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Guerra in Francia: le conseguenze inevitabili di una resa ai violenti

 

La guerra ha insanguinato la Francia, come aveva ben previsto Michel Houellebecq nel suo romanzo “Sottomissione” in cui viene raccontata profeticamente la presa dell’Eliseo da parte dei musulmani. Ma la lezione non è servita, l’Europa è sorda. Il prossimo obiettivo dei terroristi islamici può essere verosimilmente l’Italia. Tra i diciassette jihadisti islamici arrestati ieri tra  Merano e Bolzano, c’era chi percepiva un regolare sussidio di disoccupazione. Due giorni fa in una scuola elementare di Firenze è stata annullata la visita alla mostra ‘Divina Bellezza’, con alcuni capolavori dell’arte sacra tra cui la Crocifissione Bianca di Chagall, per “venire incontro alla sensibilità delle famiglie non cattoliche”, cioè musulmane di due alunni presenti nella classe. Oriana Fallaci aveva urlato la sua “rabbia” a vedere le nuove orde islamiche pisciare contro il campanile di Giotto; e indomita aveva anticipato tutto ciò che sta avvenendo: “Costruiremo moschee per loro quando nelle terre di Allah costruiranno le nostre chiese con la croce in cima. Altrimenti nessuna reciprocità.”

Negare le proprie radici culturali non è un atto di rispetto per le minoranze, come si vuol far credere, ma la spregevole pavidità di chi  ha già venduto se stesso e la propria anima al dominatore di turno; il quale tra minacce e ricatti pretende, benché ospite, di imporre la propria arroganza. La nostra non è più la sacrosanta democrazia della maggioranza – come ogni giorno possiamo osservare anche in politica – ma al contrario lo spadroneggiamento delle minoranze  che piegano arbitrariamente ai propri interessi di parte i principi della convivenza democratica. Il popolo, imbelle, frastornato, incapace di reagire, subisce in silenzio, fino a quando non avrà più alcuna facoltà di parola o decisione, completamente in balia dei nuovi despoti. L’italiano singolo è coraggioso, e anche eroico, ma tutti insieme siamo un popolo di codardi come abbiamo ampiamente dimostrato nella nostra storia patria, abituati da sempre a chinare la testa al nuovo padrone. Ne è la palese dimostrazione l’ultima tendenza, autolesionistica, dei laici illuminati (da chi?) che si scagliano contro il suono delle campane. Le campane vanno abolite perché disturbano. Disturbano chi? Forse le nuove etnie abituate ai minareti e ai richiami del muezzin, e dunque insofferenti ai bronzi che sono la voce stessa del Cristianesimo? Ricordate la canzone di Gorni Kramer e Mario Riva? “Domenica è sempre domenica, si sveglia la città con le campane, al primo din don del Gianicolo, Sant’Angelo risponde din don dan…”. Le campane appartengono al nostro vissuto, alla nostra remotissima memoria sonora.

Nelle campagne il suono delle campane udito a chilometri di distanza non indicava soltanto le cadenze liturgiche, ma chiamava il popolo a raccolta per ogni calamità o emergenza, incendi, inondazioni, furti, violenze, incursioni nemiche. I campanili svettavano in cielo, simbolo di ogni comunità; e nelle nostre contrade pianeggianti punteggiano il paesaggio disegnando la rassicurante geografia di borghi e città. Spegnere la loro voce significherebbe non soltanto mutilare il credente dell’impulso alla preghiera, ma rinnegare senza ragione la nostra stessa appartenenza. Sarebbe una sciagura cedere alle petulanti insistenze degli ‘utili idioti’, offuscati dal pregiudizio e dall’ideologia, per scardinare il tessuto sociale e spirituale che ci protegge, creare quel vuoto di cultura così propizio a qualsiasi inammissibile prepotenza. Se qualcuno non gradisce il suono delle campane, si metta i tappi nelle orecchie, cambi abitazione o nazione, scelga una diversa civiltà. Ci auguriamo che i centoventotto morti in Francia, aiutino tutti noi a prendere finalmente coscienza su ciò che è bene e ciò che è male, e cambiare drasticamente atteggiamento finché siamo ancora in tempo.

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