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Renzi, le spine della riforma del Senato e del Mezzogiorno. Scalfari sconfessa Repubblica e critica Napolitano. Della Loggia fa lezione di storia al premier.

 

Di Alessandro Cardulli

Da Palazzo Chigi, che non chiude mai i battenti, continuano ad arrivare “veline” che i grandi giornali di regime, l’informazione tv, quelli che ci stanno, possono usare per tessere le lodi del premier. Compito difficile, oltre che ingrato, dal punto di vista professionale, anche perché i due maggiori giornali, Corriere della Sera e Repubblica, con gli editoriali di Della Loggia e di Scalfari, hanno un sussulto, le critiche a Renzi, la questione Mezzogiorno e la riforma del Senato, sono molto dure, argomentate.

In  agitazione i “velinari” del premier in vacanza a Forte dei Marmi in una suite di gran lusso

Mettono in stato di agitazione i solerti  comunicatori di Renzi  Matteo che dovranno passare tutto questo mese facendo i conti  non solo con Acheronte, il caldo e i temporali, ma sopratutto con due problemi che assillano il premier: proprio la  legge  di riforma, si fa per dire, del Senato all’ esame della Commissione affari costituzionali, ammesso che il governo, cioè lui, l’uomo solo al comando, non tenti un colpo di mano: affossare il dibattito in Commissione e andare direttamente in Aula per far fronte al mezzo milione e passa di emendamenti. Il secondo problema riguarda il Mezzogiorno e il cronogramma indicato da Renzi, che prevede una discussione alla Festa dell’Unità, poi la direzione Pd sarà chiamata e mettere a punto un piano. Doveva essere la Direzione Pd tenuta venerdì ma come è noto, la relazione del premier e segretario dei Democratici non ha detto niente di importante, di interessante. Solo un comizio di quart’ordine, da loggione. I “velinari” di Palazzo Chigi, teleguidati dal premier, dovranno sudare sette camice. Dicono che  “la Renzi machine non va in ferie” e già  lanciano “notizie” sui propositi e sulle iniziative del premier per quanto riguarda la riforma del Senato.

In preparazione un blitz.  Subito l’aula per eliminare gli emendamenti alla legge sul Senato

Il presidente del Consiglio dalla suite del Grand Hotel Imperiale, Forte dei Marmi, cinque stelle, gran lusso, che si sussurra costi qualche migliaia di euro, si fa già sentire. Con un tweet spedito in gran fretta fa sapere che “i giornali di agosto sono pieni di progetti segreti del governo, talmente segreti che non li conosce neppure il governo”. La solita solfa, Renzi lancia il sasso per vedere l’effetto che fa. Ed ha lanciato, appunto, una proposta choc, un blitz che Repubblica rilancia immediatamente. “Si salti la commissione e subito la riforma in aula”, accompagnato da un altro titolo in cui si riferisce dello scontro nel Pd. “Serracchiani ai ribelli: Non si torna indietro”. La parola “ribelli” riferita alla minoranza del Pd piace moltissimo al giornale diretto da Ezio Mauro, serve a squalificare l’iniziativa dei 28 senatori dem che hanno firmato un emendamento per tornare al Senato elettivo. Ma questa volta i cronisti appassionati di retroscena si fanno  un clamoroso autogol. Sono sconfessati dal  fondatore di Repubblica, che in un editoriale valorizza l’iniziativa della minoranza Pd.

Scalfari riabilita i “ribelli” della minoranza Pd. Difendono la Costituzione e la democrazia

Scrive Scalfari a proposito della dissidenza del Pd  (non usa mai la parola “ribeli” ndr): “Se il motivo fosse soltanto quello connesso alla legge  del Senato la dissidenza del Pd potrebbe ancora una volta chiudere gli occhi ed accettare l’amaro boccone che Renzi ha deciso di farle trangugiare. Ma in realtà ci sono due altri motivi: la vocazione autocratica che si esprime attraverso le due leggi, elettorale e costituzionale, e lo spostamento in corso del Pd da partito di centrosinistra a partito di centro”. Ancora un colpo duro: “Non a caso Renzi ha come punto di riferimento storico Tony Blair che trasformò il partito laburista inglese e proseguì portandola a compimento la politica di Margaret Thatcher”. Scalfari va più in là nel suo editoriale. Per la prima volta critica apertamente Giorgio Napolitano per i contenuti della lettera inviata dal senatore a vita al Corriere della sera in cui si intimava che la legge per il Senato non doveva mutare, sarebbe stato un passo indietro e si pronunciava contro il ritorno al Senato elettivo. Scalfari parla a Napolitano ma il discorso è rivolto anche a Renzi che quell’appoggio ha cercato proprio quando prendevano corpo emendamenti per l’elezione diretta che mandavano in minoranza Renzi e i suoi. Dice il fondatore di Repubblica richiamando l’Italicum “un sistema in larga misura monocamerale di nominati dal governo in carica; la conseguenza è evidente, il potere legislativo è declassato e subordinato all’esecutivo, il presidente del Consiglio diventa così il personaggio che comanda da solo, esattamente il contrario della democrazia parlamentare”.

“Un sistema monocamerale nominato in gran parte dall’esecutivo ci avvia inevitabilmente alla autocrazia”

Rivolgendosi a Napolitano, Scalfari afferma: “Mi pare molto singolare che Napolitano non veda questo risvolto della abolizione di fatto del Senato. Un sistema monocamerale in gran parte nominato dall’esecutivo ci avvia inevitabilmente all’autocrazia. È questo che si vuole?”. E conclude con due domande: “Che fine farà la democrazia parlamentare? Che fine farà la sinistra?”. La minoranza del Pd ha un compito molto gravoso.  Altro che ribelli come scrivono giornalisti che sono come i gattini ciechi. Fanno pena le argomentazioni, si fa per dire, di due ex esponenti della minoranza, il ministro Martina  affiancato da un sottosegretario, i quali sostengono che il Senato deve rappresentare i territori. Solo i consiglieri regionali hanno questa caratteristica, dicono i due. Forse dovrebbero rileggere la Costituzione e pensare meno ai loro incarichi.

