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Immigrazione. L’editoriale di Libero che non aderisce i fatti

 

«Fingono di non capire che il problema non sono quelli che vengono per lavorare, ma gli irregolari che sono qui a spese del contribuente e delinquono». Dati e analisi sull’editoriale di Libero del 12 agosto

L’immigrazione si sa è un tema che divide. Non solo perché è oggetto di speculazione politica, ma anche perché risulta uno degli argomenti su cui la distanza tra i fatti e la percezione del fenomeno è più ampia. La Croce Rossa britannica ha coniato l’hashtag #factsnotfear per provare a spiegare la reale dimensione dei possibili arrivi di richiedenti asilo da Calais. Su 21,3 milioni di rifugiati nel mondo sono 3000 quelli che sostano a Calais, recita il manifesto.

È proprio su questo terreno che l’Italia si è conquistata il triste primato di paese più ignorante, secondo un sondaggio Ipsos Mori del novembre scorso. Ritenendo che gli immigrati fossero il 30% invece che il 7%, insieme ad altri indicatori. Il sondaggio chiama in causa il mondo dell’informazione e ci ricorda l’importanza di un lavoro scrupoloso, supportato da puntuali verifiche e riscontri a dati e fatti certi non verosimili.

L’editoriale di Libero

Nelle ultime settimane, complice forse la penuria di notizie classica del periodo estivo, Libero ha prima provato a smentire i dati presentati dalla Fondazione Leone Moressa, che riportavano un saldo positivo tra entrate fiscali prodotte dagli immigrati e spesa pubblica a loro destinata tramite un “conto della serva” per poi sostenere, con un editoriale del direttore, che «il problema non sono gli stranieri ma i clandestini» («Il problema non sono gli stranieri, ma i clandestini»).

Come si sostiene nel pezzo, «si fa una grande confusione intorno al tema dell’immigrazione, facendo di tutta l’erba un fascio, ma le cose non stanno come vengono raccontate». Infatti, secondo Belpietro il problema non sono gli stranieri – citando badanti, camerieri di varie nazionalità che giungono in Italia per lavorare – ma sono gli irregolari. Sarebbe interessante capire se il direttore ha mai chiesto a quelle donne badanti e colf filippine, ucraine, come sono arrivate in Italia la prima volta e se, per caso, quegli «uomini e donne arrivati dal Perù, dalla Colombia e da altri paesi latino americani» che «hanno ottenuto un regolare permesso di soggiorno e si sono integrati, facendo ogni genere di lavoro» sono tutti entrati con un visto per lavoro in Italia.

Da irregolare a regolare: sanatorie e decreti flussi

In un paese dove la memoria storica è spesso corta sarà bene ricordare che una buona percentuale di immigrati che adesso hanno un regolare permesso di soggiorno lo devono alle numerose sanatorie che si sono succedute negli anni. Persone entrate irregolarmente o con visti a breve scaduti che hanno potuto trovare lavoro solo una volta arrivati nel nostro paese e il cui soggiorno e contratto di lavoro è diventato regolare solo attraverso le sanatorie o regolarizzazioni. Dal 1990, anno della prima legge sull’immigrazione, cosiddetta Legge Martelli, sono state ben 6 le sanatorie. Martelli del 1990, Dini del 1995, Turco-Napolitano del 1998, Bossi-Fini del 2002 a cui si aggiungono quelle chiamate regolarizzazioni nel 2009 e 2012. La più ampia sanatoria con 700mila emersioni dalla condizione di irregolarità è stata quella targata Bossi-Fini del 2002, ma complessivamente si calcolano più di 1 milione e mezzo gli stranieri regolarizzati grazie a questi strumenti legislativi.

Le sanatorie sono state quindi il principale dispositivo di gestione delle politiche migratorie del nostro paese. I decreti flussi, ovvero lo strumento legislativo che consente di entrare regolarmente con un visto per lavoro ai cittadini di stati non membri dell’Unione europea, si sono via via adeguati alla situazione di crisi prevedendo, per esempio, nel 2014 una quota complessiva di 17.850 quote, di cui però solo 5.500 erano effettivamente ingressi dall’estero, mentre 12.350 riguardano conversione della motivazione del rilascio del permesso di cittadini stranieri che già si trovavano in Italia.  Se poi pensiamo che di questi 5.500 ingressi 2.000 erano riservati a cittadini dei Paesi non comunitari partecipanti all’Esposizione Universale di Milano 2015 che erano già stati preventivamente autorizzati capiamo la reale portata di questo provvedimento in termini di gestione dei flussi migratori.

