disprezzo degli altri ed è entrata nel nuovo millennio insieme un Paese che si stava preparando all’appuntamento con la storia dopo il disastroso periodo della presidenza Bush.
Ha lottato, ha sognato, ha vissuto, è caduta e si è rialzata: la sua grandezza sta nella normalità con cui ha compiuto ogni gesto, nella fermezza con cui ha affermato le sue idee e i suoi princìpi e nella saggezza con cui ha scelto di schivare le luci della ribalta e si è rifiutata di diventare un personaggio, ben sapendo di esserlo già, di essere ormai consegnata alla leggenda, di aver vinto la sua sfida non da sola ma insieme a un’intera comunità, semplicemente pronunciando un NO che profumava di libertà, di diritti, di giustizia e di speranza in un futuro migliore per tutti coloro che, fino a quel 1° dicembre di sessant’anni fa, non avevano mai avuto voce né alcuna prospettiva di riscatto.

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