Dalla Rai alle intercettazioni: no alla delega. Non cambiamo parere a seconda dei governi

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Ringrazio il presidente e l’Associazione nazionale Magistrati per l’invito. Giustizia, economia e tutela dei diritti non possono prescindere da un’informazione corretta, autorevole e di qualità.

Un sistema realmente democratico non si fonda soltanto sulla divisione e sull’autonomia dei tre poteri fondamentali – legislativo, esecutivo e giudiziario – ma non può prescindere da un’informazione altrettanto libera e indipendente.

Esiste un dovere di informare perché c’è il diritto insopprimibile dei cittadini ad essere informati. “Conoscere per deliberare”, diceva Luigi Einaudi. Soltanto attraverso un’informazione corretta e di qualità è possibile formare l’opinione pubblica e, quindi, esercitare compiutamente quella sovranità che la Costituzione assegna al popolo.

Si tratterebbe di ovvietà, e lo sarebbero davvero, se il diritto di cronaca, e quindi il diritto dei cittadini ad essere correttamente informati, non fosse messo quotidianamente sotto attacco non soltanto da parte della criminalità organizzata – il fenomeno dei giornalisti minacciati e che vivono con la scorta è in preoccupante e costante aumento – ma anche da parte della classe politica, che in modo assolutamente trasversale non smette mai di concepire progetti di legge che non esitiamo a definire “bavaglio”. Ma il diritto di cronaca viene messo in discussione anche da provvedimenti della magistratura, come – è notizia di questa mattina – l’avviso di conclusione delle indagini per violazione di domicilio notificato dalla Procura di Torino ad un cronista, colpevole di aver seguito un’occupazione dei no Tav e di aver fornito, lui, unico testimone dei fatti, una versione diversa da quella della polizia.

In Italia è ancora previsto il carcere per i giornalisti. A chiunque è consentito di promuovere richieste di risarcimento milionarie contro giornalisti ed editori a mero scopo intimidatorio. Penso al fenomeno delle querele temerarie, sempre più diffuso perché chi le promuove non corre alcun rischio, se non quello di essere condannato al pagamento delle spese del giudizio. Le proposte di riforma non vanno nella direzione auspicata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, ossia la condanna di chi si è fatto promotore di un’azione chiaramente infondata e temeraria al pagamento di un risarcimento proporzionale all’entità del risarcimento richiesto. Sarebbe una norma di civiltà, oltre che l’unica soluzione per far cessare una pratica largamente diffusa e praticata a tutti i livelli. Quella di intimidire i giornalisti per cercare di ridurli al silenzio è ormai una moda, come dimostra il caso recentissimo dei 98 giornalisti romani denunciati alla Procura da alcuni avvocati della Camera penale di Roma perché colpevoli di aver pubblicato alcuni atti, peraltro non più coperti da segreto istruttorio, dell’inchiesta su Mafia Capitale. Denunciati per aver fatto il loro dovere, per aver cercato di illuminare quelle periferie del malaffare che tenevano in scacco la città di Roma.

E qui siamo all’altra grande questione in cui i giornalisti sono da sempre oggetto, almeno quanto la magistratura, di proposte di legge di forte limitazione alla pubblicazione delle intercettazioni e di altro materiale di indagine. Se le intercettazioni sono un utile strumento di indagine, la loro pubblicazione – in presenza di un interesse pubblico alla conoscenza di fatti e comportamenti – è sacrosanta.