L’editorialista del Corriere: “Il Mezzogiorno ha bisogno di visioni generali nuove e audaci”

Sul versante Mezzogiorno un altro schiaffone arriva dal Corriere della Sera con l’editoriale di Ernesto Galli Della Loggia cui non sono piaciute espressioni come “rottamare i piagnistei”, “zero chiacchiere”, con le quali, dice “ha condito il suo discorso”. “L a rottura decisa rispetto al passato di cui il nostro Paese ha bisogno – prosegue – dovrebbe essere, infatti, anche una rottura nel linguaggio. E non già, come si capisce, verso il basso, verso i tweet e gli hashtag, bensì verso l’alto, verso la dimensione in cui si esprimono per l’appunto quelle visioni generali nuove e audaci di cui abbiamo bisogno. Di cui ha bisogno in modo tutto speciale il Mezzogiorno”.

Il premier non conosce la storia. La questione meridionale era la questione dello Stato

L’accusa rivolta a Renzi è bruciante, non conosce la storia del nostro Paese, non conosce cosa rappresenti il Mezzogiorno, questione nazionale da sempre.  Afferma Galli Della Loggia che “va disintegrando lo Stato italiano storico, formatosi con il Risorgimento e durato fin verso la fine della Prima Repubblica. È la crisi che da oltre un ventennio va mangiandosi tutte le strutture amministrative del nostro vecchio Stato, tutti i suoi abituali ambiti d’azione di un tempo (dall’istruzione al controllo sugli enti locali, alla tutela del paesaggio e del patrimonio artistico)… È la crisi che ha inghiottito anche tutte le culture politiche del Novecento italiano, tutte le loro premesse storico-ideali, nonché naturalmente tutti i partiti che esse avevano prodotto. Ed è infine la crisi che ha spinto ad accettare il dogma della privatizzazione, l’andare sul mercato, di quasi tutte le reti nazionali di servizi (dalla rete ferroviaria e delle stazioni, alle Poste, agli aeroporti, alle autostrade) con il loro crollo qualitativo per il pubblico indifferenziato e il loro riorientamento classista a favore di chi può spendere; che ha spinto a considerare inammissibile qualunque ruolo sociale o economico diretto dello Stato, o quasi. È in tutti questi modi che nell’ultimo venticinquennio quello che ho chiamato lo Stato italiano classico è andato decomponendosi. Ora, il problema del Mezzogiorno, la ‘questione meridionale’ –prosegue – era precisamente la questione di quello Stato, la principale sfida alla sua esistenza, il massimo dei suoi problemi storici, a cominciare da quello del consenso. E infatti fino a venticinque anni fa, fin quando quello Stato è esistito, il Mezzogiorno è stato sempre sentito dalle classi dirigenti italiane come un ineludibile banco di prova”. Lo Stato i cui protagonisti politici del Novecento, in un modo o nell’altro, non a caso ebbero tutti dietro quella cultura storica e politica che ho appena detto: Mussolini il meridionalismo vociano e nittiano, il popolare trentino De Gasperi l’ispirazione del siciliano Sturzo, il comunista piemontese Togliatti la lezione del sardo Antonio Gramsci.

Il presidente del Consiglio non ha alcun interesse a ricostruire la macchina dello Stato

“Il Mezzogiorno – prosegue – è precipitato nell’irrilevanza, si è avvitato nella decrescita, è scomparso come questione’, nel momento in cui si è dissolto questo complesso nodo storico al cui centro c’era lo Stato nazionale italiano: perché innanzi tutto si è dissolto questo Stato e per effetto di una tale dissoluzione”. Per concludere con lo schiaffo a Renzi Matteo, un’accusa bruciante: “Ho però l’impressione che per tutti questi discorsi il nostro presidente del Consiglio non abbia molto interesse. Che sia assai lontana dal suo pensiero l’idea che per raddrizzare le sorti del Mezzogiorno la prima cosa da fare sia, come io invece credo, riprendere in mano, ricostruire, dove occorra accrescere, la macchina dello Stato, ristabilire il significato culturale e politico dei suoi tradizionali ambiti d’azione, la sua efficienza, la sua capacità di controllo e d’intervento capillare, anche la sua forza repressiva. A Matteo Renzi, piace di più immaginare che costruire l’Alta Velocità fino a Reggio Calabria, questo sì cambierà le cose (ma perché non le ha cambiate la costruzione dell’autostrada? Perché?). Ai miei occhi è la prova che di quella parte del Paese che governa egli non conosce molto, forse non l’ha mai neppure troppo frequentata”.

Per la “Renzi Machine” , i velinari di Palazzo Chigi, sarà un agosto difficile

Davvero per la “Renzi Machine” sarà un agosto difficile. Dovranno fare meno conto sulle veline. Anzi si dovrà misurare con problemi che non conosce, storia patria, cultura che ha segnato la vita del nostro Paese, magari studiare il “meridionalismo”, la “questione meridionale”, dare un’occhiata a  qualche scritto  di Antonio Gramsci. Sarebbe troppo consigliargli anche Togliatti. Forse qualcuno dei “ribelli” potrebbe dargli  qualche consiglio, se non fosse preso dalla ossessione di rottamarli.

Da jobsnews

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