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Rai, perché torni ad essere una fabbrica di idee

 

C’è un che di molto triste in questa fase declinante del renzismo, dopo i fasti dello scorso anno e il conseguente mito (per la verità ancora piuttosto diffuso, per quanto nettamente scalfito dall’esito delle recenti Amministrative) dell’invincibilità. L’aspetto triste, dicevamo, è lo stesso di sempre, solo che adesso è molto più evidente e attiene alla totale mancanza di idee di un esecutivo eterogeneo che sembra tenersi in piedi unicamente per gestire l’esistente, il potere per il potere, con il suo indubbio fascino e i suoi altrettanto noti benefici.

Stando nell’argomento, ciò che manca del tutto nella riforma renziana della RAI, peraltro emendata nel profondo da Maurizio Gasparri, è una visione di cosa debba essere il servizio pubblico nel Ventunesimo secolo, nell’epoca del digitale e dei social network, delle notizie in tempo reale diffuse su scala planetaria e della globalizzazione che investe ormai tutti i continenti, nei giorni del terrorismo jihadista e della crisi drammatica della Grecia, all’epilogo dell’era Obama e alla nascita, forse, della nuova stagione clintoniana che, un quarto di secolo dopo, si presenta con il volto esperto e combattivo di Hillary. In tutto questo, la RAI che ruolo deve avere? Deve limitarsi a raccontare i fatti o deve anche compiere lo sforzo di interpretarli? Deve limitarsi a fornire le notizie una via l’altra, con i giornalisti incollati davanti ai monitor, o deve mandare inviati in ogni angolo del mondo per raccontare quelle sensazioni, quei rumori, quelle impressioni e quei sentimenti popolari che solo stando sul posto si possono percepire? Deve essere un’azienda per addetti ai lavori, rivolta a un pubblico d’élite, o deve essere un servizio rivolto a tutti i cittadini, capace di narrare e condurre dentro la notizia anche chi ha meno risorse, intellettuali ed economiche, consentendogli di farsi una propria opinione su quanto sta avvenendo?

E ancora: quale rapporto deve avere con la politica? Davvero il presidente del Consiglio si illude che possa avere un qualche successo di pubblico una sorta di gazzetta al servizio di Palazzo Chigi? Pur non condividendone l’ispirazione ideologica, sempre che di ispirazione ideologica si possa parlare, ne conosciamo l’intelligenza e la scaltrezza politica e strategica, dunque tenderemmo ad escluderlo. E allora, presidente Renzi, sottosegretario Giacomelli, illustri membri della maggioranza e del governo, illuminateci su quale RAI avete in mente! Volete un continuo talk show in cui si susseguono dibattiti stucchevoli, spesso fittizi e indigeribili agli occhi della maggior parte delle persone, o volete un vero approfondimento giornalistico, in cui le istituzioni siano passate al microscopio e sottoposte a quella rigida e severa vigilanza cui sempre devono essere sottoposte in un sistema democratico?

Volete un “maestro Manzi 2.0”, peraltro senza le qualità umane e didattiche del celebre professore, o un servizio pubblico moderno, in grado di interagire con gli spettatori e trasformarli in cittadini consapevoli, coscienti e appassionati di ciascun singolo tema? Volete una fabbrica di pensiero, spirito critico, civismo e cultura democratica o un mero ufficio stampa del potere di turno, in cui, a causa del consociativismo spinto introdotto da alcuni recenti emendamenti presentati al Senato, ognuno si prende la sua parte e controllori e controllati, maggioranza e opposizione finiscono col divenire concetti antiquati, buoni per qualche “gufo” senza possibilità di redenzione e per qualche veterano della tribù dei “musi lunghi”?
Infine, ma voi lo volete sì o no il servizio pubblico? Volete rinnovare la concessione della RAI che scade il prossimo anno o volete avviare una privatizzazione, di fatto, dell’azienda? Volete rilanciarla o impoverirla? E ancora: vi interessa avere un canale alla news, uno di approfondimento culturale e uno legato alle tradizioni e all’informazione regionale o volete proseguire lungo la strada di una lottizzazione senza partiti, nella quale a dominare sono ormai unicamente le lobby?
Cari signori, l’aspetto drammatico del vostro procedere a fari spenti nella notte, ovviamente a folle velocità, è che finora non avete sciolto uno solo di questi nodi, anche a causa della vostra scarsa abitudine a rispondere a domande scomode ma necessarie affinché i cittadini capiscano di cosa si sta parlando.
Poi ci sono anche i maligni, i quali sostengono che voi stiate avviando la privatizzazione e lo smantellamento definitivo del servizio pubblico, non più bene comune ma mero oggetto da sacrificare sull’altare del Dio mercato, in quest’orgia di liberismo sfrenato che ha prodotto danni ovunque ma gode ancora di numerosi estimatori a tutte le latitudini. Ma noi, naturalmente, ai maligni non vogliamo credere, anche se un politico scafato sosteneva che “a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”.

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