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Casamonica, l’inchiesta coraggiosa di Federica Angeli e alcune domande piuttosto urgenti

 

Di Valter Vecellio

Posso confessare di essere particolarmente colpito, turbato, amareggiato per il reportage (“Repubblica” del 10 settembre), della brava Federica Angeli più volte minacciata per le sue coraggiose inchieste di denuncia sulla criminalità organizzata a Roma e dintorni? Spero che in questo caso si faccia una deroga alla “riproduzione vietata”: “La casa in affitto a 150 euro al mese, il racket dell’agenzia Casamonica”, è il titolo dell’inchiesta. Leggetela, leggiamola: “Per favore abbassi la voce quando parla dei Casamonica qui. Lei poi va via, io resto”. Via Dina Galli all’incrocio con via De Curtis, Vigne Nuove. I palazzoni dell’Ater svettano grigi fino al cielo. Quindici piani per chilometri di cemento ospitano migliaia di indigenti a cui Comune e Regione hanno affidato alloggi per canoni irrisori. Almeno così è sulla carta. Perché nella realtà, a gestire parte di quel patrimonio sono i Casamonica, uno dei gruppi criminali più spietati della città (secondo la relazione presentata qualche giorno fa dal Viminale). A Vigne Nuove così come a Spinaceto (via Salvatore Lorizzo), e a Ostia (via Baffigo) sono loro (insieme ai cugini Di Silvio e Spada) a decidere chi occupa e per quanto quegli alloggi. E lo fanno con la forza dell’intimidazione, della violenza, delle minacce: quanto basta a far abbassare la voce a chi sa ma fa finta di non sapere, e dunque si adegua “perché tanto a Roma comandano loro”.

L’Immobiliare Casamonica funziona così. Chi ha avuto un prestito da quella famiglia di sinti usurai e non ha restituito tutti i soldi chiesti e lievitati con interessi che arrivano fino al 300% si vede sfilare la casa del Comune assegnata. E diventa dei Casamonica dalla sera al mattino: una squadra di affiliati al clan si presenta alla porta del debitore, lo riempie di botte, getta sul pianerottolo vestiti e pentole e chiude la porta. Fine della storia, senza possibilità di replica. Nessuno denuncia, nessuno si lamenta. “Tanto a Roma comandano loro”.

A raccontare sottovoce e con lo sguardo sempre rivolto alle finestre e ai balconi che si affacciano sul cortile interno dei palazzoni di via Galli è un uomo che non dice il suo nome e prega il cronista di dimenticare persino le sue fattezze. “Una vecchietta col figlio tossico che s’era impelagato con quella famiglia (i Casamonica, ndr) venne presa a calci e sbattuta fuori. Lì, al terzo piano (lo dice senza indicare). Il figlio era in carcere e lei si trovò senza casa dall’oggi al domani. Ora la ospitano dei nipoti che hanno casa dall’altra parte della strada, sempre dell’Ater”. Nessuno è intervenuto per aiutare l’anziana? “Macché, è stata su questa panchina (indica una panchina in ferro al centro del cortile) tutta la notte e tutto il giorno dopo, e nessuno si avvicinava a lei. Quando ci sono in ballo i Casamonica nessuno si mette in mezzo. Mica scherzano quelli, te la fanno pagare”. E l’affitto della casa usurpata chi lo paga? La vittima naturalmente a cui è intestato il contratto di locazione. Continua a pagare la pigione per i Casamonica o gli scagnozzi che li abitano al suo posto.

Per capire che in via Lorizzo, dall’altra parte della città, tutto è come al Tufello, non ci vuole molto. La scritta a caratteri cubitali sul muro del palazzo “Casamonica Regna”, al civico 129, è piuttosto eloquente. Per poter camminare e fotografare l’edificio dobbiamo chiedere il permesso a Celeste Di Silvio, vedova di Angelo alias “er Pantera”, colei che, seduta su una sedia a rotelle al centro della carreggiata, decide chi può e chi non può passare, chi indirizzare nei palazzi comunali dello spaccio e chi cacciare. E’ lei di turno domenica pomeriggio a fare il palo e a gestire il via vai di pusher che col pacchetto di hashish o di marijuana lasciano via Lo Rizzo pronti a spacciare negli angoli della città, al servizio dei Di Silvio.

