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Ruben Espinosa e Nadia Vera, altre vittime del silenzio messicano

 

Lavorare con le parole è un dono bellissimo. Chiudere gli occhi e incanalare i pensieri in un flusso narrativo è l’emblema caratterizzante di ogni libera composizione. Tale libertà è spesso e volentieri sinonimo di serenità, intesa come la facoltà di ciascun individuo di poter lasciar correre la propria penna senza incorrere in forme di restrizione o censura. Il mestiere del giornalista nasce e si alimenta da questo presupposto: le radici della professione si ancorano saldamente in quel “diritto di cronaca” la cui linfa vitale si esemplifica nel rapporto di reciproca fiducia tra autore e lettore.

In molti paesi quest’equilibrio è sovente minato da fattori esterni: il crimine organizzato, le associazioni mafiose, i governi corrotti, la mancanza di leggi adeguate e lo stesso contesto storico-culturale, sono tutti elementi che contribuiscono a ridefinire il binomio autore-lettore. Come può un lettore fidarsi di articoli scritti in un clima di paura e coercizione? Come può un giornalista esprimersi liberamente laddove il diritto di cronaca rappresenta un reato perseguitato dalle istituzioni?

Ruben Espinosa era un reporter messicano di 31 anni, da 7 impegnato nella denuncia del narcotraffico nella regione di Veracruz. Il suo corpo è stato ritrovato in un appartamento di Narvarte, un quartiere pulito e sicuro di Città del Messico. Ruben è stato freddato da un proiettile alla testa, dopo esser stato picchiato e torturato. Lo stesso trattamento è toccato anche a Nadia Vera (31 anni), attivista/antropologa e a due sue amiche.

Ruben e Nadia si erano rifugiati a Città del Messico dopo aver ricevuto varie minacce e pedinamenti a Veracruz, la regione più pericolosa del paese. Sotto il governo di Javier Duarte, ribattezzato il “mata-periodistas”, sono stati una quindicina i giornalisti scomparsi dal 2010 ad oggi. I dati della regione riflettono l’andamento complessivo del Messico dove, a partire dal 2000, RSF ha calcolato circa un centinaio di vittime tra reporter, fotografi e comunicatori professionisti.

In seguito all’omicidio plurimo, le autorità locali hanno intrapreso la solita, farsesca trafila. La linea d’indagine legata alle attività giornalistiche delle vittime è stata rilegata in secondo piano, preferendo il silenzio per quanto riguarda l’aggressione alla libertà di stampa e il danno d’immagine che essa comporterebbe.

Numerosi cittadini si sono riversati nelle piazze per protestare contro la “impunidad” di un sistema sempre più gretto e corrotto. L’indignazione del popolo messicano ha fatto eco alle petizioni delle organizzazioni umanitarie internazionali e delle associazioni giornalistiche. Il Messico, attualmente al 148° (su 178) nella Press Freedom Index di RSF, è un di paesi più a rischio per l’esercizio della libera professione giornalistica. Censura e criminalità fanno da sfondo ad un paese in cui i lettori fanno sempre più difficoltà a fidarsi della carta stampata; sono pochi coloro i quali hanno ancora il coraggio di chiudere gli occhi e trasformare i pensieri in un flusso di serenità. Hanno ragione loro, e finché avranno la forza di esprimersi liberamente nessuno potrà privarli di questo dono bellissimo.

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