Sarà un caso, ma questa materia torna alla ribalta ogni qualvolta qualche esponente della classe politica finisce sotto i riflettori per qualche conversazione imbarazzante. Non vorremmo che l’insopprimibile esigenza di tutelare la privacy dei cittadini estranei alle indagini si traducesse in un bavaglio generalizzato alla stampa e in una limitazione all’uso di questo strumento di indagine. Certo, bisogna distinguere il giornalismo di qualità da ciò che non lo è. Sicuramente non è giornalismo ne’ può essere considerata informazione di qualità la mera pubblicazione di intere pagine di intercettazioni con la tecnica del copia incolla, senza alcun filtro, alcuna mediazione da parte del giornalista cui spetta il compito di rendere chiari e intelligibili fatti, circostanze e situazioni. Leggo che il presidente del Consiglio si è adontato per essere stato definito berlusconiano. Ne prendiamo atto, però non basta: aspettiamo segnali di discontinuità rispetto al passato. Se c’è una cosa che non si può chiedere al sindacato dei giornalisti è di cambiare opinione e posizione in base al colore dei governi. Sui temi che ci riguardano non c’è alcuna discontinuità rispetto al passato: non c’è sulla Rai, non c’è sulle intercettazioni.

Riteniamo sbagliato, grave e pericoloso lo strumento della delega al governo. Lo è sulla Rai, lo è sulle intercettazioni. Quando si parla di una materia che ha rilevanza costituzionale, come l’informazione, la centralità del Parlamento non può essere messa in discussione: non può essere il governo a decidere che cosa si può pubblicare e che cosa no, non può essere il partito di governo a decidere la governance del servizio pubblico radiotelevisivo. È comunque apprezzabile, e va colta appieno, la disponibilità del ministro della Giustizia – ribadita in un recente incontro con la FNSI – a istituire un tavolo studio e di consultazione, con rappresentanti della magistratura, del mondo accademico e del mondo dell’informazione, per riempire la delega di contenuti compatibili con i principi costituzionali. La collaborazione fra magistrati e giornalisti, nel rispetto della reciproca autonomia e nella distinzione dei ruoli, può risultare preziosa per dare corpo alla proposta di istituire un’udienza filtro in cui decidere che cosa è rilevante per le indagini e che cosa non lo è. Deve però essere chiaro che i giornalisti hanno il dovere di dare le notizie di cui vengono in possesso e che coloro che ricoprono incarichi pubblici – lo dice la legge – hanno un diritto alla privacy attenuato rispetto a quello dei cittadini comuni. Per cui anche ciò che non ha rilevanza penale può avere una rilevanza pubblica perché può contribuire a formare l’opinione pubblica e a rendere più consapevole l’esercizio della sovranità popolare attraverso il suffragio universale.

Quando parlo di dovere di dare le notizie, mi riferisco anche alle notizie eventualmente coperte da segreto se rilevanti per l’opinione pubblica. Si tratta di un principio ribadito più volte dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, ma spesso dimenticato da tutti, anche da alcuni procuratori che non esitano a contestare ai giornalisti la violazione del segreto istruttorio – reato evidentemente impossibile perché non sono i giornalisti i custodi del segreto istruttorio – o, peggio ancora, il reato di ricettazione, in questo caso aprendo scenari decisamente pericolosi perché il tutto viene accompagnato da un’attività invasiva volta a scoprire le fonti delle notizie, la cui tutela e la cui segretezza sono invece imprescindibili per i giornalisti.

Questo non significa invocare l’impunita’ e il libero arbitrio e nemmeno tollerare gli eccessi, che invece vanno sempre sanzionati. Ne siamo così convinti che abbiamo fatto nostra la proposta, che giace in Parlamento dalla passata legislatura, di istituire un giurì per la lealtà dell’informazione. Un organismo snello che assicuri in tempi certi la riparazione degli errori e la sanzione degli abusi.

La battaglia sacrosanta per i diritti e per le libertà non può prescindere dall’osservanza e dal rispetto dei doveri professionali. Quello dei giornalisti è di informare l’opinione pubblica ed è quello che continueremo a fare – bavaglio o non bavaglio – avendo come stella polare il rispetto della verità dei fatti e i principi sanciti dalla giurisprudenza costante della Corte europea dei diritti dell’uomo.

* L’intervento del segretario Fnsi Raffaele Lorusso oggi sabato 24 ottobre al Congresso Anm a Bari