Alla ricerca del centro perduto – la nota politica di Rodolfo Ruocco

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«Penso che ci sia ancora spazio per i moderati in Italia». E ancora: «In tanti come me ritengono di non poter aderire né a una lista lepenista né tanto meno a una lista socialdemocratica». Gaetano Quagliariello da mesi, prima di dimettersi da coordinatore nazionale del Nuovo Centrodestra, manifestava la sua insofferenza verso un’alleanza deludente con il Pd di Matteo Renzi.

Adesso, votata la riforma costituzionale, ha detto basta al “governo di emergenza” con il centrosinistra perché «se l’alleanza continuasse diventerebbe strutturale». Se Angelino Alfano non romperà con il presidente del Consiglio e segretario del Pd uscendo dal governo, probabilmente fonderà un nuovo gruppo con una decina di senatori e cercherà un’intesa con Raffaele Fitto e Flavio Tosi: il primo ha lasciato Forza Italia e il secondo la Lega Nord. Alfano, presidente del Ncd e ministro dell’Interno, ha replicato: «Non trattengo nessuno».

Il partito centrista di Alfano, nato alla fine del 2013 da una scissione di Forza Italia, è in una situazione difficile: le ultime elezioni amministrative sono state deludenti e veleggia appena intorno al 4% dei voti. Sono tante le difficoltà iniziando dal nome: si chiama Nuovo Centrodestra ed è al governo con il centrosinistra di Renzi. È, per consistenza parlamentare, il secondo gruppo della maggioranza, ma conta sempre di meno; è in crisi profonda e in molti stanno tornando da Silvio Berlusconi, scelta già compiuta da Nunzia De Girolamo, ex capogruppo alla Camera. Altri hanno fatto e fanno rotta verso la Lega Nord di Matteo Salvini.

L’Italicum è un altro spauracchio. La nuova legge elettorale per eleggere i deputati, approvata a maggio, assegna il premio di maggioranza non alla coalizione, ma alla lista che raccoglie almeno il 40% dei voti. Finora inutilmente Alfano, Quagliariello e i partiti minori della maggioranza e delle opposizioni hanno chiesto al presidente del Consiglio e segretario del Pd di cambiare l’Italicum, premiando la coalizione e non la lista elettorale del partito più forte. Analoga richiesta ha sollevato, sempre inutilmente, la sinistra del Pd. Quagliariello teme l’estinzione: «Un sistema che bandisce le coalizioni e le alleanze, bandisce la cultura liberale, cattolica e laica moderata». Teme di «smarrire identità e sovranità per andare dove solo ci porta Renzi», mentre «io preferisco stare nel campo del centrodestra».
Quagliariello, però, vuole “un centrodestra moderato” e non quello “lepenista e populista” di Salvini. Ha annunciato battaglia perché, citando Mao Tse Tung, «la lotta di identità, di autonomia politica non è un pranzo di gala». Fabrizio Cicchitto fa un discorso analogo e diverso. Ha chiesto la riunione della direzione del Ncd per svolgere «una riflessione seria». Ed ha indicato la strada da seguire: «Va costruito un nuovo centro, una larga aggregazione fra tutti coloro che si riconoscono nell’azione del governo, ma non hanno alcuna intenzione di finire nel Pd». È una scommessa difficile. Lo spazio indicato da Quagliariello è quello di centro nel centrodestra. Cicchitto, invece, sostiene la soluzione di un centro nel centrosinistra.

Solidarietà, equilibrio, riformismo cattolico. La Dc, partito centrista per identità, vocazione e programmi, per circa 50 anni governò l’Italia, ma c’era la Prima Repubblica, c’erano i partiti democratici di massa e il sistema elettorale proporzionale che spingeva verso gli esecutivi di coalizione. Lo scudocrociato prima governò con i partiti laici centristi, poi con il centrosinistra e il Psi, poi con gli esecutivi di unità nazionale sostenuti anche dal Pci. Nel 1994 nacque la Seconda Repubblica basata, invece, sul sistema elettorale maggioritario e il bipolarismo: il centro sparì. O meglio, si trasformò. Berlusconi riuscì a costruire Forza Italia, partito leaderista perno dell’intesa di centrodestra, con gli alleati Gianfranco Fini (Msi poi An), Umberto Bossi (Lega) e Pierferdinando Casini (Udc).

Con l’agonia della Seconda Repubblica, colpita dalla crisi economica e dagli scandali politici, si sono affacciati nuovi protagonisti con i quali fare i conti: il Pd di Renzi e il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. I centristi, nel centrodestra e nel centrosinistra, si sono ridotti al lumicino come presenza e ruolo. Nelle elezioni del 2013 si è visto comparire solo il Centro Democratico, fondato da Pino Pisicchio e da Bruno Tabacci, alzando la bandiera e il nome del riformismo centrista. Pisicchio e Tabacci (tutti e due ex democristiani), alleati del Pd, hanno ottenuto un pugno di deputati e poi si sono divisi. Anche il tecnico Mario Monti nel 2013 ha lanciato una forza centrista, Scelta Civica: ha conseguito il 10% dei voti, un consistente numero di parlamentari, ma immediatamente dopo tutto è naufragato.

Il professor Monti ha detto addio alla sua creatura politica e Scelta Civica in parte si è frantumata in diversi tronconi centristi e in parte ha visto emigrare i suoi parlamentari verso il Pd del giovane “rottamatore” di Firenze.
Renzi, con le “riforme strutturali”, ha conquistato vasti spazi al centro, acquisendo molti elettori moderati. La sinistra del Pd lo ha accusato di “deriva centrista”, ma il presidente del Consiglio ha replicato: “Io sono di sinistra” ma la battaglia è per raccogliere anche i voti degli elettori delusi del centrodestra e dei cinquestelle. Arnaldo Forlani, penultimo segretario scudocrociato, grande cultore dell’equilibrio centrista, diceva: «Io sono come quel condottiero francese che sta per partire e al quale il figlio dice: stai attento a destra e a sinistra».

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