Alle 20 uno dei suoi nipoti le porta da mangiare in strada e lei portandosi alla bocca pezzi di pollo e patate al forno continua a sorvegliare la strada. Tranquillizza di continuo i suoi parenti che dai balconi, nella loro lingua, le chiedono chi fosse l’intruso che ormai da troppo tempo si aggirava nel loro feudo. Sono sospettosi e non gradiscono la presenza di cronisti. Le case che da 30 anni occupano sono state assegnate loro dal Comune ma pare che abbiano smesso di pagare la pigione, accumulando un debito di 36mila euro. “Tutte bugie, noi paghiamo 150 euro al mese. Qui noi Di Silvio abbiamo venti case, poi ci stanno i Casamonica e gli Spada”, ci spiega Celeste indicando le palazzine. Sui citofoni alle scale A, B e C i cognomi sono tutti loro. I nipoti, non le danno tregua: non deve parlare con gli sconosciuti. Le chiediamo perché non dovrebbe parlare col cronista: “Perché i giornalisti scrivono cose brutte su di noi, che ce ne dobbiamo andare da qui. I giornalisti non dovrebbero proprio parlare di noi”. Perché? “Perché sì. Noi tanto da qui non ce ne andiamo. È casa nostra”, risponde con una risata grassa. La gente ha paura dei Di Silvio di Spinaceto, mormora di ricatti a commercianti, di tentativi di far entrare la droga nei centri di assistenza e culturali frequentati da giovani del quartiere. Di divorare il quartiere a colpi di illegalità. Chi si oppone ha due strade: resistere alle continue angherie o mollare.

Due bambini di 11 anni si avvicinano alla prozia e le sussurrano qualcosa all’orecchio. E mentre immortaliamo un cartello sopra i citofoni “Per Spada Maria salire al primo piano, citofono guasto” un uomo con una catena al collo d’oro ci bussa sulla spalla. Tempo scaduto. Al primo piano c’è la centrale dello spaccio, ci spiega una donna che vive lì da una vita. Abbiamo superato il confine e il gong della libertà vigilata in via Lorizzo è arrivata al termine. “Fuori da qui”. Celeste è girata dall’altra parte. Mangia il pollo in strada e fa cenno a un’auto di poter parcheggiare”.

Le domande, ora: in questo articolo la “notitia criminis” c’è tutta. Vorrei essere rassicurato del fatto che in Procura un fascicolo in merito a questa realtà è già stato aperto. Se non lo si è fatto, che lo si faccia. Se non lo si fa, visto che esiste l’obbligatorietà dell’azione penale, perché no.

Da elettore del sindaco Ignazio Marino (e consapevole che ai suoi danni si sta conducendo una campagna politico-mediatica interessata a screditarne immagine e azione politico-amministrativa), chiedo ugualmente: di fronte a questa realtà, cosa si è fatto, si fa, si intende fare. Vorrei essere rassicurato, da elettore di questo sindaco e di questa giunta, che qualcosa si fa, si è fatto, si intende fare. E se no, perché.

Da cittadino e da giornalista vorrei ricevere assicurazione e conferma che Federica Angeli non è lasciata sola; come soli spesso accade di essere lasciati, perché la “solitudine”, come sappiamo, la si paga.

La discussa puntata di “Porta a porta” con la figlia e il nipote di Vittorio Casamonica in studio, ha avuto comunque una sua utilità: la donna ha sillabato che il padre e tutti i “suoi”, con i Rom, i Sinti, perfino gli abruzzesi hanno nulla a che fare. Se lo dice lei, evidentemente, le possiamo credere: con buona pace di quanti sostengono che quel funerale, in fondo, si situa nel solco di una “tradizione”, di una “cultura”, e bla-bla… Quel funerale è stato una “pisciata di cane”. Adesso però basta davvero consentire al cane di continuare a “pisciare”.

Da jobsnews

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