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Italia in guerra: solo ipotesi? Intervista a Benedetto Della Vedova

 

«L’Italia scenderà in guerra in Iraq (non in Siria) contro l’Isis»: così titolava qualche giorno fa il Corriere delle Sera, divulgando alcune indiscrezioni ricevute. Domenica sera è arrivata la smentita ufficiale dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in diretta da Fabio Fazio su RaiUno. Abbiamo sentito il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova.

Benedetto Della Vedova, come è possibile che una notizia di tale portata, come la discesa in guerra di Tornado italiani, possa arrivare con estrema semplicità all’opinione pubblica italiana e con la stessa semplicità essere poi smentita?
«Credo che le ipotesi, le discussioni e le richieste di prendere posizioni su temi di tale portata, come quella di capire seriamente in che modo poter contrastare il terrorismo dell’Isis, siano normali. Queste discussioni avvengono quotidianamente con i nostri partner e interlocutori internazionali. Nel caso specifico riportato dalCorriere è evidente che si è trattato di un azzardo giornalistico. Trasformare normali discussioni in notizie o addirittura pre-annunci mette purtroppo in moto un pericoloso meccanismo di cortocircuito tra notizie e smentite. È singolare dover arrivare a una smentita ufficiale per una notizia che di fatto non c’è, non esiste. Dove non c’è la notizia non può esserci neanche la smentita. Eppure ieri sera Renzi lo ha dovuto fare».

Ma il nostro esercito è presente in Iraq.
«Certamente la discussione e una possibile notizia poteva invece concentrarsi sul possibile potenziamento dei nostri tornado del sesto stormo Ghedi, in azione in Iraq già da un anno, con l’attuale compito di ricognizione. Questa notizia sarebbe stata smentita, ma sarebbe stata una notizia, in quanto si è deciso di confermare il livello di impegno attuale, che non è motivo di disimpegno da parte dell’Italia sul tema lotta al terrorismo; anzi, la nostra è stata una decisione presa di concerto con tutta la coalizione».

Qual è allora, nello specifico, il livello di impegno messo in campo dalle istituzioni governative italiane per contrastare il terrorismo?
«Attualmente i nostri Tornado hanno un compito ricognitivo, ovviamente è un compito operativo. Il governo francese ha invece preso la decisione di intervenire militarmente attraverso bombardamenti mirati e così ha deciso la Russia, seppur con un ruolo autonomo. Dunque il nostro impegno con l’aviazione italiana è quello assunto sin dall’inizio delle operazioni e che abbiamo deciso di mantenere».

In Italia quali sono le procedure di difesa messe in campo?
«Abbiamo attivato una misura di difesa “domestica” integrata con quella europea di intelligence sul territorio italiano, su cui l’allerta resta massima. Impegno profuso attraverso l’identificazione di potenziali cellule terroristiche per contrastarne eventuali atti e l’identificazione di foreign fighters, come elementi di pericolosità. Una costante allerta per prevenire fatti tragici, come quelli avvenuti a Parigi e Bruxelles. C’è poi il piano esterno, quello militare di cui abbiamo parlato prima, che avviene di concerto con la coalizione a cui si è affiancato l’impegno russo, tuttavia con elementi di contrarietà in quanto il nemico dovrebbe essere l’Isis e non i nemici di Assad. Il nostro obiettivo non è quello di difendere Assad ma è quello di respingere l’offensiva messa in atto dall’auto-proclamatosi Stato Islamico».

Allora conferma le voci sulle operazioni russe?
«Alcuni interventi dell’aviazione russa hanno scelto come bersaglio gli oppositori di Assad e non i gruppi di Jihadisti: questo ci ha lasciati perplessi».

Ma la questione siriana deve trovare una soluzione, il silenzio di questi anni è stato assordante.
«Il punto più difficile ma allo stesso tempo il più importante è proprio il lavoro che stiamo facendo per poter prefigurare una soluzione politica in Siria per un dopo Assad. Insomma non consideriamo Assad la soluzione politica di quell’area per i prossimi decenni. Ci stiamo muovendo tardivamente ma è necessario farlo per non creare le basi di una situazione come quella libica. D’altronde, come ha ricordato anche il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, se dovesse tornare al potere Assad anche l’esodo di profughi aumenterebbe invece che diminuire; un modo per ribadire che Assad non è la soluzione. L’inviato speciale dell’Onu per la Siria, lo svedese naturalizzato italiano Staffan de Mistura, ha oggi contatti con tutte le parti in campo».

E la Turchia? È fresca la notizia del terribile attentato.
«L’altro tema è proprio la modalità con cui la Turchia sceglie di intervenire e reagire e il pericolo che questi ultimi attacchi terroristici possano minare il fragile equilibro politico e istituzionali interno del governo turco. Mi auguro che Erdogan lo abbia presente, sarebbe illusorio pensare che dalla tensione possa uscire un rafforzamento della sua leadership. La leadership dovrebbe essere rafforzata da elezioni giocate sul tema politico e non sulle minacce terroristiche e sulla repressione. L’allerta anti terrorismo non deve interferire con le libere elezioni».

Oggi il terrorismo è fortemente legato anche all’esodo di profughi verso l’Europa.
«A livello italiano ci muoviamo in accordo con il piano europeo, hotspot e rimpatri. Un’azione importante in ambito europeo, siamo stati i primi a chiedere misure importanti e oggi siamo in prima fila nella loro implementazione, come dicevo previste e decise a livello europeo. Dunque ci stiamo muovendo con il potenziamento degli hotspot, la pianificazione dei piani di rimpatrio e abbiamo cominciato ad attuare il piano di ricollocazione dei rifugiati».

La Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) insieme alla Comunità di Sant’Egidio sta promuovendo l’apertura di canali umanitari.
«L’idea di poter consentire un accesso ai profughi e richiedenti asilo diverso da quello loro assicurato dai trafficanti di esseri umani è sicuramente parte, non della soluzione, ma della risposta all’emergenza. Un’emergenza che ci mostra in tutta la sua evidenza modalità drammatiche. Valuto l’iniziativa positivamente: una partnership tra istituzioni, organizzazioni, chiese che è fondamentale. Lo Stato italiano ritiene necessario poter ampliare lo spazio di intervento di tutte le organizzazioni umanitarie e di chiese, a vario titolo, che ritengono di doversi impegnare su questo difficile terreno della solidarietà, sia sul piano nazionale che internazionale, attraverso l’apertura di canali umanitari».

Torniamo alla nostra prima domanda. Davvero è solo un’ipotesi quella di un intervento militare in Iraq? Non c’è il rischio che la notizia del Corriere, considerata non notizia, prima o poi diventi tale?
«Rimangono valide le parole di Renzi. Se dovesse esserci un’ipotesi diversa in futuro verrà resa nota e ovviamente dovrà essere presa in considerazione e discussa dal nostro Parlamento italiano».

Font: Riforma.it

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