L’avversione all’immigrazione si alimenta spesso con la scarsa conoscenza delle cause globali del fenomeno migratorio e sui fattori di spinta (push factors) delle migrazioni (differenze di reddito, cambiamenti climatici, guerre e conflitti in primis).

Al netto quindi dell’affermazione del direttore di Libero per cui i profughi, o più correttamente i richiedenti asilo, sarebbero un’esigua minoranza degli arrivi – secondo gli ultimi dati superano il 60% le persone che hanno diritto alla protezione internazionale – l’affermazione per cui l’insofferenza popolare la alimentano coloro che arrivano irregolarmente andrebbe adeguatamente argomentata in una prospettiva storica – non facendo come raccomanda Belpietro stesso – di tutta l’erba un fascio, ma fornendo al lettore dati ed elementi per un’analisi seria del fenomeno e della sua gestione o non-gestione.

I dati sulla presenza carceraria

Lo stesso vale per la parte dell’articolo in cui si sostiene che proprio questi irregolari – ovviamente chiamati “clandestini” in barba a qualsiasi termine giuridicamente corretto –  vivono a spese del contribuente e «in media delinquono più di regolari e italiani». A sostegno di questa affermazione il direttore cita le ricerche del sociologo Marzio Barbagli. Si tratta dei saggi “Immigrazione e reati in Italia” (Il Mulino, 1998) e del successivo “Immigrazione e sicurezza in Italia” (Il Mulino, 2008).

È da rilevare che l’analisi di Barbagli è molto articolata e si basa, tra i tanti dati analizzati, sulla percentuale di stranieri (regolari ed irregolari) sul totale dei condannati o denunciati. Da tale indicatore (condanna o denuncia) emerge una sempre crescente percentuale di presenza carceraria straniera, variabile a seconda del tipo di reato, e con una prevalenza degli irregolari sui regolari. Però, lo stesso studioso rileva che «vi sono molti buoni motivi per considerare questo come il meno affidabile degli indicatori dei reati commessi nel nostro paese da cittadini non Italiani» (Barbagli, op. cit., p. 52). Lo studioso evidenzia che si entra e si resta in carcere per diversi motivi: custodia cautelare, attesa di giudizio, esecuzione pena dopo la condanna definitiva. E a parità di reato commesso, la custodia cautelare è applicata più spesso agli stranieri rispetto agli Italiani. A parità di pena, «gli stranieri godono meno degli italiani delle misure alternative e di pene sostitutive alla detenzione. In terzo luogo, i reati commessi dagli stranieri sono proprio quelli che più spesso portano in carcere» (p. 53). Quindi, i dati sulla presenza carceraria non sono un idoneo indicatore di una maggiore o minore delittuosità degli stranieri rispetto agli italiani. Il lavoro di Barbagli, come da lui stesso precisato, non consente di affermare che i «clandestini in media delinquono più di regolari e italiani», come si legge nell’articolo. Nella stessa direzione è il più recente “Immigrazione e criminalità” di Valeria Ferraris (Carocci, 2012), in cui, con varie argomentazioni, viene affermato che «non esiste una statistica della criminalità straniera».

È interessante leggere cosa dica sul punto il Dossier statistico sul l’immigrazione dell’Unar per l’anno 2014 (www.dossierimmigrazione.it). Il lavoro parte dai dati provenienti dalla Direzione centrale di polizia dal 2004 al 2012 (archivio SDI).  Le denunce contro gli italiani nel periodo indicato, sono aumentate del 37,6%, mentre quelle contro gli stranieri sono aumentate del 29,6% (p. 183). Inoltre, si consideri che il dato è comprensivo anche delle denunce per il cosiddetto reato di clandestinità (17,7%) introdotto nel 2009. Eliminando tali denunce, la media delle stesse sarebbe ancora più bassa. Ma il Dossier riporta anche i dati circa i condannati in via definitiva nati all’estero (dati del Servizio criminalità dell’Istat). Nel 2009, sul totale delle sentenze di condanna, il 33% ha riguardato persone nate all’estero. La maggiore presenza carceraria di stranieri non è quindi dovuta a un maggiore numero di denunce o di condanne, ma a una maggiore sottoposizione alla custodia cautelare (spesso per ragioni socio economiche) e a un minore accesso a misure alternative alla detenzione (tra l’altro, vietate agli irregolari sino alla sentenza costituzionale n. 78-2007).

Comunicare la complessità dei numeri è un compito arduo per dei fenomeni in continuo cambiamento come quello della migrazione, ma è quello che ci viene chiesto come giornalisti. Informare ed esprimere opinioni supportate da fatti.

Da cartadiroma

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