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In ricordo del giornalista Francesco De Vito

 

Sono andato a salutarlo stamani per l’ultima volta. Francesco de Vito, giornalista professionista, è morto  l’altro ieri all’ospedale di Santo Spirito a Roma, dove era stato ricoverato per un malore improvviso. Aveva settantasette anni. “E’ morto senza soffrire, nel sonno – mi ha detto abbracciandomi la moglie Stefania e ha aggiunto piangendo: secondo me lo ha fatto per non disturbare nessuno, era proprio una sua ossessione quella di non voler disturbare”.  Anch’io, come tanti suoi amici, ricordo un collega attento, riflessivo, cordiale anche, ma timido e schivo. Non è stato facile trovare una foto di lui sulla rete. Ma i giornalisti romani, che lo hanno eletto più volte negli istituti rappresentativi della categoria, nel sindacato e nell’ordine, conoscevano e apprezzavano, accanto al rigore e alla competenza, la sua sensibilità. Di sé parlava di rado. Così soltanto ora, dai suoi pochi cenni biografici, ho appreso che aveva iniziato la professione come capo ufficio stampa di una missione diplomatica estera. Nel 1969 era stato tra i promotori del “Manifesto» mensile e, dopo la trasformazione in quotidiano, vi aveva lavorato come redattore degli Esteri, caposervizio al sindacale e infine come notista politico.  Nel 1976 era passato a “l’Espresso”: cronista parlamentare, inviato e da ultimo, una volta in pensione, collaboratore. Mentre il figlio Vladimiro seguiva l’esempio del padre a Repubblica. A dare a Francesco una certa popolarità è stata, per due legislature, la presidenza dell’Associazione stampa parlamentare (la foto lo riprende alla Camera mentre prende la parola durante la tradizionale cerimonia della consegna del “ventaglio” alla presidente Nilde Iotti).  Così, con modestia e senza disturbare nessuno, Francesco si è impegnato fino dagli anni sessanta e settanta nel movimento dei giornalisti democratici e nel Gruppo di Fiesole, nella FNSI e  nel Consiglio nazionale dell’Ordine. Con modestia e sedendo quasi sempre nelle ultime file, ha voluto essere tra i fondatori di “articolo 21″ e di “Giornalismo e democrazia”. Condividendo la convinzione  che soltanto una forte solidarietà nella difesa dell’autonomia professionale dalle pressioni del potere politico ed economico avrebbe permesso di risalire la china che ha trascinato l’Italia agli ultimi posti nelle classifiche mondiali della libertà di stampa. Dalla scena di questo mondo è uscito con la preghiera di Bertold Brecht  nel finale della poesia “A coloro che verranno”, che Stefania e Vladimiro hanno citato nell’annuncio di morte: “Ma voi, quando sarà venuta l’ora/che all’uomo un aiuto sia l’uomo/pensate a noi/ con indulgenza”.

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